proSabato: Enzo Striano, Il resto di niente

«Meu Deus, que calor!»
Lenòr si levava all’alba, estenuata. Nelle notti d’agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino, erbe putride, urina, bulicanti dall’acqua marcia che infettava gli scalini melmosi nell’antico porto.
Cosa non si disfaceva per quel tratto sordido di fiume! Barconi tenuti insieme con spago, carogne d’animali, stracci.
Norcinai e pesciaroli sventravano sul molo capretti, polli, pesci di mare o di Tevere, poi spazzavamo a secchi d’acqua, facendo precipitare pei gradini  torrenti di rigaije (dicevano così, aveva imparato bene la pronuncia) sanguinolente, pallidi gomitoli di grasso, cordate palpitanti d’intestini.
Ma le piaceva osservare la vita sudicia, clamorosa, di Ripetta, dal balconcino delle sue prime esperienze romane. Da lì vedeva canne e olivastri a riva di Trastevere, le acque finalmente pulite nell’ansa dopo Ponte Sisto.
Verso Ponte Sant’Angelo galleggiava il gran mulino delle sue fantasie, fatto di rami e di corde. Era attraccato a un pontile per due gomene sfilacciate. Se il padrone avesse voluto, sarebbero bastati una voce, un frullo di ormeggi e via: il mulino avrebbe ripreso a navigare, spinto dalla corrente. Magari verso il mare.
Dal balconcino imparò le prime parole del dialetto  in quel circoscritto osservatorio l’era nata la convinzione un po’ paurosa che i Romani fossero attaccabrighe, violenti, nulla al mondo amassero più di carne vino insulti.
Ora, però, contava quasi undici anni. Pensava. E i Romani le parevano pure tribolati da inspiegabili angosce.

Non avrebbe mai dimenticato una sera d’inverno che il padre la condusse in Laterano, con suo fratello José e il cugino Miguelzinho.
Vento pungente scoteva le cime oscure degli alberi intorno la gran piazza sterrata, zeppa di folla urlante nei tabarri. Le torce nella loggia centrale della basilica si scarmigliavano alle raffiche, sommovendo di bagliori e d’ombre il popolo di statue che incombeva dal frontone.
Il papa re non arrivava mai, la folla tumultuava, insultava, provava a spezzare le alabarde dei giganteschi Svizzeri rossi e gialli, luccicanti di ferro. Finalmente ombre nel fosco della loggia: esplose urlo straziante, interminabile. Si strinse al padre, spaventata. Ma non sarebbe andata via per nessuna ragione.
Il papa bianco apparve. Era grande, massiccio, tra diaconi neri. Le parole che andava pronunziando non s’udivano, per distanza e clamore. Lo vide alzare una manona enorme, nel gesto di benedire, fu allora che si scatenò l’inferno. Uno dei diaconi agitò pergamene, accennando a buttarle. La folla ruggì, si slanciò, travolgendo gli Svizzeri in parossismo di colpi, spinte, mani dibattute nel vento. I fogli ondeggiavano sul tumulto, vennero inghiottiti dalla rissa.
«Ohla sò! Eles matam-se… S’ammazzano per raccogliere un pezzetto di quelle carte!» spiegò il padre, scotendo il capo con aria cupa.
«Ma che cosa c’è scritto?» chiese lei, sconvolta.
«Le parole della benedizione. In italiano e in latino»

Poi conobbe cose più belle, di Roma e dei Romani. Desiderava capirla presto, bene, questa città che l’avrebbe accolta, dal momento che le vicende della vita v’avevano trasportato la sua famiglia, e quella di sua madre. Ed anche questo avrebbe voluto conoscere, con precisione: perché i de Fonseca Pimentel Chaves e i Lopez de Leon avessero dovuto abbandonare il Portogallo. Nessuno della famiglia amava parlarne, da vovó Eleonora a papài, allo zio abate Antonio, il Mentore di tutta la tribù. Un giorno, tuttavia, avrebbe capito, saputo. Per ora stava attentissima, soprattutto alla gente.
Miguelzinho era compagno delle sue esperienze. Si spingevano in ardite esplorazioni della città, per le quali poi venivano rimproverati. Ma così aveva conosciuto l’incantesimo verde e assolato del Pincio, la dolcezza di Santa Maria del Popolo.
Qui, lungo la discesa, avevano incontrato un caprettaro col suo armento bianco nero e belante, in ballonzolio di poppe gonfie che perdevano latte sul selciato. Tal’e quale quello che tutte le mattine saliva i vicoli tortuosi di Ripetta, per mungere a ogni ballatoio.
Amava ficcarsi con Miguelzinho nella folla a Ripa. Negozietti, antri di ciabattini, fabbri, mostre graveolenti di pizzicaroli. Non avevano soggezione di chiedere il nome d’un oggetto, il senso d’una frase ascoltata lì per lì.
«Noi siamo Portoghesi, ma dobbiamo vivere qui. Vogliamo diventare Romani» spiegavano, con infantile malizia e tutti sorridevano, specialmente le donne.
«A’nvedi, core mio, ‘sta pupa ch’occhi neri che ci ha. So’ de foco. E che bei riccetti mori! È portughesa. Fijetta d’oro! Vor sape’ che vor di’ “pulentara”,[1] innocenza bella! Ma chi è che parla cussì per ‘ste contrade? E che vie’, da San Michele?[2] No, amore mio, queste nun so’ parole da ‘mpara’. Devi da ‘mpara’ li nomi de le chiese, de li posti belli: er Vaticano, Santa Maria der Popolo, piazza Navona… Ce se’ ita mai a Piazza Navona?»

Enzo Striano, Il resto di niente (Parte Prima, cap. 1). Edizione di riferimento: Oscar Mondadori maggio 2016, ristampa 2017, pp. 3-5

[1] Ammalata di scolo.

[2] San Michele a Ripa, antico ospedale per malattie veneree.

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