Giorno: 12 luglio 2017

Cortona on the move 2017

© Justyna Mielnikiewicz

Da domani giovedì 13 luglio e fino al primo ottobre, Cortona (AR) si trasformerà in un fondamentale e stimolante punto di riferimento per la fotografia contemporanea. Inaugura infatti la VII edizione di Cortona on the move Il festival di fotografia che oltre a ospitare numerosi talenti, si presenta anche nel suo divenire con una rassegna di eventi e letture portfolio che attirano studenti, amatori, professionisti, giornalisti del settore da tutto il mondo. Nato nel 2011, già nel 2013 il Time inserisce il festival nella guida dei dieci appuntamenti imperdibili. Nel 2014 Donald Winslow, fotoreporter ed editor di News Photographer Magazine, definisce Cortona On The Move “il miglior festival d’Europa se non del mondo”. Se già Cortona di per sè è un luogo che si distingue per la bellezza degli spazi e del paesaggio, va segnalato il fatto che tutti gli eventi e le mostre sono ospitati all’interno di architetture e spazi urbani caratteristici e caratterizzanti per la storia e la struttura urbanistica del centro urbano; piazze, giardini, cortili, antichi palazzi, la storica fortezza del Girifalco o edifici inutilizzati da tempo come il Vecchio ospedale che viene aperto al pubblico e come negli anni prcedenti “rivitalizzato” proprio in funzione dell’evento. Questa sinergia integrativa è sicuramente uno dei punti di forza del festival.
Se ne parliamo qui è perchè, proprio per volere del direttore Antonio Carloni e della direttrice artistica Arianna Rinaldo (che ringrazio entrambi per la gentile ospitalità durante il “making of“), Cortona On The Move vuole essere il centro dinamico di chi fa della fotografia uno strumento di narrazione visiva. Cortona On the move perchè “come la vita è fatta di movimento, a maggior ragione deve muoversi la fotografia che ne ritrae la continua trasformazione e, al pari del linguaggio e della grammatica, deve evolversi secondo lo spirito dei tempi per essere la lingua franca, accessibile a tutti, che ha il compito di informare e documentare, creare e provocare, emozionare e sorprendere“. Tra i tanti autori esposti per esempio troviamo il venezuelano Luis Cobelo con il progetto ZURUMBÁTICO, un omaggio personale ai 50 anni di Cent’anni di solitudine;  un viaggio attraverso tutti quei sentimenti e stati d’animo suggeriti dalla parola “zurumbático” che hanno accompagnato Cobelo nel Nord della Colombia, dove Gabriel García Márquez è nato e ha costruito la sua opera. Imperdibili saranno le esposizioni dei lavori di Donna Ferrato con AMERICAN WOMAN: 40 YEARS (1970s-2010s)  che raccoglie per la prima volta all’interno di una mostra le sue fotografie tratte dagli archivi personali, di violenza domestica e di scambismo (swingers) e Matt Black, fotografo dell’agenzia Magnum  con la sua THE GEOGRAPHY OF POVERTY, una ricerca fotografica sull’america più povera. Il Maec ospita la mostra di Pete Souza, il fotografo personale di Obama alla Casa Bianca. Per tutti gli altri autori, le location e per tutte le informazioni su eventi, modalità di accesso, biglietteria, vi rimando al sito e alla pagina facebook dove potrete seguire tutti gli aggiornamenti

La formula del festival prevede una serie di eventi durante le tre giornate inaugurali.

Giovedì 13 alle ore 17 avrà luogo l’inaugurazione nel cortile di Palazzo Casali, già sede del Maec. a cui seguirà una visita inaugurale alle mostre in presenza degli autori.
Venerdì 14 nelle sale di PALAZZO FERRETTI avranno luogo le Letture portfolio con esperti nazionali e internazionali; nella cosìdetta COTM zone, sede del bookshop, sarà possibile farsi autografare i libri da  Justyna Mielnikiewicz, Donald Weber, Luis Cobelo, Daniel Castro Garcia, Miyuki Okuyama e sarà possibile partecipare a visite guidate con gli autori.
Sabato 15 luglio altre letture Portfolio e Booksigning con Jessica Backhaus, Donna Ferrato e Klaus Pichler.

© Iacopo Ninni

 

 

 

 

Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

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Martino Baldi, HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

Quetzalcoalt, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

[primo di quattro racconti di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Caso più unico che raro nella storia del calcio mondiale è quello del messicano Hermano Quetzalcoatl, designato tecnico della nazionale mesoamericana per investitura divina. Già scultore, pittore, poeta, filosofo, astrologo e dongiovanni, Quetzalcoatl intraprese la carriera sportiva in età avanzata e in seguito a un singolare avvenimento*. Aveva da poco compiuto i 67 anni. Durante una di quelle passeggiate con cui era solito concludere le giornate di studio raccogliendo i pensieri nella quiete della natura circostante Città del Messico, si trovava a costeggiare il campo sportivo in cui si stava allenando la nazionale messicana di calcio. Improvvisamente il cielo sereno fu squarciato da un fulmine di inaudita violenza che colpì e ridusse in cenere l’allenatore della squadra. Sgomento e terrore regnavano ancora in campo quando un cono di luce si aprì dal più alto dei cieli investendo l’imperturbabile filosofo, più incuriosito che stupito, e un’aquila dall’elegante volo si depose con grazia ed autorità sulla sua fronte.

Tra i giocatori adoranti, il presidente della Federazione Messicana Giuoco Calcio non perse tempo in inutili procedure e consultazioni: Hermano Quetzalcoatl fu nominato seduta stante Commissario Tecnico della nazionale. Da quel pomeriggio del 1431, per trentatré anni, il nostro ebbe in mano le sorti calcistiche del paese senza che mai una volta la sua posizione fosse messa in discussione da chicchessia. Fu anzi un modello per intere generazioni di messicani. Mai turbato, tanto meno infuriato, le sue istruzioni sembravano essere magicamente accolte nell’animo dei calciatori senza bisogno di ricorrere a metodi dittatoriali. Imponendo, questo sì, innumerevoli allenamenti e seminari di studio ai suoi atleti (che comunque sembravano non desiderare altro), riuscì ad applicare al calcio tutti i principi su cui aveva esercitato fino ad allora la sua sensibilità.

L’organizzazione di gioco del Messico toccò culmini di straordinaria e irripetuta perfezione, tanto che spesso gli spettatori si disinteressavano completamente del risultato per ammirare le bellissime trame e disposizioni realizzate sul campo dai giocatori biancoverdi, con o senza palla. È probabilmente questo il motivo per cui le cronache dell’epoca ci permettono di sapere pressoché tutto delle partite dirette da Quetzalcoatl ma non tramandano alcuna informazione riguardo ai risultati, che comunque “furono sicuramente ragguardevoli”*. Fu per primo un ispirato spettatore haitiano a riconoscere nella disposizione dei messicani sul campo il disegno di un misterioso fiore. Con il passare del tempo eventi del genere si fecero più frequenti. Nella partita celebrativa del primo anniversario dell’investitura, secondo una testimonianza diretta, la squadra si dispose in modo tale da raffigurare con il movimento dei giocatori quello di un fulmine ripetutamente scagliato contro la porta avversaria. Il tutto sotto la guida magnetica del poeta allenatore, che assisteva alla partita in piedi ai lati del campo, sguardo fisso, braccia incrociate sul petto, con l’immancabile aquila sulla testa, in silenzio e concentrazione assoluti.

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