Mese: luglio 2017

#PoEstateSilva: dall’1 al 25 agosto sul nostro blog

«Per quest’anno/ non cambiare/ stesso blog/ diverso mare»: anche per il 2017 e per tutto il mese di agosto, i redattori del blog si prenderanno una pausa estiva. Per questa ragione, dall’1 al 25 abbiamo pensato a una rubrica dal titolo PoEstate Silva: due post al giorno di poesia e prosa, ‘opere’ di autori che, negli ultimi dodici mesi, sono pervenute alla redazione. Riceviamo, come tante altre realtà, molti materiali e per ragioni diverse legate anche agli impegni di vita di tutti, non è sempre possibile dare risposte di ricezione, accoglienza e rifiuto che siano vicine alla data della proposta. La rubrica estiva nasce perciò dall’esigenza di dare spazio a voci edite e inedite, che abbiamo raccolto, letto e scelto nell’ultimo mese, e che proponiamo ai lettori. Non ci saranno interventi critici al momento, da parte nostra, ragione per cui non troverete, nella rubrica, saggi o note di lettura. E non interromperemo le rubriche del fine settimana: proSabato e I poeti della domenica proseguiranno anche per il mese d’agosto. Siamo certi che la nuova rubrica susciterà curiosità: molti autori sono infatti del tutto inediti e, per questa ragione, da scoprire. Pensiamo al blog sempre come a un luogo di confronto, aperto e libero; con quest’auspicio, che persegue gli intenti dalla fondazione, vi auguriamo buona estate.

La redazione

La poesia di Shane MacGowan (di R. Canaletti)

La poesia di Shane MacGowan

di Riccardo Canaletti

«He said one thing yesterday; he said “I just want to be a singer. I don’t want to be an actor, I don’t want to be a poet, I don’t want to be a writer, I just want to be a singer.” But of course he is an actor, he is a poet and he is a comedian and he is a writer; he is all of those things.»
(Christy Moore su Shane MacGowan)

Un irlandese passeggia dondolando per le strade luride della città, ubriaco fradicio, ha le spalle basse e un po’ di gobba come se esistesse solo il cappotto appeso ad una gruccia. Si slaccia i pantaloni e va in un angolo, inciampa e si rompe i pochi denti buoni che ha (ne ha davvero pochi perché non li lava, per non parlare della carenza di Vitamina C). Questo è Shane MacGowan, la voce lirica dei The Pogues e successivamente dei The Popes. Un poeta, sì, un poeta suo malgrado. L’antieroe, il “balordo” che scriveva canzoni d’amore, roba da far impallidire Bukowski.
Parla d’amore, sì:

Now the song is nearly over
We may never find out what it means
Still there’s a light I hold before me
You’re the measure of my dreams

