Giorno: 14 giugno 2017

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Le parole hanno un posto eminente in quella scienza medica che si occupa di curare la sofferenza mentale, ovvero la Psichiatria. Al contempo, le parole hanno un posto ancora più importante in quella branca della letteratura che si propone di deletteralizzare il senso comune nella prassi del linguaggio, ovvero la Poesia.

E poi c’è il vento. E c’è il pensiero. E le discipline che, rispettivamente, se ne occupano: meteorologia e filosofia. E quindi c’è la direzione. E il senso. Così come il vento, anche il pensiero può essere laterale, colpire di fianco, di traverso. E divenire folle. O, altrimenti, creativo. Il vento traverso ha grande importanza durante il volo e, soprattutto, l’atterraggio degli aerei. Richiede particolare perizia al pilota, continui aggiustamenti dell’assetto.

Cosiddetta “correzione della deriva”, da un lato, come quando si attraversa a nuoto un fiume e si punta più a monte per non finire a valle. E “il naufragar m’è dolce in questo mare”, dall’altro, la deriva, ovvero, del pensiero e del sentire poetico. E, quindi, il deragliare, ancora, del pensiero nel folle.

Vento traverso dunque, e già questo titolo del libro ci avverte che occorrono continui aggiustamenti dello sguardo nella lettura se si vuole atterrare sulla pagina aderendo alle righe che, volutamente, Anna Pavone non ha spezzato nel suo dire poetico che si fa prosa, piste di parole che consentono di toccare terra, di capire, di trovare un senso sopra cui poggiare, nonostante il vento traverso, il derapare di un linguaggio evocativo di deliri e concretezze estreme e infantilismi magici. Perché in fondo questo libro si assume il duro compito di asserire una cruda verità: che la follia non è altro che l’Ombra della Poesia, il suo lato oscuro, che solo trasformato da imprecisati, alchemici processi interiori è capace, a volte, di rendere verso il pensiero diverso. Perché il poeta possiede un coraggio che il folle smarrisce per strada, quello di affrontare i propri demoni interiori senza lasciarsi possedere da essi. Alterità, perdita del proprio Sé, estinzione dell’Io cosciente. Il poeta non è esente da tutto questo ma la sua anima l’ha dotato di un filo logico quel tanto che serve per uscire dal labirinto.

Una notte per sbaglio mi sono persa.

Come quando perdi un bottone e non te ne accorgi, E ti resta il filo che pende monco.

E allora gliene attacchi un altro,

Così mi sono attaccata un’altra me.

Quest’altra me è il falso Sé interiore, quell’immagine grandiosa o gravemente svilita del proprio essere che tanto posto occupa nella sofferenza della mente e dell’anima. E Anna Pavone lo sa, il poeta è limitrofo al folle. Troppo spesso è intollerabile il suo porsi narcisistico al mondo. Occorre davvero saper attingere a una antichissima profondità fossile, a una saggezza d’impronte lasciate da tanti secoli, a ciò che eravamo prima ancora che miliardi di nascite facessero progressivamente svanire l’Essere originario che eravamo e che è nascosto in noi sotto strati sovrapposti di futile superficialità. Essere che pone al poeta e al mondo questa instancabile domanda: “Ma come ho fatto a estinguermi così?”

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© Biagio Salmeri

 

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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