Martino Baldi: IL CASO “WITOLD WYCISK”

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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[quarto e ultimo di quattro racconti (Qui il primo) (Qui il secondo) (Qui il terzo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Forse qualcuno fra i lettori più anziani ricorderà, seppure a stento o con vaghezza, quello che a suo tempo fu un caso eclatante. Dubito invece che i più giovani ne abbiano sentito parlare, se non da un arrugginito nonno in vena di sconclusionate memorie. Nel qual caso, di sicuro non gli avranno creduto. Non posso certo negare che l’episodio sia tra i più singolari che io rammenti; ma se, come spero, mi avete finora ritenuto degno della vostra fiducia, le mie parole vi siano ancora una volta di garanzia. Witold Wycisk fu il primo allenatore polacco a trovare impiego in Italia. Dove Basilio Scapinelli lo avesse pescato rimane uno dei tanti piccoli misteri che hanno contribuito a generare intorno all’allora patròn del Torino l’aura mitica di “mago del mercato”. Arrivò in Italia tra lo scetticismo generale, soltanto la sera precedente all’inizio della preparazione in altura, direttamente nella sede del ritiro granata, a Dobbiaco. Alto e filiforme; un cranio senza incavità e scintillante di perfetta calvizie; sotto folte ciglia, due occhi spiritati spesso nascosti da scurissimi occhiali da sole; perennemente in bilico tra le sottilissime labbra, un mozzicone di sigaro mai acceso. Se non fosse stato per l’abbigliamento trascurato, lo si sarebbe detto proveniente da un altro pianeta o dal futuro. Anche per le disusate concezioni, che esprimeva per brevi motti, con quella nota concinnitas che l’italiano acquista sulla bocca degli europei dell’Est, quasi vi ritrovi il rigore e la saggezza del passato. Così a chi lo accusava di irresponsabilità per aver accettato di allenare atleti che non conosceva contro avversari altrettanto sconosciuti, rispose una volta per tutte: «Se tu capisci aritmetica, numeri non sono ostacolo». E al giornalista che cercava di addentrarsi in un’improbabile conversazione tecnico-tattica: «Nostra unica strategia è giocare esatti». Ben oltre gli aspetti quasi folcloristici del personaggio, Witold Wycisk si dimostrò subito un preparatore piuttosto anomalo.

Già dopo pochi giorni del ritiro pre-stagionale, mezza Italia guardava stupita (e sghignazzante) alle sue innovazioni. Costrinse la società ad assumere un ipnotista di sua fiducia; sottoponeva quotidianamente gli atleti a lunghe lezioni di matematica e logica di prima mattina, oltreché a estenuanti tornei serali di scacchi, durante i quali passeggiava tra i tavoli, sussurrando ai giocatori «errore più grande è non approfittare di errore di avversario», «ogni volta che avversario muove, avversario fa errore» e sentenze affini. Dopo i primi incontri amichevoli molti avevano già smesso di sghignazzare. Il Torino sembrava non avere avversari all’altezza. «Calcio d’Agosto…» borbottavano altezzosamente alla radio i giornalisti milanesi e romani. Ma in Settembre cominciò il campionato e le cose non cambiarono: il Torino dominava. La sua difesa era impenetrabile, il contropiede fulmineo. Le prime tre partite furono altrettante vittorie, senza che il portiere Coppola fosse mai impegnato.

Dopo nove domeniche di gioco, nove erano le vittorie. Al termine del girone d’andata la squadra di Scapinelli aveva conosciuto solo successi e la porta granata era ancora inviolata. I punti di vantaggio sulla seconda in classifica erano già dodici. Non diversamente le cose andavano in Coppa Italia e in Coppa dei Campioni. Witold Wycisk era il più frequentato degli argomenti nei rotocalchi e ormai anche nelle terze pagine dei quotidiani. Pur cercando di apparire in pubblico il meno possibile e nonostante evitasse ormai sistematicamente le interviste, il suo nome e il suo volto erano ovunque. Si interpretavano i suoi gesti, gli sguardi, i silenzi. Alla sesta giornata del girone di ritorno, il Torino aveva già matematicamente conquistato il titolo di campione d’Italia. Dopo le grandiose celebrazioni i toni pian piano si smorzarono e, come è ovvio, l’interesse dei media per il campionato e per Wycisk venne progressivamente scemando. Con la sua consueta perspicacia, fu Emilio Franceschi, al ritorno da un viaggio in Inghilterra, a rinvigorire di nuovo, e clamorosamente, la curiosità intorno all’allenatore polacco. In un elzeviro stranamente tonitruante, intitolato Identici!, il calligrafista riportava quanto aveva scoperto durante il soggiorno londinese. C’è da sapere che la locale squadra di football del Chelsea, che stava dominando la Premier League, era guidata per la prima volta da un allenatore polacco. Di lui non si sapeva come the owner, il proprietario, il celebre banchiere e collezionista d’arte Nathaniel Hallward, l’avesse scoperto e ingaggiato.