E la tenerezza prevale su tutto, sulla violenza del suo sguardo, da vecchio clown. Forse lo è, un pagliaccio, il “pagliaccio” di Böll, che si siede e pensa e denuncia. E MacGowan non si censura, lui vive, e la vita – come la poesia, come la musica – è un atto politico prima di tutto, nel senso più profondo e autentico del termine: È resistenza. La lotta alimenta molti dei suoi testi, una lotta che tradisce una certa malinconia di fondo, quasi tentasse di descrivere un mondo dietro l’ombra della sua giacca, dietro il vetro verde della sua bottiglia. Tutto è ovattato e allo stesso tempo sofferto, graffiato, punito. Shane MacGowan si sente condannato e questo lo rende poeta; la consapevolezza delle sue colpe lo rendono onesto, vero, pieno. La sua vita è un romanzo, dalle tante figure sul palco (vomitò persino una volta), fino ai problemi con la droga per cui finì in carcere e la sua amicizia con un’altra grandissima cantante, Sinéad O’Connor.  La misura dei suoi sogni, quella donna, quegli occhi, quella canzone che avrebbe voluto dedicarle, sono la proporzione del suo cosmo, un universo affollato, disordinato, come le tipiche stanze delle rockstar nei film. Il suo è un grande palazzo mentale che si modella, poco alla volta, su un linguaggio specifico, quello che in letteratura è proprio del Realismo sporco. Ma c’è di più, non comunica solo il “vero”, egli comunica la malattia. La sua malattia prima di tutto, la dipendenza, il nichilismo che lotta con lo spirito di critica della società («People are talking about immigration, emigration and the rest of the fucking things. It’s all fucking crap. We’re all human beings, we’re all mammals, we’re all rocks, plants, rivers. Fucking borders are just such a pain in the fucking arse»). Ma anche la malattia del mondo, non più capace di vivere le cose con romanticismo. Lui è, in fondo, un eroe romantico; ricorda l’Adam di Only lovers left after life, quello che lo stesso regista Jim Jarmusch definì «Hamlet as played by Syd Barrett». Lui è un poeta del delirio, del viaggio, un poeta enorme, il poeta della vertigine. Nella sua musica, il folk-punk anglo-irlandese, gli strumenti si intrecciano a formare una tessitura anch’essa sovraccarica. Sembra tutto un continuo accenno, come se volessero ancora aggiungere e aggiungere. Anche la sua musica, seppur apparentemente gioiosa e ballabile (il folk ha una certa “passione” per il modo maggiore) è una malattia. Egli usa un linguaggio claudicante e la sua poesia zoppica e si trascina come se balenasse sul ponte da sottocoperta e fosse presa a strattoni dalla corrente.
E il suo sguardo, abbiamo già detto violento, è netto, non lascia spazio all’interpretazione. MacGowan “dice cose”, non costruisce grandi castelli di parole. Egli sa cosa vede e lo dice e non teme la miseria di linguaggio, o la rima facile; egli prende tutto quello che può e non scarta mai, che sia una metrica “comoda”, o una baciata facile. Non si preoccupa e questo lo rende spensierato e greve allo stesso tempo, perché solo chi è libero può sentire addosso tutto il peso dell’esistenza.

We watched our friends grow up together
And we saw them as they fell
Some of them fell into Heaven
Some of them fell into Hell

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© Riccardo Canaletti

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I poeti della domenica #184: Nicola Gardini, Qualcosa

Qualcosa

Forse qualcosa in quell’acqua
per la prima volta che chiama
come se fosse l’ultima volta
di là da qualsiasi chiarore

di ogni chiarissimo nome –
Qualcosa che è la stessa cosa
che chiama irrimediabilmente
eppure non vuole farsi ricordare –

Scherzi dell’acqua sfiorata
dallo sguardo e non capita
che forse non era un’acqua

neppure e in quel qualcosa
comunque continuerà, ancora
per nessuno tenterà una parola.

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Nicola Gardini, Le nuvole, Crocetti, Milano, 2007

I poeti della domenica #183: Roberto Carifi, Drieu

Drieu

Ho guardato la polvere,
nient’altro che la polvere, il diario
e l’arma vicino al cuore.
Quando racconta c’è una lampada al neon,
una lampada che colpisce.
Dice voltatevi dalla parte giusta,
verso codesto esilio,
lo so che saremo interrogati,
che questa luce è finta.

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Roberto Carifi, Nel ferro dei balocchi. Poesie 1983-2000, Crocetti, Milano, 2008

