Giorno: 28 luglio 2017

‘Bassa Marea’ di Sandro Frizziero e Michele Vangelista

BASSA MAREA

I.

Ricordo intrecci di rami; la linea bianca al margine della carreggiata, l’asfalto grigio, poi nero, poi ancora grigio. La tua voce che mi parlava di questo o di quello. Allora non lo immaginavi, ma avevo già imparato a non ascoltarti. A non ascoltare più niente; solo le cose importanti. Trattavo l’esistenza come se, dopotutto, fosse sempre possibile trovare una via di scampo, una soluzione. Ancora oggi mi trovo spesso a bisbigliare senza motivo un “passerà”.
Ricordo la tua mano che reggeva il volante con sicurezza; ogni tanto allargavi le gambe nell’angusto spazio dell’abitacolo. Eppure, non ti mancava il respiro, non ti sentivi soffocare dentro all’automobile che ci conduceva, centrotrenta chilometri orari, dall’Italia alle coste dalmate e poi più a sud, fino a Spalato. Anzi, sembravi esattamente a tuo agio mentre guidavi.
Forse perché, come si dice, la vita è un viaggio. Questa è una bella metafora! Come suona bene! Come sembra vero! Un viaggio involontario di certo, durante il quale non c’è nulla da scoprire, niente che possa sorprenderci davvero; neppure il mare, immenso, che s’apriva al nostro sguardo, ogni tanto, tra la vegetazione.
Ricordo la radio che trasmetteva le informazioni sul traffico, i rallentamenti, le deviazioni. Noi correvamo liberi, la nostra strada era sgombra. Contavamo di arrivare al traghetto per Vis all’ora di cena.

II.

Ti guardo mentre guidi, mentre parli, mentre ti sistemi i capelli e mi convinco che tu vivi in linea retta. Ti muovi da A a B senza deviazioni, senza lungaggini perché la strada più breve, per te, è sempre la migliore; e B è il punto che hai previsto, il risultato dei tuoi sforzi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni. Il tuo mondo è un piano cartesiano nel quale sai sempre dove sei, nel quale hai tutto sotto controllo, anche gli assi nascosti e le scelte dubbiose.
Tu, caro e amato poligono regolare, mi odieresti, o forse compatiresti, se sapessi, invece, che io sono una linea curva, a tratti attorcigliata, a tratti impedita nel suo andare, come le alghe spinte dalla corrente e trattenute dai pali; una linea spiraliforme, che non mi permetterebbe di raggiungere il punto B anche se lo avessi già riconosciuto.
Ebbene sì, lo confesso: passo gran parte delle giornate a disbrogliare i nodi dei miei pensieri che non mi fanno mai del bene e non mi fanno mai sentire più intelligente. Pensieri da poco, con la “p” minuscola, robetta insulsa che filosofi e psicologi sdegnerebbero. Da fuori, lo so, sembro avere la potenza di un treno, la schiettezza dell’orizzonte, senza alture o doline, senza colline o torri. Ma che ci posso fare se dentro di me è tutto in disordine, se sotto il mio tappeto lo sporco si accumula? Fino a quando riuscirò a tollerare, fino a quando riuscirò a nascondere, a sotterrare e dissotterrare questo infinito cimitero di pensieri?

III.

Alta pressione sull’Adriatico, anche sopra questa striscia di sabbia dove si trascinano gli anziani mattinieri e si accumulano le alghe marcescenti. A chi guarda, il paesaggio non dice altro, per paura o per pudore.
Una coppia di giovani, che non sembra una coppia e forse non lo è, si muove a passi lenti. Lui, con la testa bassa e lo sguardo teso, forse cerca qualcosa e non sa cosa, come l’uomo che costeggia la battigia con il metal detector sognando un tesoro. E come i cercatori di vongole scavano con le mani nella sabbia, lui dà l’impressione che questo qualcosa sia sepolto e segreto, eppure vicino, palpabile. Lei, invece, come i gabbiani volteggiano alti e poi atterrano all’improvviso, alterna espressioni indecifrabili a un broncio di noia rassegnata.
L’alta pressione tiene, allontana certamente il maltempo e forse anche le lacrime, che pure potrebbero scendere all’improvviso, perché non esiste un “limite acque sicure” se non per essere superato e bere l’acqua del mare; far entrare il mare dentro di sé e pentirsene.
La coppia, che non sembra una coppia e forse non lo è, si allontana, mentre la radio di un chiosco appena aperto trasmette le previsioni del tempo. Le ore passeranno e i due non avranno capito ancora nulla l’uno dell’altra. Quanto tempo servirà loro per non capirsi del tutto?
Il tempo si manterrà stabile. Nessun rovescio. Niente di nuovo.

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Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)