Giorno: 20 giugno 2017

Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

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L’America di Baudrillard: l’utopia degli esiliati

Baudrillard from The Telegraph – Getty Images

Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun’altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinei gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: quindi sottolinea la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mai sazia, questo rileva lo studioso.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda ancora il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea Baudrillard, ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice Baudrillard, il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

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