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

Libro Primo – Sulla soglia dell’alveare

Non intendo scrivere un trattato di apicoltura o allevamento delle api. Tutti i paesi civili ne hanno di eccellenti che è inutile rifare: la Francia ha quelli Dadant, di Giorgio de Layens e Bonnier, di Bertrand, di Hamet, di Weber, di Clément, dell’abate Collin, eccetera; i paesi di lingua inglese hanno Langstroth, Bevan, Cook, Cheshire, Cowan, Root e i loro discepoli; la Germania ha Dzierzon, Van Berlepsch, Pollmann, Vogel e molti altri.
Non si tratta neppure di una monografia scientifica dell’apis mellifica, ligustica, fasciata, eccetera, né d’una raccolta di nuove osservazioni o nuovi studi: non dirò quasi nulla che non sia noto a quanti hanno avuto un po’ di pratica con le api. Per non rendere pesante questo libro, ho riservato a una opera più tecnica un certo numero di esperimenti e di osservazioni che ho fatto durante i miei venti anni di apicoltura, e che sono d’un interesse troppo limitato e troppo speciale. Voglio solo parlare delle “bionde api” di Ronsard, come si parla, di una cosa che si conosce e si ama, a quelli che non la conoscono affatto. Non intendo ornare la verità, né sostituire, secondo il giusto rimprovero rivolto da Réaumur a quanti prima di lui si sono occupati delle api da miele, un “meraviglioso” compiacente e immaginario al “meraviglioso” reale. Già troppo “meraviglioso” c’è nell’alveare, perché vi sia ragione di aggiungerne altro. Del resto, da molto tempo ho rinunciato a cercare in questo mondo una meraviglia più interessante e più bella della verità, o almeno dello sforzo che l’uomo fa per conoscerla. Non affanniamoci a trovare la grandezza della vita nelle cose incerte: tutte le cose ben certe sono grandissime e finora noi non abbiamo compiuto il giuro di alcuna di esse. Nulla dunque esporrò che non abbia io stesso verificato, o che non sia talmente ammesso dai classici dell’apidologia da rendere oziosa qualsiasi verifica. La mia parte si limiterà a presentare i fatti in una maniera altrettanto esatta, ma un po’ più vivace, a mescolarvi alcune riflessioni più ampiamente svolte e più libere, a raggrupparli in modo più armonico che non si possa fare in una guida, in un manuale pratico o in una monografia scientifica. Chi avrà letto questo libro non sarà in grado di curare un alveare, ma conoscerà press’a poco tutto quanto si sa di certo, di curioso, di profondo e di intimo sui suoi abitanti. Non è molto, di fronte a quello che rimane da imparare. Taccio di tutte le tradizioni erronee che nelle campagne e in molte opere formano ancora la leggenda dell’alveare. E quando ci sarà dubbio, disaccordo, ipotesi, quando arriverò all’ignoto, lo dichiarerò lealmente. Vedrete che ci fermeremo spesso dinanzi all’ignoto. Tranne i grandi atti sensibili della loro organizzazione e della loro attività, nulla si sa di totalmente preciso sulle favolose figlie di Aristeo. Via via che le andiamo allevando, constatiamo sempre più d’ignorare le profondità della loro esistenza reale; ma è questa una maniera d’ignorare già migliore dell’ignoranza incosciente e soddisfatta che forma il fondo della nostra scienza della vita; e probabilmente è tutto quello che l’uomo può lusingarsi d’imparare in questo mondo.

© Maurice Maeterlinck, “La Vita delle api”, trad. di C. Siniscalchi, in Maurice Maeterlinck, a cura di Ruggero Jacobbi, Torino, UTET, 1967 (prima edizione originale: Parigi 1901)

‘Bassa Marea’ di Sandro Frizziero e Michele Vangelista

BASSA MAREA

I.

Ricordo intrecci di rami; la linea bianca al margine della carreggiata, l’asfalto grigio, poi nero, poi ancora grigio. La tua voce che mi parlava di questo o di quello. Allora non lo immaginavi, ma avevo già imparato a non ascoltarti. A non ascoltare più niente; solo le cose importanti. Trattavo l’esistenza come se, dopotutto, fosse sempre possibile trovare una via di scampo, una soluzione. Ancora oggi mi trovo spesso a bisbigliare senza motivo un “passerà”.
Ricordo la tua mano che reggeva il volante con sicurezza; ogni tanto allargavi le gambe nell’angusto spazio dell’abitacolo. Eppure, non ti mancava il respiro, non ti sentivi soffocare dentro all’automobile che ci conduceva, centrotrenta chilometri orari, dall’Italia alle coste dalmate e poi più a sud, fino a Spalato. Anzi, sembravi esattamente a tuo agio mentre guidavi.
Forse perché, come si dice, la vita è un viaggio. Questa è una bella metafora! Come suona bene! Come sembra vero! Un viaggio involontario di certo, durante il quale non c’è nulla da scoprire, niente che possa sorprenderci davvero; neppure il mare, immenso, che s’apriva al nostro sguardo, ogni tanto, tra la vegetazione.
Ricordo la radio che trasmetteva le informazioni sul traffico, i rallentamenti, le deviazioni. Noi correvamo liberi, la nostra strada era sgombra. Contavamo di arrivare al traghetto per Vis all’ora di cena.

