Giorno: 29 giugno 2017

Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti. Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca edizioni 2017

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca.
I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge.
Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi?
Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per salti, Per tumulti, Per spazi inaccessibili.
Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn).
Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). (altro…)

Giordano Tedoldi, Tabù

Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué 2017, € 14,90

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C’è un primo e più importante tabù che Giordano Tedoldi affronta con questo romanzo, quello del linguaggio: abbatte, cioè, quello che ormai è diventato una sorta di divieto di transito in narrativa, il cartello con la scritta “Divieto di scrivere in lingua italiana”. Non sto scherzando! Colpisce di questo romanzo la costruzione delle frasi, e sarebbe sbagliato dire che si tratta di una costruzione classica, mentre è corretto dire che si tratta di una costruzione secondo grammatica, che bello. Niente periodi brevi quando non occorrono. Il ricorso al periodo breve è molto spesso una scorciatoia, un modo per cavarsi d’impiccio, è un’abitudine che viene dallo scopiazzamento della narrativa americana (narrativa che amo molto), che quando diventa abuso rende i libri italiani un po’ sciatti, mi permetto. Un personaggio italiano si comporta diversamente da un personaggio americano, comprimerlo dentro una frase smozzicata, una descrizione vagamente brillante, rischia di renderlo ridicolo. Qui, invece, ci accorgiamo della sintassi corretta, dell’accuratezza delle scelte lessicali, della bravura nella costruzione dei dialoghi (una delle cose più difficili da rendere in scrittura), dei rimandi tra azione presente e passata senza che la lettura inceppi. Queste poche righe, per quel che mi riguarda, dovrebbero già bastare per convincervi a comprare il libro, ma voglio dirvi qualcosa di più.

«Mi dispiace» esclamai ad alta voce, che è una frase incredibilmente più efficace di quanto certa idiozia virilistica non autorizzi a pensare. Certo, dipende anche da chi la pronuncia. A me è sempre venuta discretamente.

Tabù parte da un assunto molto semplice, un uomo decide di sedurre la moglie del suo migliore amico, questa è la partenza, da qui comincia il racconto con Piero (colui che seduce), Domenico (il migliore amico), Emilia (la sedotta), tutto sembra molto chiaro e definito, ma si intuirà quasi da subito che non è così, il lettore capirà che questi tre attori non sono capaci di scelte comuni e non possono essere racchiusi in un triangolo amoroso, sono altro, il romanzo è altro, è questo ed è molto altro. Il vero protagonista è Piero, destinato ad essere indimenticabile, ho la sensazione che un personaggio così complesso ce lo ricorderemo a lungo. Piero affascinante e colto, Piero ossessionato, Piero padrone di un modo non comune di ragionare, capace di vedere oltre, capace di stare nelle cose e di fuggirle. Piero capace di distruzione, capace della noia totale e dell’inventiva sublime. Piero tormentato e tormentatore. Piero che non si accontenta, Piero che domanda e che si domanda. E dietro lui gli altri, Emilia e Domenico naturalmente, sposati in un senso e in un modo che va oltre la consuetudine che conosciamo, sposati nel senso che forse è vero rituale. La morale, quella che gli usi e costumi ci raccomandano, è qualcosa da sovvertire con un’altra morale. La vita non può procedere lungo un solo binario, Tedoldi lascia che deragli, lascia che scambi più che può, che passi da una linea morta all’alta velocità.

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