Martino Baldi, Il sogno di Mou Ping Ho

Mou Ping Ho 01, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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Il sogno di Mou Ping Ho, da “Il libro delle leggende degli Otto Immortali”

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[terzo di quattro racconti (Qui il primo) e (Qui il secondo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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L’Immortale Han Chen Lo intraprese un giorno in perfetta solitudine un lungo viaggio di studio sulle tracce dei più promettenti allenatori delle grandi montagne del Nord, da cui giungevano sulle rive meridionali notizie di risultati sempre più stupefacenti. Han Chen Lo era a quel tempo, e già da molti anni, il grande maestro riconosciuto degli allenatori della regione dei mari meridionali, nonché grande alchemico e inventore della pozione dell’immortalità, grazie al quale aveva, per esempio, allungato a dismisura la carriera di alcuni dei maggiori calciatori dell’epoca, di cui non staremo qui a dire ma tra i quali si ricordi almeno l’inesauribile Tsa Neht Ti. Una sera, sull’imbrunire, di ritorno da una partita a cui aveva assistito nello stadio della vecchia capitale Ch’ang Mi Lan, si fermò a passare la notte in una grande locanda lungo la strada maggiore, dove erano solite soggiornare le squadre in trasferta e che per questo era diventata per lui, nel corso della sua lunga carriera, quasi una seconda casa. Non dovendo sottostare al rigido protocollo delle trasferte ufficiali, quella sera Han Chen Lo, invece di ritirarsi di buona ora nella sua camera, si trattenne a lungo nella taverna a riflettere su quanto di meraviglioso aveva veduto nel pomeriggio, naturalmente senza esimersi dal consumare lentamente, come da abitudine, una pingue cena a base dei più svariati tipi di carne e di pesce, nonché di molteplici contorni e condimenti. La frugalità non era mai stata il suo forte.

Dopo cena, immerso nel riordino degli appunti che aveva forsennatamente preso nel corso della partita, nella taverna Han Chen Lo perse per diverse ore coscienza dello spazio e del tempo. Era già passato di molto il momento in cui il numero che indica le ore, fattosi prima nullo e poi subito piccolissimo, comincia di nuovo a crescere, quando sollevò gli occhi. Il suo tavolo era completamente coperto da un disordine di matite e fogli con sopra nomi, brevi frasi e disegni (si trattava perlopiù di piccoli cerchietti e di frecce dritte, curve, incrociate…). I fogli lambivano pericolosamente anche la candela del contenitore di terracotta in cui continuava a sobbollire pacatamente il vino caldo e speziato; quante ne aveva nel frattempo consumate e sostituite, senza nemmeno pensarci? La sala era quasi completamente vuota. Soltanto un altra sagoma si individuava a fatica, seduta nell’angolo opposto al suo, e Han Chen Lo ebbe subito l’immediata percezione che quell’ombra misteriosa fosse lì proprio per lui e che lo stesse fissando dalla penombra in cui si era avvolto. Fu quindi assolutamente naturale vedere lo sconosciuto alzarsi, attraversare la sala buia e sedersi di fronte a lui dopo aver chiesto il permesso con un gesto muto del volto, ma più come se volesse accertarsi che era giunta l’ora di rispettare un appuntamento già fissato o, meglio, di dar seguito a cose già scritte nel libro del destino. Han Chen Lo riconobbe subito nelle sembianze dell’altro forestiero quelle di Mou Ping Ho. Nel pomeriggio dalle tribune dello Shan Shir aveva assistito al suo trionfo. Gli aveva visto compiere gesta che ne rivelavano l’indubbio genio.

Nel corso della partita, la più importante dell’anno, Mou Ping Ho aveva cominciato schierando i giocatori secondo un modulo tradizionale ma poi, di azione in azione, aveva ripetutamente spostato i centrali sulle ali e le ali al centro, aveva motivato gli attaccanti a difendere e i difensori ad attaccare, il tutto con la complicità infallibile dei centrocampisti; aveva preparato il portiere a spiccare il volo e indotto gli arbitri a prendere decisioni a suo favore con un lungo lavoro psicologico iniziato già nel corso della settimana. Quell’uomo, pensò subito Han Chen Lo, conosceva i segreti della esattezza e della verità, eppure c’era qualcosa in lui che lo teneva lontano dalla Via. E così ogni volta egli confermava con un’invenzione o un gesto la sua sapienza e allo stesso tempo ne mostrava il lato oscuro. Questa stessa cosa accadde nei primi momenti di quella conversazione notturna, dei cui dettagli non ci è dato sapere alcunché, salvo che fu chiarissimo molto presto a Han Chen Lo quale fosse la situazione spirituale del suo interlocutore: Mou Ping Ho era uno spirito eletto e destinato senz’altro all’immortalità ma la sua preparazione meticolosa e pressoché perfetta era ancora troppo ancorata ai testi classici confuciani e ai loro rigidi protocolli e sistemi di valutazione. Il motivo per cui non riusciva a liberarsene era evidentemente che, troppo abbagliato dalla sete di gloria, non poteva considerare con la giusta profondità gli aspetti metafisici della propria disciplina.