II.

Ti guardo mentre guidi, mentre parli, mentre ti sistemi i capelli e mi convinco che tu vivi in linea retta. Ti muovi da A a B senza deviazioni, senza lungaggini perché la strada più breve, per te, è sempre la migliore; e B è il punto che hai previsto, il risultato dei tuoi sforzi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni. Il tuo mondo è un piano cartesiano nel quale sai sempre dove sei, nel quale hai tutto sotto controllo, anche gli assi nascosti e le scelte dubbiose.
Tu, caro e amato poligono regolare, mi odieresti, o forse compatiresti, se sapessi, invece, che io sono una linea curva, a tratti attorcigliata, a tratti impedita nel suo andare, come le alghe spinte dalla corrente e trattenute dai pali; una linea spiraliforme, che non mi permetterebbe di raggiungere il punto B anche se lo avessi già riconosciuto.
Ebbene sì, lo confesso: passo gran parte delle giornate a disbrogliare i nodi dei miei pensieri che non mi fanno mai del bene e non mi fanno mai sentire più intelligente. Pensieri da poco, con la “p” minuscola, robetta insulsa che filosofi e psicologi sdegnerebbero. Da fuori, lo so, sembro avere la potenza di un treno, la schiettezza dell’orizzonte, senza alture o doline, senza colline o torri. Ma che ci posso fare se dentro di me è tutto in disordine, se sotto il mio tappeto lo sporco si accumula? Fino a quando riuscirò a tollerare, fino a quando riuscirò a nascondere, a sotterrare e dissotterrare questo infinito cimitero di pensieri?

III.

Alta pressione sull’Adriatico, anche sopra questa striscia di sabbia dove si trascinano gli anziani mattinieri e si accumulano le alghe marcescenti. A chi guarda, il paesaggio non dice altro, per paura o per pudore.
Una coppia di giovani, che non sembra una coppia e forse non lo è, si muove a passi lenti. Lui, con la testa bassa e lo sguardo teso, forse cerca qualcosa e non sa cosa, come l’uomo che costeggia la battigia con il metal detector sognando un tesoro. E come i cercatori di vongole scavano con le mani nella sabbia, lui dà l’impressione che questo qualcosa sia sepolto e segreto, eppure vicino, palpabile. Lei, invece, come i gabbiani volteggiano alti e poi atterrano all’improvviso, alterna espressioni indecifrabili a un broncio di noia rassegnata.
L’alta pressione tiene, allontana certamente il maltempo e forse anche le lacrime, che pure potrebbero scendere all’improvviso, perché non esiste un “limite acque sicure” se non per essere superato e bere l’acqua del mare; far entrare il mare dentro di sé e pentirsene.
La coppia, che non sembra una coppia e forse non lo è, si allontana, mentre la radio di un chiosco appena aperto trasmette le previsioni del tempo. Le ore passeranno e i due non avranno capito ancora nulla l’uno dell’altra. Quanto tempo servirà loro per non capirsi del tutto?
Il tempo si manterrà stabile. Nessun rovescio. Niente di nuovo.

