Giorno: 5 luglio 2017

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #2

Paolo Triulzi

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INFERNO GIALLO

 

Aprii gli occhi con la radio sveglia. Davano Condemnation dei Depeche Mode. Avevo dimenticato di abbassare le tapparelle e la stanza era piena di una luce gialla. La musica mi prese allo stomaco, non riuscivo a ricordarmi che giorno fosse. Avrei detto domenica, anche per via della nausea. Se la sveglia suonava però non poteva essere, era programmata per non accendersi la domenica.

Mentre familiarizzavo con l’idea che probabilmente non era domenica, quella luce gialla mi confondeva e faceva paura. Poi, dato che la radio continuava a suonare, mi girai a guardarla. Erano le sette, del mattino. Ricordai che non lontano da casa uno stabilimento aveva preso fuoco di recente. Il giorno prima forse, non avrei saputo dire.

C’era una luce da incendio, infatti, come quando le colonne di fumo coprono il sole. Aprii la finestra. Non si sentiva niente. Il silenzio più assoluto. Un odore di detriti nell’aria, quello però capita spesso d’estate nelle zone limitrofe di Milano. Pensai che forse, mentre dormivo, il mondo era finito, che forse erano tutti morti. Feci una doccia, mi vestii con giacca e cravatta e uscii per andare in ufficio. Da casa alla stazione del treno non incontrai nessuno.

Sceso a Cadorna il sole, grosso e potente, mi colpì in faccia. Misi i miei Persol nuovi e abbassai la testa. Avviandomi verso l’altro lato della piazza notai che la mia ombra era stesa per terra davanti a me. Controllai di nuovo che il sole fosse di fronte e infatti c’era. Camminando piano in mezzo alle corsie che tagliano la piazza mi guardai intorno. Le cose buttavano ombre in ogni direzione. I lampioni tutti a destra, le persone un po’ a caso.

La luce non era più gialla ma bianca, bianchissima. Qualche giorno prima ero a pranzo con Davide. Gli avevo chiesto se non gli sembrava che ci fosse sempre meno gente in giro. Ne parlammo, lui non era d’accordo. Dove avrebbe dovuto essersene andata la gente? Anche quella mattina non c’era in giro nessuno. Poche auto, poche persone. Mi sembrava Gorizia una notte che c’ero stato nei primi anni duemila: una città fantasma. Lì però si sapeva la gente dove se n’era andata.

Su Facebook i miei post avevano sempre meno like. Anche i miei contatti che di solito avevano un sacco di like ne avevano sensibilmente meno. Altri poi non pubblicavano neanche più da non avrei saputo dire quando. Spariti. Camminando per una via che portava fuori dalla piazza mi guardai nei vetri di un’auto parcheggiata per accertarmi di avere i capelli in ordine. Non vidi niente. Né la mia faccia, né altri riflessi. Solo una specie di arcobaleno da benzina.

Erano le lenti dei miei nuovi Persol, secondo me. Quando li indossavo non vedevo un sacco di cose. Neanche dentro gli schermi dei telefoni o delle pubblicità vedevo. Solo arcobaleni della benzina. Ne avevo parlato con Fabrizio una notte, qualche settimana prima. Hanno le lenti di vetro, gli spiegai. Non plastica, vetro. Cazzo me ne frega se hanno le lenti di vetro, disse. Neanche lui era d’accordo con me. Sono pericolosi, disse. Non avevo capito in che senso.

Fino al lavoro non incontrai più nessuno. Mi tolsi i Persol prima di entrare e mi specchiai nella porta a vetri dell’ingresso. Timbrai il cartellino e salii le scale. Tutti erano già ai loro posti, piegati sulle scrivanie o catatonici dentro al monitor del pc. Di quelli, a differenza di tanti altri, non ne scompariva mai neanche uno. Arrivai nel mio ufficio e la luce era di nuovo gialla. Rimisi i Persol, controllai in giro, li tolsi di nuovo.

Subito dopo di me entrò nella stanza il capo. Si mise a parlarmi, a parlarmi molto. Misi a posto la borsa e appesi la giacca alla gruccia e lo guardai. Non avrei saputo dire di cosa stesse parlando, forse mi aveva fatto una domanda. Non risposi niente. Considerai se rimettermi i Persol e cercare di far scomparire anche lui. Non lo feci. Accesi il computer, la stampante e la fotocopiatrice. Quando finalmente alzai gli occhi e lo guardai si interruppe e mi osservò strizzando gli occhi. Che faccia da cazzo hai? Mi chiese.

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Adriano Padua, Still life

Adriano Padua, Still Life, Miraggi edizioni 2017, € 10,00

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non c’è una medicina ma la cura
del nostro male è la ferita stessa

Si usa spesso il termine “levare” quando si parla di poesia. Lo usano, a volte, gli autori per raccontare i loro versi, la tecnica che usano per lavorare a un testo affinché questo possa considerarsi concluso. Lo usano i critici perché è considerata poesia riuscita quella da cui più si toglie, quella che lascia fuori; che il verso sia il risultato anche di cose che non compaiono, ma che esistono. Levare per lasciare immaginare, a chi legge naturalmente, ma anche a chi scrive, perché ciò che il poeta lascia fuori è qualcosa di non concluso, è sempre la domanda a cui ritornare.

Leggendo Still Life di Adriano Padua ho pensato ad altre parole, ho riflettuto sul verbo sparire, ho pensato al dissolversi, a un modo di fare a meno, che poi è anche un farsi a meno, un farsi meno, un sottrarsi. Ho pensato a cose molto belle come sempre si spera che accada quando leggiamo.

questa notte è un rosario di assenze
ed ognuna ha il suo nome preciso
è una pace girata al contrario
un sipario calato sul mondo
che la luna disvela splendendo
nella sua luce madre rinchiusa
inchiodata sui muri a agitare
delle case l’anomala quiete

 

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