Giorno: 4 settembre 2017

Gaia Giovagnoli, tre poesie

Venezia, Accademia Belle Arti, foto gm

Gaia Giovagnoli, tre poesie

*

Chiedessero zampe di passero a premere
sulle cinque del mattino o altri segni
che restino chiari all’oblio
chiedessero inchiostro volendo
di questa mano scontata e imprecisa
per quel divano stravolto e i piedi
che si scalzano e il busto
denudato dai lacci
chiedessero l’azzardo impreciso
delle labbra e il sale
della vertigine grossa
e della piena tra le cosce
chiedessero delle mani che afferrano
e della sete
del non dirsi che c’era qualcosa di figlio
a cadere col sudore
dalla tua alla mia fronte
chiedessero il tuono di risa digiune
che è un patto di fame
o del nodo di carne
chiedessero cose tremende e del vuoto
di non sapere se sai
questa foga di te

chiedessero ancora
continuassero sempre

*

Sono stata la larva
quel nocciolo vivo e impotente
che portavi con gennaio
gonfio nelle tasche
addomesticata e china
sopra ogni passo
(tanta parte di me la serravi nel pugno
adoravo la stretta solenne:
ogni gradino un altare)

sotto la tua pelle di cappotto
sono degenerata
ho infilato uno strano distacco
e l’altezza per quanto ho potuto
ora rendo il passo sincrono
a quello che è rimasto
vedi la rivoluzione:
non ho mani a portarmi

ho messo fuori gambe e testa
ora so i sacchetti della spesa
le mani accanite come bestie
il peso che grava gli artigli
so gli sbadigli di finestre accese
grigi sulle vie del centro
e gli alveari schiarati di neon
so quei mestoli d’alberi stremati
orizzontali sulle pentole gonfie
quando cucino per me sola

sono ancora in un cassetto a casa tua
nello spazzolino sulla mensola asciugata

hai saputo che non è un capriccio
la mia forma che scalcia nel sonno
quando mi hai guardato come sempre
e non mi hai riconosciuta

mai più io mi farò riconoscere:

perché per te fui donna terribile
o a ben guardare umana soltanto

*

Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima
se ripasso che non c’eri e quell’urgenza
– quante lettere hai sgranato in questa tana
ho buste pupe nei cassetti
di quel torpore –
Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo
mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò prima nata

E vorrei nuove costole
tutte solchi di binario
con fierezza ti terrei
dentro al corpo:
quando fissi la distesa
che deturpa
se stai sul giallo della linea
da non superare
e metti i soldi per l’acqua
nel distributore

sarebbero costole mie quelle che pesti
quando temi di voltarti
– quel non voltarti

*

©Gaia Giovagnoli

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)