Giorno: 1 luglio 2017

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

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(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)