Giorno: 27 luglio 2017

L’ultima nuvola di Beppe Costa. Una proposta di lettura

Beppe Costa, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2015, pp. 102, euro 10,00

al dolore concedete metà del tempo
ma l’altra metà, vi prego,
consegnatela all’amore

Nel 2015, Beppe Costa ha pubblicato per l’Associazione Culturale Pellicano da lui stesso fondata, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, una raccolta che attraversa letteralmente la vita e le sue contraddizioni con grande ‘costanza’, anche secondo quello che è il racconto del poeta stesso nella sua quotidianità. Non sarà scontato ricordare per un momento che il titolo pare strizzare l’occhio al tema portante di un famoso brano di De Andrè del 1990, Le nuvole (anche titolo di un suo celebre album). Noi ricordiamo con necessità, prima di immergerci nei versi di Costa, che il testo recita così: «Vengono vanno ritornano/ e magari si fermano tanti giorni/ che non vedi più il sole e le stelle/ e ti sembra di non conoscere più/ il posto dove stai// Vanno vengono/ per una vera mille sono finte/ e si mettono lì tra noi e il cielo/ per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.//»
Possiamo prestare attenzione alla metafora che il cantautore genovese e il poeta catanese condividono (entrambi nati in una città di mare con non poche affinità): pare proprio trattarsi dell’abbaglio, della finzione, dell’andirivieni, che le nuvole portano con sé. Ma L’ultima nuvola apre anche a un ‘amore’ lirico − sempre questo lo stile del nostro autore − che rappresenta due poli dell’essere, non in contrapposizione ma in compresenza: l’essere ultimi e ‘outsider’, e il conoscere la rarefazione vitale di cui la nuvola si fa portatrice.

Si può affermare che la ‘resistenza’ e la ‘delicatezza’ attraversino interamente i versi, così come avviene anche nella raccolta del 1986 Canto d’amore, da cui traggo questi versi: «Avrei voglia di sentirlo battere il cuore/ amplificarsi fino a scoppiare/ Avrei voglia di pensare ai miei anni tutt’insieme/ esser sconfitto e riprender daccapo/ Avrei voglia di bere tanto vino/ impazzire ubriaco senza più occhi per raccontare// Avrei voglia di correre all’infinito/ e vedermi arrivare sempre prima di me».
Lo sguardo del poeta non è edulcorato, tuttavia, nella raccolta del 2015, e non si abbandona a facili rifrazioni dell’io; fa i conti, invece, con un sentire fragile, abbracciando la vita anche alle estremità:

mi fermo a pensare
questa via sconosciuta
piena di metallo e sacchi vuoti
dove anch’io ho fatto la mia parte

una vita di resti dove non c’è
neanche l’ascensore per salire
anche poco e ritrovare
il perduto tempo delle cose

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Lalla Romano: una poesia lunga una vita (di Daniel Raffini)

Forte è la tentazione di cercare un momento iniziale, originario ed epifanico, che si ponga come punto di partenza delle parabole dei grandi scrittori. Se nel caso di Lalla Romano volessimo cedere a questa tentazione, dovremmo citare l’incontro con Eugenio Montale nel 1940 in un bar di Forte dei Marmi, così raccontato dalla stessa Romano:

Al Forte (nel ’40) abbordai Montale al Caffè Roma – era solo – disinteressatamente. Si stupì che l’avessi riconosciuto e s’informò sul mio paese; poi mi domandò se scrivevo e mi chiese di leggere qualcosa. Portai un mazzetto di fogli alla sua pensione; mi restituì le poesie con crocette in cima alle preferite e piccole osservazioni. Mi chiese anche se ne avevo delle altre, si poteva farne qualcosa; non ne approfittai: ero troppo contenta.