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

Fatto sta che rivoluzionando i metodi di allenamento finora adottati dai tecnici d’oltremanica, aveva organizzato una squadra dall’assetto razionalmente perfetto, tanto da non aver subito nemmeno un goal in ventiquattro partite, avendone segnati a bizzeffe. Per il pubblico londinese ce n’era abbastanza da perdere la testa. Ogni sabato la city si fermava per assistere alle gesta della propria squadra* e la domenica i newspapers non parlavano d’altro: degli spalti stipati, della folla oceanica incitante la squadra anche fuori dallo stadio, delle giocate dei campioni, degli avversari ridicolizzati e soprattutto di lui: il genio dell’Est, the eastern genius. Questo Franceschi aveva scoperto: che il suo nome era Witold Wycisk. E che somigliava come una goccia d’acqua al più noto (in Italia) Witold Wycisk. L’elzevirista aveva riportato in Italia anche una copia di The Sunday Time con la sua foto a piena pagina, per il timore di non essere creduto. Per qualche settimana ripresero vigore tavole rotonde, discussioni e rubriche di approfondimento sportivo.

La circostanza era clamorosa. I riscontri non erano facili ma risultava facilmente ipotizzabile che si trattasse di un fatto senza precedenti: un caso di omonimia e di somiglianza da lasciar sbigottiti. Fu scomodato anche il più premiato lettore de La settimana enigmistica, il più abile in Italia nel gioco dello scoprire insignificanti minute differenze tra vignette all’apparenza identiche; niente da fare: il professor Achille Bellavista passò intere notti insonne davanti alle foto dei due allenatori senza riuscire a trovare un solo particolare che li distinguesse. I più sostenevano che si trattasse di gemelli siamesi ma nessuno fu in grado di produrre alcuna documentazione a proposito e i due interessati si guardavano bene dall’affrontare la questione, anzi si ritirarono in un ostinato “silenzio stampa” a difesa della propria privacy. L’attenzione si esaurì. Non se ne parlò per settimane, finché il destino non decise che era giunto il momento della resa dei conti. Nelle semifinali di Coppa dei Campioni il Torino non dovette faticare per sbaragliare gli ungheresi del Ferencvaros e il Chelsea si sbarazzò facilmente del Benfica: italiani e inglesi si sarebbero dovuti incontrare un mese dopo per contendersi il titolo di campioni d’Europa. Partita secca al Parco dei Principi di Parigi. Ah, che emozione! La partita che tutti gli sportivi del mondo vorrebbero vedere. Uno di quegli incontri che rendono sconfinate le attese di ogni bagarino. Le due formazioni più in forma del momento, i due allenatori più popolari, in palio il titolo più importante… E io sarei stato presente! Mio nonno aveva permutato il trombone, fedele compagno di tanti anni di militanza nella filarmonica locale, con due biglietti di curva. Ma questo fu solo un episodio minore.

In quel maggio vidi famiglie definitivamente rovinate dalla passione per il fùt-bol. Tanto per fare un esempio, fra i tanti possibili, il padre del mio amico Dante per “viaggio, biglietto di tribuna e tour della capitale francese” ipotecò la casa. Al ritorno da Parigi la trovò vuota: sua moglie se ne era andata con il commercialista che aveva seguito la pratica, portandosi via anche i mobili. Era una donna bellissima e fedele ma non sopportava il gioco del calcio. Dante, allora maldestro ma arcigno difensore nella squadra dell’oratorio, rimasto solo con un pallone, nell’attesa del ritorno del genitore perfezionò il suo palleggio e di lì a poco fu “promosso” ala destra. Ma non poté dar seguito ai propri miglioramenti: pochi mesi dopo, il padre, annullato dai sensi di colpa, si sparò un colpo in testa; la casa finì in mano ai creditori e Dante si vide costretto a entrare in seminario e lodare il Signore ogni santo giorno, per il resto della sua vita*. … il T-day.