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Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

L’ultima nuvola di Beppe Costa. Una proposta di lettura

Beppe Costa, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2015, pp. 102, euro 10,00

al dolore concedete metà del tempo
ma l’altra metà, vi prego,
consegnatela all’amore

Nel 2015, Beppe Costa ha pubblicato per l’Associazione Culturale Pellicano da lui stesso fondata, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, una raccolta che attraversa letteralmente la vita e le sue contraddizioni con grande ‘costanza’, anche secondo quello che è il racconto del poeta stesso nella sua quotidianità. Non sarà scontato ricordare per un momento che il titolo pare strizzare l’occhio al tema portante di un famoso brano di De Andrè del 1990, Le nuvole (anche titolo di un suo celebre album). Noi ricordiamo con necessità, prima di immergerci nei versi di Costa, che il testo recita così: «Vengono vanno ritornano/ e magari si fermano tanti giorni/ che non vedi più il sole e le stelle/ e ti sembra di non conoscere più/ il posto dove stai// Vanno vengono/ per una vera mille sono finte/ e si mettono lì tra noi e il cielo/ per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.//»
Possiamo prestare attenzione alla metafora che il cantautore genovese e il poeta catanese condividono (entrambi nati in una città di mare con non poche affinità): pare proprio trattarsi dell’abbaglio, della finzione, dell’andirivieni, che le nuvole portano con sé. Ma L’ultima nuvola apre anche a un ‘amore’ lirico − sempre questo lo stile del nostro autore − che rappresenta due poli dell’essere, non in contrapposizione ma in compresenza: l’essere ultimi e ‘outsider’, e il conoscere la rarefazione vitale di cui la nuvola si fa portatrice.

Si può affermare che la ‘resistenza’ e la ‘delicatezza’ attraversino interamente i versi, così come avviene anche nella raccolta del 1986 Canto d’amore, da cui traggo questi versi: «Avrei voglia di sentirlo battere il cuore/ amplificarsi fino a scoppiare/ Avrei voglia di pensare ai miei anni tutt’insieme/ esser sconfitto e riprender daccapo/ Avrei voglia di bere tanto vino/ impazzire ubriaco senza più occhi per raccontare// Avrei voglia di correre all’infinito/ e vedermi arrivare sempre prima di me».
Lo sguardo del poeta non è edulcorato, tuttavia, nella raccolta del 2015, e non si abbandona a facili rifrazioni dell’io; fa i conti, invece, con un sentire fragile, abbracciando la vita anche alle estremità:

mi fermo a pensare
questa via sconosciuta
piena di metallo e sacchi vuoti
dove anch’io ho fatto la mia parte

una vita di resti dove non c’è
neanche l’ascensore per salire
anche poco e ritrovare
il perduto tempo delle cose

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Lalla Romano: una poesia lunga una vita (di Daniel Raffini)

Forte è la tentazione di cercare un momento iniziale, originario ed epifanico, che si ponga come punto di partenza delle parabole dei grandi scrittori. Se nel caso di Lalla Romano volessimo cedere a questa tentazione, dovremmo citare l’incontro con Eugenio Montale nel 1940 in un bar di Forte dei Marmi, così raccontato dalla stessa Romano:

Al Forte (nel ’40) abbordai Montale al Caffè Roma – era solo – disinteressatamente. Si stupì che l’avessi riconosciuto e s’informò sul mio paese; poi mi domandò se scrivevo e mi chiese di leggere qualcosa. Portai un mazzetto di fogli alla sua pensione; mi restituì le poesie con crocette in cima alle preferite e piccole osservazioni. Mi chiese anche se ne avevo delle altre, si poteva farne qualcosa; non ne approfittai: ero troppo contenta.

