Giorno: 4 agosto 2017

#PoEstateSilva #8: Anita Piscazzi, tre inediti

Al passo di bestia mando la notte
nel lampo del buio

in quel dove sacro mi ritrovo più che
nelle linee della tua fronte.

Tu tremi alla lingua futura che lecca
natiche, stringe, osa nel gran caldo
scoprendo la ferita che fruga i semivivi

Lo riconosci quest’inizio ti senti muta di serpe

E lenta abito le ore della notte bevendo vini
forti al ballo dei santi tutto in un solo giorno
ubriachi di beffa e di luna.

Cade in testa il cielo dall’occhio arabo
a sfamare lo spazio col pasto di tetano.

E tu come Parmenide trasformi
la pesantezza in leggerezza

(altro…)

#PoEstateSilva #7: Noemi De Lisi, da La stanza vuota

I
..
In fondo al lungo corridoio di penombra, senza voci, c’era
………………………………………………………[la stanza vuota.
La casa era vecchia, non era manco nostra: soli io e mia
………………………………………………………[madre l’abitavamo.
“Sei stato sfortunato a nascere qui, figlio mio”, mi diceva
………………………………………………………[battendosi il petto
mentre io annuivo e strizzavo la faccia in un sorriso come
………………………………………………………[mi aveva insegnato.
Sempre passavo davanti alla stanza vuota: tutto era fermo,
………………………………………………………[antico, impolverato.
Qualche volta ci trovavo dentro mia madre. Stava seduta
……………………………………………………….[sul letto rifatto
il capo chino, le mani intrecciate sul grembo. Subito facevo
……………………………………………………….[un passo indietro
per non farmi vedere, mi appoggiavo alla parete e lei
……………………………………………………….[piano piangeva:
“Ora, mamma, perché te se nei andata?”
Poi mi allontanavo in punta di piedi e facevo finta di non
………………………………………………………..[averla sentita.
Di notte dei rumori venivano dalla stanza vuota: scricchiolii,
……………………………………………………………………[tonfi,
qualcuno chiamava. Rimanevo fermo, gli occhi spalancati
……………………………………………………………………[nel buio
e non riuscivo a fare un passo verso quel fondo lontano
………………………………………………………….[che s’agitava.
Mia madre dormiva con affanno e sembrava parlarmi
………………………………………………………….[anche da muta:
“Un’altra madre per un’altra vita avresti potuto averla,
………………………………………………………….[figlio mio”
E un grido fatto col mio nome cominciava a rincorrermi
………………………………………………………….[dalla stanza.
Gli andai incontro col passo nel buio mentre soffiavo tra i
………………………………………………………….[denti: “Shhh…”.
Spinsi l’interruttore, era tanto che non la vedevo accesa
…………………………………………………[come sempre era stata
quando tornavo a casa ed era la prima cosa che vedevo: il
………………………………………………………[segnale, il saluto
la luce riversa sul pavimento nella solita forma davanti la
………………………………………………………[porta aperta.
Entrai nella stanza accesa con una mano sugli occhi perché
………………………………………………………[mi facevano male.
Pensavo a mia madre addormentata dall’altra parte del
………………………………………………………[corridoio: “Shhh…”.
Mi sedetti sul letto col capo chino, le mani fra i capelli.
………………………………………..[Tutta la stanza era cambiata.
Ogni sguardo mi ricordava una cosa diversa: l’armadio
…………………………………………[spostato, le riviste impilate,
le scatole con le fotografie, i sacchi colmi di vestiti, il lume
…………………………………………………….[rotto sul comodino.
Mi alzai, tentennai, aprii le mani per prendere qualcosa e
…………………………………………………[poi le chiusi nei palmi:
“Cos’è questo disordine… chi c’è stato qui?”
Da quando ero entrato, nessun rumore più scuoteva la
……………………………………….[stanza vuota, nessuna voce
chiamava quel nome. E stavo in piedi fermo com’era
………………………………………..[giusto fare, eppure ero vivo.
La casa era buia, solo una stanza era accesa: “Ora,
………………………………….[mamma, perché te se nei andata?”

*

II
..
Aveva scelto pochi ricordi da ripetere a memoria.
Vissi con lei così a lungo che ignaro li imparai tutti.
E se lei cominciava a recitare:
“Presi a scendere la rampa correndo,
avevo in braccio il mio bambino,
il suo corpo sussultava a ogni gradino
mentre io lo riempivo di lacrime”.
risuonava in me come un vissuto da protagonista.
Mi sorprendevo a imitare la sua voce al telefono,
l’abitudine di premere piano una mano sul petto
mentre l’altra porta il cibo alla bocca socchiusa.
Spesso mi sorpresi in queste pose
e mordendo le unghie di nascosto
mormoravo: “Sembro mia madre”.
Abitavamo una casa troppo grande,
ovunque mi voltassi era presente:
in fondo all’eco del corridoio,
negli scricchiolii delle persiane.
Una volta saltellò sul posto
ora su un piede, ora sull’altro
presa da un’infantile frenesia
davanti a un cesto di datteri maturi.
Sceglieva i migliori agitando l’indice su di essi,
cantilenando fra sé: “Questo mi piace, questo no”
convinta che io non la vedessi.

*

III

..
Fra quelli che conoscevo ero l’unico a non avere una casa.
“Da morta mia madre non mi lascerà niente” ripetevo agli altri
“non ha nemmeno una tomba per morire”.
E sorridevo di rabbia, sputavo per terra mentre lo dicevo.
Sopportavo i morsi che mi davo da dentro se mi ricordavo di lei,
di lei che mi diceva: “Non ti posso vedere infelice, figlio mio”.
Poi mi raccomandava la sua morte: “Quando sarà mi devi bruciare.
Buttami nel vento, fammi volare” mi pregava “fammi volare”.
E non sapevo dove mettere gli occhi mentre lo diceva:
“Non in faccia” pensavo “non devo guardarla”.
Allora picchiettavo le nocche sotto il tavolo: toc toc.
“Cos’è? Hanno bussato?” subito si preoccupava.
“Vado a vedere io, tu sta’ qua”.
Mi alzavo svelto nella gioia del tranello e all’ingresso mi fermavo.
Davanti alla porta ad alta voce chiamavo: “Chi è? Chi è?”
e aspettavo lì quale voce doveva venire anche se l’ultima era
…………………………………………………………………[stata la mia.

..

© Noemi De Lisi, da La stanza vuota, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2017