Avanzammo, io e mio nonno, su uno dei duecento celebri “torpedoni granata”. A bordo io ero il più giovane e il più emozionato, lui il più vecchio e il più insofferente di quella sfrenata euforia. I passeggeri non ubriachi già alla partenza si contavano sulla punta delle dita di una mano. Da Torino a Parigi fu un unico ininterrotto canto. Torino alé torino alé / torino alé torino alé / alé torino alé alé. Non fu possibile riposare un solo minuto. Mio nonno, imbronciato come un mastino, se ne stava seduto in prima fila alla disperata ricerca di uno sguardo di comprensione almeno da parte dell’autista. Le bandiere granata sventolavano dentro la vettura e fuori dai finestrini. Dacci la Coppa / oh Witold dacci la Coppa / dacci la coooppa / oh Witold dacci la Coppa… Tre chilometri ininterrotti di entusiasmo granata in marcia sulle strade prealpine e poi su su per la Provenza, il Delfinato, la Borgogna… Di Parigi non ricordo niente. Ero un bambino e le città per me erano tutte uguali, contenitori neutri; erano le mie esperienze a diversificare i luoghi. Ecco, se mi chiedessero cosa rammento di Parigi (non ci sono mai più tornato da allora), dovrei dire che la città quel giorno non c’era. C’eravamo soltanto noi: un fiume di bandiere italiane e inglesi; argini di bottiglie di barbera e di birra; un insistente fragoroso ipnotico frangersi di canti e cori. Scorrevamo senza fatica verso la foce del Parco dei Principi. Mi si perdoni lo slancio lirico di queste ultime pagine. Non avrei voluto che l’emozione del ricordo andasse oltre la giusta misura. Riprendo quindi – come si conviene – a riportare gli esatti accadimenti di quel giorno, senza nient’altro concedere al sentimentale e al pittoresco.

La partita era stata studiata e commentata da tutti i più grandi tecnici ed opinionisti sportivi del mondo ma nessuno aveva previsto quello che sarebbe successo di lì a poco. Certamente mai come allora ogni previsione era da considerarsi fatua. Le due squadre non avevano una loro vera e propria fisionomia tattica; si affidavano ad un gioco equilibrato e razionale, che prevedeva innumerevoli opzioni, tutte analizzate a tavolino fin nei minimi particolari. Ogni partita, ogni azione poteva essere completamente diversa dalla precedente, se era necessario affrontare l’avversario con strategie dissimili. Camaleontico: questo l’aggettivo adatto per descrivere il gioco di entrambe le formazioni. E fin qui, ne sono convinto, niente di straordinario: quante squadre si sono ispirate a un principio del genere nella storia del calcio… Ma nessun’altra mai è arrivata a tanto: i due Witold Wycisk erano riusciti con le loro rispettive formazioni a raggiungere l’obbiettivo assoluto che si erano prefissi: «giocare esatti». Questo aspetto non fu colto nitidamente dai commentatori dell’epoca: solo così si spiega come è possibile che un evento di questo genere possa essere finito così rapidamente nel “dimenticatoio”; o forse fu inconsciamente accantonato nel grande e buio sgabuzzino del rimosso collettivo, per evitare di dover fare i conti con le sue conseguenze: i due Witold Wycisk avevano definitivamente lacerato i lacci della mediocrità, avevano liberato il pensiero razionale da ogni sua inesattezza spingendosi fino alla sua applicazione perfetta, ma per giungere a cosa?

Sia chiaro che i miei sono ragionamenti a posteriori, e di tempo ne è passato così tanto che non giurerei certo sulla fondatezza di certe antiche impressioni. Questo è certo: così andarono le cose. Fu appresa con muta sorpresa da tutti gli spettatori, e soltanto una volta dentro lo stadio, la notizia più imprevista. Chi non aspettava che di vedere i due allenatori polacchi per la prima volta uno contro l’altro su un campo di gioco, rimase di sasso al comunicato diffuso dagli altoparlanti. I due Witold Wycisk non avrebbero guidato le rispettive squadre dalla panchina. L’uno e l’altro avevano l’abitudine di unirsi alla squadra soltanto pochi minuti prima della partita ma questa volta nessuno dei due l’aveva fatto: entrambi – e la coincidenza era clamorosa – durante l’ultima notte avevano accusato una fortissima forma influenzale e non erano potuti partire per Parigi. Se il disappunto dei settantamila spettatori si manifestò in un silenzio incredulo, possiamo solo elaborare fantasiose congetture sullo sgomento dei giocatori pronti a scendere in campo. Ma la partita era stata preparata con attenzione maniacale, come al solito e probabilmente ancora di più, e gli atleti avevano tutte le informazioni necessarie per affrontare l’incontro. Erano stati “programmati” a dovere.