Le poesie lette da Montale confluirono in parte nella prima raccolta di Lalla Romano, Fiore, che è l’esordio letterario di quella che fino ad allora era stata una promettente pittrice della scuola torinese, poi insegnante di storia dell’arte e bibliotecaria a Cuneo. Tra Fiore del 1941 (per Frassinelli) e Giovane è il tempo del 1974 (per Einaudi), raccolta definitiva, c’è L’autunno, pubblicata nel 1955 (Edizioni della meridiana). Tre tappe di un percorso poetico limpido e coerente che Lalla Romano porta avanti per tutta la vita, affiancandolo alla produzione in prosa che la renderà famosa. La poesia sembra essere il luogo di riflessione, personale e letteraria, dove si sviluppano temi, idee e poetiche che ritroviamo nella produzione narrativa della scrittrice. Tre tappe – Fiore, L’autunno e Giovane è il tempo – che possono essere considerate come un solo movimento lungo tutta una vita. Le prime due raccolte confluiscono infatti nell’ultima, mostrando attraverso un percorso variantistico esibito l’evoluzione non solo della scrittura, ma anche della poetica della scrittrice. Un’evoluzione che – per dirla in poche parole – si concretizza in una sempre maggiore importanza data all’immagine, all’elemento visivo ed istantaneo, e a una progressiva universalizzazione dei concetti, dalle prime personalissime narrazioni amorose di Fiore fino alle riflessioni metafisiche e universali che chiudono Giovane è il tempo.
Non dobbiamo però pensare che l’ultima raccolta sia una negazione delle precedenti, che anzi le comprende e le riassume, mostrando il divenire del pensiero e il percorso della scrittrice. Quello descritto è prima di tutto l’itinerario della sua vita – e della vita di tutti – dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Giovane è il tempo si impone allora come summa e superamento delle due raccolte precedenti, prodotto ultimo e definitivo della poesia di Lalla Romano. I temi cari alla poetessa vengono ora inseriti in una struttura precisa e interviene un’azione di omologazione stilistica maggiore rispetto alle raccolte precedenti. Dal punto di vista tematico il filo conduttore è la riflessione intorno al tempo, magnificamente espressa nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

Giovane è il tempo

Come un fanciullo
cade ogni sera addormentato e stanco
e noi vediamo illanguidire il cielo
lontano, dietro cupi archi di foglie

Si ridesta felice
mentre intatto
sugli assorti giardini e sulle ville
emerge dalle nere ombre il mattino

Già da questa poesia si ravvisa la semplicità e insieme la forte carica sapienziale della poesia di Lalla Romano, una poesia che attraverso immagini quotidiane e minime riesce a sondare le aree più elevate della riflessione.
Giovane è il tempo, a differenza delle raccolte precedenti, è organizzata in sezioni, che ci mostrano il percorso del pensiero di Lalla Romano e la sua evoluzione nel corso del tempo. Nel suo insieme la raccolta si configura allora come il racconto della vita interiore della scrittrice. Converrà percorrere brevemente questo itinerario, seguendo la pista indicata dall’autrice componendo le cinque sezioni della raccolta.
La prima di esse, I flauti acerbi, ruota attorno ai temi della natura e delle stagioni. Partendo da una primavera che, pur essendo momento di rinascita, si popola di nubi e ombre, in cui gli uccelli impazziscono e gli alberi sono schiantati al suolo dal vento, si arriva a un inverno che congela le campagne e le città, l’opera naturale così come quella umana. La natura si presenta dunque con il suo volto doppio, in tutta la sua contraddittorietà irrisolta e irrisolvibile. Nella sezione successiva, Il caro odore del corpo, Romano ritorna all’esperienza amorosa di Fiore, un amore che vive nel sogno ma che sa anche mostrare il suo lato più passionale. Le poesie de La bocca arida rimandano invece al tema dell’attesa, del distacco e dell’allontanamento, della pena e della colpa che minacciano l’amore; l’io poetico di ribella a questo distacco, cerca di lottare, prima di arrendersi. Anche qui siamo nei territori di Fiore, le cui poesie vengono riprese e modificate in nome della nuova poetica dell’immagine. (altro…)

Annamaria Pambianchi, Sono Hailù. Inedito

Sono Hailù
Lampedusa, “N. 92, maschio, forse 3 anni”

Senza segno di riconoscimento
a tre anni dentro una bara, da solo,
mi hanno deposto e sopra hanno scritto
numero novantadue
in luogo del mio nome ignoto.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Dov’è la mia capretta?

Chiamo la mamma molte volte
Ma lei non mi risponde.
Sono qui – avvertitela – vi prego.
Portami, mamma, nel luogo
che tanto mi hai promesso.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Non trovo la scimmietta.

Dove sto non voglio stare.
Ci starei solo in braccio a mamma.
Ma dove, dov’è andata?
Mi brucia la gola a chiamarla ancora.
Per favore, mi prestate la voce?