Le poesie lette da Montale confluirono in parte nella prima raccolta di Lalla Romano, Fiore, che è l’esordio letterario di quella che fino ad allora era stata una promettente pittrice della scuola torinese, poi insegnante di storia dell’arte e bibliotecaria a Cuneo. Tra Fiore del 1941 (per Frassinelli) e Giovane è il tempo del 1974 (per Einaudi), raccolta definitiva, c’è L’autunno, pubblicata nel 1955 (Edizioni della meridiana). Tre tappe di un percorso poetico limpido e coerente che Lalla Romano porta avanti per tutta la vita, affiancandolo alla produzione in prosa che la renderà famosa. La poesia sembra essere il luogo di riflessione, personale e letteraria, dove si sviluppano temi, idee e poetiche che ritroviamo nella produzione narrativa della scrittrice. Tre tappe – Fiore, L’autunno e Giovane è il tempo – che possono essere considerate come un solo movimento lungo tutta una vita. Le prime due raccolte confluiscono infatti nell’ultima, mostrando attraverso un percorso variantistico esibito l’evoluzione non solo della scrittura, ma anche della poetica della scrittrice. Un’evoluzione che – per dirla in poche parole – si concretizza in una sempre maggiore importanza data all’immagine, all’elemento visivo ed istantaneo, e a una progressiva universalizzazione dei concetti, dalle prime personalissime narrazioni amorose di Fiore fino alle riflessioni metafisiche e universali che chiudono Giovane è il tempo.
Non dobbiamo però pensare che l’ultima raccolta sia una negazione delle precedenti, che anzi le comprende e le riassume, mostrando il divenire del pensiero e il percorso della scrittrice. Quello descritto è prima di tutto l’itinerario della sua vita – e della vita di tutti – dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Giovane è il tempo si impone allora come summa e superamento delle due raccolte precedenti, prodotto ultimo e definitivo della poesia di Lalla Romano. I temi cari alla poetessa vengono ora inseriti in una struttura precisa e interviene un’azione di omologazione stilistica maggiore rispetto alle raccolte precedenti. Dal punto di vista tematico il filo conduttore è la riflessione intorno al tempo, magnificamente espressa nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

Giovane è il tempo

Come un fanciullo
cade ogni sera addormentato e stanco
e noi vediamo illanguidire il cielo
lontano, dietro cupi archi di foglie

Si ridesta felice
mentre intatto
sugli assorti giardini e sulle ville
emerge dalle nere ombre il mattino

Già da questa poesia si ravvisa la semplicità e insieme la forte carica sapienziale della poesia di Lalla Romano, una poesia che attraverso immagini quotidiane e minime riesce a sondare le aree più elevate della riflessione.
Giovane è il tempo, a differenza delle raccolte precedenti, è organizzata in sezioni, che ci mostrano il percorso del pensiero di Lalla Romano e la sua evoluzione nel corso del tempo. Nel suo insieme la raccolta si configura allora come il racconto della vita interiore della scrittrice. Converrà percorrere brevemente questo itinerario, seguendo la pista indicata dall’autrice componendo le cinque sezioni della raccolta.
La prima di esse, I flauti acerbi, ruota attorno ai temi della natura e delle stagioni. Partendo da una primavera che, pur essendo momento di rinascita, si popola di nubi e ombre, in cui gli uccelli impazziscono e gli alberi sono schiantati al suolo dal vento, si arriva a un inverno che congela le campagne e le città, l’opera naturale così come quella umana. La natura si presenta dunque con il suo volto doppio, in tutta la sua contraddittorietà irrisolta e irrisolvibile. Nella sezione successiva, Il caro odore del corpo, Romano ritorna all’esperienza amorosa di Fiore, un amore che vive nel sogno ma che sa anche mostrare il suo lato più passionale. Le poesie de La bocca arida rimandano invece al tema dell’attesa, del distacco e dell’allontanamento, della pena e della colpa che minacciano l’amore; l’io poetico di ribella a questo distacco, cerca di lottare, prima di arrendersi. Anche qui siamo nei territori di Fiore, le cui poesie vengono riprese e modificate in nome della nuova poetica dell’immagine. (altro…)