Mou Ping Ho 02 – illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

Han Chen Lo allora, nel bel mezzo di una discussione sul tema dell’immortalità (che Mou Ping Ho tendeva a confondere con il tema assolutamente opposto della fama), avvicinò al suo interlocutore un calice fumante di vino dove aveva reconditamente versato una mistura di spezie provenienti dall’officina medicinale del Palazzo della Gioia Eterna. Stremato per la stanchezza accumulata durante il giorno, Mou Ping Ho cadde in men che non si dica in un sonno profondissimo e fu subito rapito da un sogno tanto realistico che lo si poteva interpretare, se non leggere, attraverso il sussultare delle sue palpebre serrate. Si vide nella sua città, al ritorno dal viaggio e dalla vittoria, acclamato e portato in trionfo. Si vide destinato a vittorie in campionati e trofei ancora più importanti. Si vide insignito di onori e di titoli. Si vide preposto a incarichi sempre più illustri e in squadre sempre più prestigiose. Vide campioni ipnotizzati dalle sue parole. Vide presidenti in ginocchio di fronte alle sue richieste. Vide giornalisti dagli occhi atterriti per le sue collere. Vide intere metropoli ricolme di tifosi in delirio che scandivano il suo nome per le strade… E tutto ciò durò anni e anni, finché un giorno, giunto al culmine della sua gloria, chiamato a dirigere la squadra più leggendaria del continente, il Wángshi Zŭ, l’unica a cui fosse permesso l’onore di indossare divise candide come la neve delle montagne sacre del T’ai Shan e del Hua Shan, l’Imperatore di Giada e l’intera Corte Celeste, offesi da una sua dichiarazione durante un’intervista, gli volsero le spalle. La sua vicenda di trionfi si mutò d’un tratto in ignominiosa sventura. I risultati iniziarono a venir meno proprio mentre i rivali storici del Lánsè-Shíliúhóng, si mostravano di giorno in giorno non solo imbattibili ma ammirati ovunque per il loro gioco, di una bellezza con pochi precedenti, sotto la guida di un allenatore che aveva ormai rubato a Mou Ping Ho le prime pagine dei giornali.

Temuto fino ad allora per la sua capacità di controllare i demoni e l’ignoto, egli perse il controllo anche di se stesso e si trovò a compiere giorno dopo giorno gesti dovuti a un nervosismo sempre più convulso. Per la prima volta nella sua lunga storia di allenatore non gli fu rinnovato il contratto. Cambiò squadra ma non ebbe miglior sorte. I risultati non arrivavano e nel corso di una partita delicatissima che non stava andando per il verso giusto si rivolse verso le tribune e mostrò il dito medio a una parte degli spettatori che manifestavano segni di impazienza e di delusione. Fu duramente contestato dai tifosi e vilipeso dai giornalisti. Non rispettato dai propri giocatori, dovette subire l’onta dell’esonero a stagione in corso. Cambiò nuovamente squadra e nuovamente venne esonerato e ancora cambiò squadra e ancora venne disonorevolmente esonerato e ancora e ancora e ancora. A rendere ancora più brucianti le ferite della sventura andava aggiunto che le squadre che si liberavano di lui riuscivano solitamente in poco tempo, abbandonati i suoi metodi e i suoi schemi, a migliorare i propri risultati. Ridottosi ad allenare squadrette di campagna in campionati infinitamente minori, la sua supponenza pareva però aumentare in modo inversamente proporzionale alla sua fortuna. Le sue reazioni sempre più irascibili e presuntuose gli causarono il disprezzo universale dei colleghi. I tecnici della regione dello Shaanxi giunsero perfino a richiedere (e ottenere) che la Federazione locale gli sospendesse il patentino di allenatore per eccesso di intemperanze e riconosciuta mancanza di sportività.

Mou Ping Ho era ormai considerato alla stregua di un cane senza padrone. Denunciato dalle famiglie di alcuni giovanissimi atleti gli venne infine riconosciuto un peccato gravissimo, punito nella sesta corte dell’Inferno Taoista: l’empietà nel comportamento e nel linguaggio. Destinato dunque a essere punito per l’eternità in compagnia di suoi pari, quali i falsari e coloro che vengono sorpresi a fare i loro bisogni nei dintorni di un tempio sacro, si risolse a togliersi la vita per accorciare almeno gli anni della ignominia sulla terra. Vagò per giorni e giorni nei boschi ombrosi del Maoshan, nei pressi del Monastero dell’Oscuro Mistero, di giorno ricercando le radici opportune alla preparazione della pozione che lo avrebbe liberato da tanta vergogna e di notte ululando al cielo la sua folle e dolorosissima disperazione. Trovato il necessario preparò senza ripensamenti l’infuso letale. Chiuse gli occhi nel mentre si avvicinava alle labbra il liquore letale e riaprendoli per un attimo nell’istante esatto del primo sorso, per dare un ultimissimo sguardo alla vita, si risvegliò lì, nella locanda, di fronte alla tazza fumante del vino e agli occhi saggi e comprensivi di Han Chen Lo. Quel sogno convinse Mou Ping Ho che la via della gloria è caduca e non virtuosa. Decise quindi di abbandonare le vecchie aspirazioni e di seguire Han Chen Lo nel suo viaggio di studio, dopodiché si ritirò in silenzio e meditazione per molti anni senza che di lui si potesse avere notizia. Quando ormai tutti lo davano per disperso, tornò a manifestarsi tra gli uomini e, temprato e plasmato dalla lunga e approfondita pratica della Via, divenne nel breve volgere di qualche mese uno dei più grandi interpreti del calcio taoista. Fu così infine assunto tra gli Immortali e va detto che, tra gli Otto Immortali, nonostante la sua inclusione sia stata la più recente e controversa, Mou Ping Ho è ancora oggi il più popolare e il suo culto il più diffuso. La sua immagine si trova appesa all’ingresso di moltissimi stadi, numerosi allenatori si ispirano a lui e un numero sterminato di club gli sono intitolati ogni giorno.

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© Martino Baldi

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