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
A salvarmi un asinello ci vuole.

Verrà se le dite che sono Hailù.
Senza di me non può esser lontana,
senza di me, il suo piccolo principe.
Lei sorride quando mi guarda.
Senza di lei, ho il batticuore. (altro…)

Non è vero ma ci credo (2): il soprannaturale letterario secondo Francesco Orlando

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Se possiamo leggere un nuovo libro di Francesco Orlando a sette anni dalla sua scomparsa (Il soprannaturale letterario, Piccola Biblioteca Einaudi, 2017), lo dobbiamo ai tre curatori (Stefano Brugnolo, Luciano Pellegrini, Valentina Sturli) e a uno studente di allora, Giuseppe Zaccagnini, che registrò alcuni corsi di Orlando e in particolare due relativi al grande tema del soprannaturale, che qui non è mai affrontato come un contenuto grezzo e invariabile, ma sempre inquadrato da forme rispondenti a modi differenti di rappresentare e dire il mondo. Orlando costruisce la sua casistica a partire da quella forma moderna di soprannaturale letterario teorizzata prima da Caillois e poi da Todorov, che definivano il  fantastico come un’intrusione traumatica dell’insolito, uno strappo nel tessuto del quotidiano. A questa eccezionalità si aggiunge l’impossibilità per il lettore di stabilire se il fatto raccontato sia davvero soprannaturale o soltanto iperbolicamente strano: per questo Todorov parla di esitazione, Orlando di ignoranza. Il fantastico corrisponde quindi a uno statuto del soprannaturale che poteva avverarsi soltanto all’indomani dell’Illuminismo e per un periodo relativamente breve (un secolo circa), quando la razionalità si era da poco imposta nel mondo e proprio per questo la letteratura ne ricordava la precarietà; si equivalgono in esso le due istanze opposte della critica e del credito, e poco importa che in certi casi la conclusione sciolga ogni dubbio in un senso o nell’altro (e Orlando contesta a Todorov proprio una sopravvalutazione del finale, che non può comunque dissipare un sentimento di incertezza durato quasi tutta la lettura).

Questo è dunque il criterio scelto da Francesco Orlando per il suo studio sul soprannaturale: stabilire ogni volta il rapporto tra la critica e il credito, andando dal massimo di credito del soprannaturale tradizionale, attraverso il punto di equilibrio del fantastico, fino a un massimo di critica. Anche ai due estremi l’istanza minoritaria avrà comunque una qualche voce residuale, se è vero che il linguaggio letterario non può fare a meno di esaudire una formazione di compromesso analoga a quella delle manifestazioni semiotiche dell’inconscio (avevo provato a fornire un quadro generale della teoria orlandiana in un post precedente, per chi vuole qui). Se poi la letteratura funziona in assoluto come un’enorme negazione freudiana, perché ci spinge a credere a ciò che sappiamo non essere vero, allora per Orlando i testi del soprannaturale si configurano come un “ambito due volte immaginario” (p. 18), all’interno del quale accettiamo che alcune leggi di realtà vengano sospese e contraddette. Soprannaturale non significa però indeterminazione e caos, ma al contrario, affinché una scrittura di questo tipo funzioni, è necessario che alle regole del mondo a cui siamo abituati (a una parte di quelle regole) ne subentrino altre, già chiare al lettore o rese chiare dal testo: il soprannaturale letterario consiste nelle regole da cui è ritagliato. Un caso particolarmente significativo, in cui le regole fanno tutt’uno con una serrata suddivisione dello spazio, è la Commedia dantesca, che al disordine morale dei peccatori oppone l’ordine implacabile di una topografia divina. Proprio l’attraversamento degli spazi e delle regole corrispondenti costituisce il viaggio e il racconto, la cui continuità e coerenza accrescono il valore di ogni singola parte: per questo i momenti lirici più intensi non possono prescindere dalla struttura generale, che Croce voleva in prevalenza inerte. (altro…)

L’importanza di essere piccoli 2017 (comunicato stampa)

… Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

 e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

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