Giorno: 16 agosto 2017

#PoEstateSilva #24: François Nédel Atèrre (Francesco Terracciano), Inediti

Posso dire, di me, che camminare
per le strade degli altri mi è piaciuto,
che fosse nebbia o sole. Come tutti
ho preso qualche treno, alla stazione
altri ne ho attesi, pieni di persone
nervose, che tornavano da un viaggio.
I miei ritratti, in semplici cornici
-ch’ero bambino, in altri appena nato
stanno sopra le mensole di casa
niente mosaici d’oro, niente croci
giganteggianti in cupole tagliate
che il sole fa brillare, dai rosoni.

Volendo precisare, ho speso molto,
scelto con cura tutti i miei vestiti
libri ed oggetti, cambiato dimora
-una, ricordo, aveva le finestre
sopra il canale, amata dalle barche
che entravano con l’ombra nelle stanze-
ma niente che era mio offendeva gli altri.
Per altri versi, rimanevo a casa
sacrificando giornate di sole
qualche altra l’ho goduta, per la strada
coi vecchi amici, con persone nuove.
Altro non serve, credo, di sapere.

26.03.2017

*

Elegia per Lucifero

Non ho memoria del volo, ma ancora
so riconoscere la scia nell’aria,
la resistenza, tra le onde di azzurro
che si condensa in lamine, nel cielo.
Non sanno, questi sversatoi, di stagni
ghiacciati, della pece che ribolle
ma tutto quello che brucia, sui lati
gomme e grovigli, manda fumo nero.
Potrei allungare l’ombra, disgustare
sputando insetti e vertebre d’argilla
ma preferisco saltare, con magri
felini tra le biche, in mezzo all’erba.
Mi manca oggi la luce, ma non quella
del dio nascosto, che un tempo mi amava:
mi adira, di non leggere la grazia
sui volti umani che dovrei dannare.

07.05.2017

*

E tu mi chiedi ancora le passioni
e l’avvenire, che non è avvenuto
avaro, dopo tutto questo tempo.
Cavalli alati, foreste abitate
dalle creature giovani del mito
in assemblea operosa, i nove cieli
che il frassino sorregge, gli elfi chiari
la luce intensa dei grandi disegni.

Io ho imparato a tornarmene a casa
dopo il lavoro, come passeggiando
per un giardino, facendo la strada
che taglia in due la cima dei palazzi.
Mi bastano i rami del pioppo, i fiori
semplici e forti, che spuntano al ciglio
di un muro basso, per calmare il peso
di ogni magnifica bugia sul petto.

Più tardi, so che troverò i miei libri
sul tavolo, come li ho lasciati
la sera prima, il paralume sghembo
che fa risplendere soffitto e muri
di segni d’aria, qualcosa da bere.
Le mie care ombre, sedute in soggiorno
sempre eleganti, per l’ora di cena
saranno lì ad attendermi, in pensiero.

12.02.17

*

La bella gente se n’è andata tutta.
La luce delle lampade si è spenta.
È misterioso, il bagliore del cielo.

Adesso può risplendere, la sera.

25.01.17

Francesco Terracciano (François Nédel Atèrre/Francis Norleigh/Francesco Miti) è nato a Napoli l’undici agosto 1967.
Dopo la maturità scientifica, ha studiato Economia presso la “Federico II” di Napoli, dove ha lavorato come Assistente fino al conseguimento della laurea.
Si è trasferito a Venezia nel ’97, dove è stato impegnato, nel tempo concesso dal lavoro principale, in progetti teatrali e letterari.
Ha collaborato con associazioni culturali e riviste locali, pubblicando un libro di poesie “Phonè” (1992, Cultura 2000 Editrice RG), un libro di racconti “Il Salice Bianco” (1996, Tip. La Nuova Editrice NA).
Dal 2001 è tornato a Napoli, dove risiede attualmente. Lavora in banca.

 

#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

*

ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

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