Giorno: 7 settembre 2017

#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario». (altro…)

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente, Nino Aragno 2017; € 12,00

di Martino Baldi

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Interroga il passato, esplora il presente e getta lo sguardo verso il futuro il terzo libro del poeta toscano Gabriel Del Sarto, che in “Il grande innocente” dimostra di aver tenuto viva negli anni che lo separano dai precedenti “I viali” (2003) e “Sul vuoto” (2011) una voce tra le più notevoli dei nostri anni.
Tre sono i perni di questo libro, articolato in sette movimenti poematici e un proemio: la sezione “Gli uffici”, incentrata sulle contraddizioni del presente, composizione per quadri di un racconto in versi ambientato nel mondo dell’imprenditoria contemporanea; la sezione “Il grande innocente”, in cui il poeta racconta e scandaglia una tragedia nel cuore del passato della propria famiglia: la morte del nonno paterno Lino, partigiano, vittima di un agguato tedesco sulle Alpi Apuane; la sezione “I cardini”, in cui la tensione poetica è proiettata nel futuro sulle ali dei versi dedicati alla piccola figlia.
Le tre dimensioni temporali non possono che illuminarsi reciprocamente, in una interrogazione complessiva della propria vicenda biografica e del rapporto della vita di ognuno con la ciò che la contiene; una interrogazione leopardiana in cui alla Natura è progressivamente sostituita la Storia e che incarna il senso di tutta la poesia di Del Sarto sin dalle sue origini.

Da questo terzo libro emerge un sentimento complessivo della Storia come di una forza che acceca gli uomini, spadroneggia tra loro fino a ridurli a “partecipanti di un sistema chiuso, evocati /quasi per creare lo sfondo”. Eterodiretti anche in quella che appare la parte più nobile del loro agire, fino anche al gesto estremo di un sacrificio altruistico, oppure al contrario in una deriva di perdita di senso come quella della contemporaneità mediatica, pare proprio che gli uomini nulla abbiano da opporre alla forza della Storia, se non al massimo un tentativo di sottrarsi, di rifugiarsi nel cerchio magico del senso quotidiano, piccolo, minuto, nella vita degli affetti costruiti giorno dopo giorno. Il compito diviene allora proteggere la propria biografia.

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