Giorno: 28 agosto 2017

Le “parole salvate” di Goliarda Sapienza

Le ‘parole salvate’ di Goliarda Sapienza. Per fare un po’ di chiarezza su Ancestrale

di Fabio Michieli

 

 

Ruggiero Di Lollo una volta disse che Goliarda Sapienza «ha salvato tutte le parole che ha voluto salvare»; Di Lollo disse ciò riferendosi alla narratrice, alle molte parole con le quali Sapienza ha costruite non solo le pagine di L’arte della gioia, ma ogni pagina di ogni suo romanzo e ogni suo taccuino. Eppure, come più volte ho sostenuto, questo salvataggio risale a molto prima; risale alla frattura generatasi dalla morte di Maria Giudice, e per uscire dal lutto e prima ancora dalla fatica del lutto – un lutto lontano, archetipico, sigillato sin dalla scelta del suo nome da parte dei genitori – Goliarda Sapienza iniziò a scrivere poesie che la ricongiungessero con la parte di sé perduta anche attraverso il salvataggio di una lingua fondata su precise parole dal senso pieno, totale, mai abbozzatto, mitigato, ac­cennato, eluso o alluso: una lingua assoluta.
E quali sono queste parole salvate? Sono parole d’uso comune che in lei diventano indicatori tematici: sole, sangue, amore, pane, legno, corpo, madre, padre, figlio, figlia, luna (sempre con valenza negativa, come in Notte siciliana: «La luna mente/ La lingua fra le labbra/ Sanguina/ Sul silenzio convulso degli uccelli/ Dietro c’è un sole»), per dirne alcune, e tutte sempre afferenti alla quotidianità e provenienti da una lingua piana ma non popolare, affini quindi alla lingua della poesia del secondo dopoguerra che co­nobbe un progressivo al­lontanamento dalla necessaria oscurità della poesia italiana predominante tra le due guerre mondiali.

Ora che Ancestrale non è più una assoluta novità, e che della poesia di Goliarda Sapienza si è cominciato a scrivere con volontà critica, è giunto pure il momento di fare un po’ di chiarezza e, per esempio, smettere di contrapporre questa sua poesia alla stagione ermetica: è un antagonismo che non regge perché quando Ancestrale fu organizzato per la prima volta gli stessi protagonisti della seconda e più influente stagione ermetica avevano cessato di essere tali. Pure un esordiente Zanzotto aveva già iniziato a contaminare la koinè ermetica con massicce dosi di realismo storico. Luzi aveva virato verso una poesia più narrativa e meno debitrice del simbolismo. Montale aveva consegnato il suo terzo libro che è tutto fuorché ermetico.
Tirare in ballo gli oscuri versi ermetici per contrapporvi la luminosità di Sapienza equivale a indulgere nell’errore. Soprattutto se consideriamo i debiti contratti come lettrice con Ungaretti, Montale, Quasi­modo e Gatto; debiti “scolastici”, sia ben inteso.
Pensiamo, ed è un esempio tra i più lampanti, all’attacco di A mia madre e a quel «Quando» che sembra discendere direttamente dal «Quando» posto in apertura da Ungaretti nella sua poesia Nostalgia. L’invo­cazione è medesima, ed è innegabile la paternità ungarettiana dell’incipit per l’assidua frequentazione di Goliarda lettrice con la poesia di Ungaretti, salvo naturalmente il successivo sviluppo nelle consuete mo­dalità della prosodia della poeta siciliana, ferma restando la staticità evocativa e rappresentativa tipica del petrarchi­smo imperante anche nella tradizione primo novecentesca.

Altro mito da sfatare è quello della semplicità, della immediata chiarezza o comprensibilità, della poesia di Goliarda Sapienza. E chi scrive in questo momento è uno che in precedenza ha sempre appoggiato questa linea interpretativa, ma che dopo riletture continue, dovute anche a una sorta di convivenza con Ancestrale come conseguenza dello spettacolo Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, ha negli ultimi due anni maturato un’altra visione d’insieme di questa poesia.
Tolto un gruppo non folto di componimenti, effettivamente immediati in conseguenza alla deriva narrativa o di un avvicinamento alla prosa, in linea col gusto corrente di non poca poesia tra la fine degli anni Cinquanta e i successivi Sessanta del secolo scorso, non pochi testi in realtà si propongono quali istanta­nee di un momento emotivo individuale per i quali, l’assenza di un contesto che ne chiarisca l’origine, si rende inevitabilmente vana ogni esegesi che espliciti il significato dei versi.
È questo di sicuro il caso di uno dei componimenti più oscuri, quasi ‘ermetico’ per scelte sintattiche messe in atto, presenti in Ancestrale:

Scialli neri parati contro il sole
precipitano il delitto. Un lutto stretto
avvolge i tetti il mare. I topi
assetati attendono il segnale, la risacca
col suo bottino d’alghe
cadaveri conchiglie.

Si tratta di un chiaro ricorso a un immaginario di simboli non certo afferrabili alla prima lettura, dove la presenza umana è relegata ai paramenti luttuosi o, per paradosso, ai corpi attesi perché privati della vita a causa di un naufragio probabilmente. Perché è di questo che la poesia di Goliarda Sapienza parla: di pescatori morti per annegamento, e che non tornando alle proprie case, hanno innescato la ritualità del lutto di una comunità. Prima ancora del significato, del senso della poesia, ossia di quell’elemento che in una tipologia di poesia che si vorrebbe chiara, comunicativa, dovrebbe giungere subito, arrivano le immagini, i simboli di una poesia che, invece, si propone proprio di esaltare tutta la sua forza evocativa con strumenti provenienti dalla poesia degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, attraverso anche l’eco pirandelliana. Una poesia, insomma, profondamente intrisa di riferimenti letterari.
Ciò che distingue questa poesia di Goliarda Sapienza da una poesia di Alfonso Gatto, per esempio, è il costante ricorso a un lessico comune piano, sorretto, però, da una tutt’altro che piana sintassi (l’uso tran­sitivo del verbo ‘precipitare’ ne è la riprova). L’evitare ogni aulicismo non è, e non può essere considerato, sinonimo di semplicità e comunicabilità.

Ciò che in sostanza Goliarda Sapienza salva è il lessico domestico ereditato di sicuro dalla madre, Maria Giudice, primo motore della poesia di Ancestrale; un lessico, come più volte ripetuto, molto semplice, piano, ribadisco non popolare, in cui agiscono però moltissimi altri elementi che denunciano comunque quella appartenenza borghese che fece sì che questo libro non fosse compreso a suo tempo.

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Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)