Giorno: 20 luglio 2017

Maurizio Manzo, Inediti da “La resilienza della sagoma”

Foto di Maurizio Manzo

imperdibile a volte decapitata
la sagoma fa una densa danza
e rotola dove finisce la luce
la rivedi al mattino
quando persino il destino
sogna una propria sorte meno decisiva

se riparte da un punto
perde l’orientamento
per ogni discussione
si ritira in se stessa
non spera in comprensione

lei, la sagoma, non sa cosa sia speranza
non rispetta le regole
formule sconosciute
rifiuta il cibo
e per questo pare ribelle
anche se ci provano
il seme non attecchisce e spesso rimbalza

*

al contrario dei santi
le sagome galleggiano
non inquinano e si raggruppano
senza fomentare
si fanno trasportare
sono innocue e non trasmettono malattie

la deriva non le spaventa
una soluzione mirata
sostituirle con la carne
che imputridisce
e risveglia altri squali
in apparenza hanno l’animo di un bambino

socializzano col silenzio
puoi privarle di status quo
del mangiare dell’aria sana
se cammina scalza non sente
male e non sa dove si trova
sono puntuali difficilmente si stancano

*

anche l’anima della sagome
sembra introvabile
questo la rende simile
agli esseri umani
se ti affezioni puoi dipingerla
con molti strati e pure con pitture tossiche

di rimbalzo la luce
sembra animarla
crescono a dismisura
paiono più di noi
fanno paura riunite in cerchio
ma non esistono specie pericolose

in politica è un mondo
di sagome
se ne servono per principio
di quelle di cartone
che il macero distrugge
ogni colore e nasconde ogni pentimento

*

il benessere le ha investite
nel boom economico
il colesterolo è stabile
non mangiano carne né bevono
quando sentono dire a qualcuno
“sei una sagoma” non mostrano vanità

la psoriasi sta alla larga
dalle sagome solo muffa
nei periodi di pioggia
cosparge il primo strato
non va mai a male
né produce botulino scabbia o sifilide

quelle ignifughe sono sparse
nelle isole nei campi
frustate dal grano stordito
dal vento
sembrano lanciarsi commenti
che non arrivano e si perdono tra i pollini

Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
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