Alle 20,30 esatte – ora di Roma – l’arbitro, il russo Rutenspitz, dette inizio alla partita più assurda di tutti i tempi. I giocatori, seguirono alla lettera, come sempre, le indicazioni del proprio coach. Per ogni manovra di smarcamento di un giocatore italiano, puntuale scattava la perfetta copertura della difesa del Chelsea e, viceversa, ogni tentativo di passaggio o di avanzamento inglese era annullato dall’intervento di un centrocampista granata. Nessuna azione di sfondamento fu abbastanza potente, nessun contropiede abbastanza rapido, da prendere di sorpresa gli avversari. Per centoventi minuti (compresi i supplementari) le due formazioni non riuscirono mai a far uscire la palla dal cerchio di centrocampo. Fu un’agonia. Al termine della partita i calciatori, delusi e tesi, si rifiutarono di procedere con i calci di rigore, consci che a niente sarebbero valsi per sbloccare la situazione. Tra la delusione generale, la Coppa non venne assegnata. I commenti dei giorni seguenti furono tanto vari almeno quanto lo erano state le previsioni. In Italia il sentimento più comune fu quello di un doloroso rimpianto, di quelli che uno prova quando attende una verifica importante e la sfortuna ci mette lo zampino proprio all’ultimo istante. «Se ci fosse stato lui… avrebbe cambiato qualcosa a partita in corso… una delle sue mosse… avremmo vinto sicuramente». Sì, più o meno tutti lo pensavano: a togliere al Torino la Coppa che meritava non erano stati gli avversari, bensì la sfortuna che aveva messo fuori uso l’arma più importante della squadra: l’intelligenza di Witold Wycisk.

La speranza nelle sue capacità però non venne meno: sarebbe bastato attendere l’anno successivo e la vittoria non sarebbe sfuggita. Ma non ci fu un analogo anno successivo. Witold Wycisk, irrimediabilmente prostrato dal fallimento delle proprie teorie, meditò a lungo e decise di rassegnare le proprie dimissioni. Il patron Basilio Scapinelli, amareggiato ma non rassegnato, tentò in ogni modo di dissuaderlo dalla propria decisione. Quando si rese conto che non c’erano speranze, si gettò anima e corpo nel tentativo di ingaggiare l’altro Witold Wycisk, egli pure dimissionario, ma anche quest’ultimo declinò ogni offerta senza mezzi termini. Il campionato ricominciò, come ogni anno, tra pronostici, entusiasmi e incertezze. Una parentesi si era chiusa; un’altra, certo meno memorabile, se ne apriva. Dei due allenatori polacchi non si è saputo più niente.

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Note:

  • In Inghilterra vigeva allora un devotissimo rispetto del giorno, il settimo, che il Demiurgo dedicò al riposo. È questo il motivo per cui le partite di calcio si giocavano di sabato. Questo valeva anche per gli altri sport. Per quanto riguarda il torneo di Wimbledon, si mise fine a questa osservanza una volta che nei giorni feriali era piovuto troppo. Del resto anche il Creatore, se fosse stato costretto a intermettere nei giorni lavorativi a causa del maltempo, avrebbe probabilmente recuperato il tempo perduto lavorando di domenica.
  • O almeno avrebbe dovuto. Io non l’ho più sentito o visto, ma notizie più recenti testimoniano di un suo anomalo percorso “spirituale”. Non potendo dimenticare l’antica passione, e approfittando di una posizione per certi versi privilegiata, Dante avrebbe continuato a coltivare la sua prima vocazione. Naturalmente nell’ombra, almeno fin quando la Guardia di Finanza non intercettò, sul finire degli anni Settanta, alcuni suoi ambigui messaggi a personaggi eminenti del mondo del calcio. Da lì prese il via la nota inchiesta sul “calcio-scommesse”. Dante, arrestato e condannato, fu poi condonato, pare in seguito a pressioni provenienti da ambienti vicini all’Opus Dei. In seguito intraprese senza troppa fortuna la carriera politica nelle fila della Democrazia Cristiana. Adesso ha aperto una ricevitoria parrocchiale a Marina di Massa. Con i proventi finanzia la produzione di programmi televisivi socialmente utili da parte della piccola emittente privata Tele Verità Latente.

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© Martino Baldi

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