Giorno: 13 giugno 2017

Incanto errante – Paola Casulli

 

 

 

 

E poi è di nuovo sabato.
Le nostre scapole ricordano i punti oscuri,
quel modo arbitrario di essere felici e tuttavia
è così poco lungimirante il tuo viso quando sorridi e fai brillare gli occhi in quell’angolo del letto dove fiorisce l’oleandro.
Adesso tu che siedi come chi siede sotto un albero a chiedermi un ritratto.
Io non faccio domande.
Sei così bello
è meglio che io non veda
è meglio che io non veda niente.

 

*

Ogni tanto, nel sonno, mi sveglio.
Resto lì, fermo e assorto.
Vita semplice.
Vita tra mura bianche di chiesa, questa mia casa sicura. Poi mi volto di lato. Vedo lei. Vedo la metà dei vivi
e malgrado l’implacabile lunghezza della notte
sento la quiete dell’esule.
L’ardente battaglia volgere alla fine.
Resta quel breve istante in cui il profilo della mia anima versa luce nei miei occhi
e tutto ha un celestiale ritorno.

*

Resta un tempo
favorito nel vivere.
Ciò che commuove e si ripete
come fiore sulla primordiale duna.
Sulla spiaggia cordiale.
Quell’onda piena e fresca di un conflitto risolto. Di un concerto
sotto le volte di una chiesa disabitata. Ecco, resta un’ultima nota
senza disagio.
E si cammina nel mondo
come acqua che muore di pianto.

 

*

Sapevamo di essere nella stessa vita

a bassa voce come crocifissi appesi al muro.

Quasi dispiaciuti, volgendo lo sguardo altrove.
Così mai più visti.
Colti da quella strana euforia del dolore.
A dirci mille volte preghiere.

A farci dei vestiti addosso bianchi fiori.

Compiuti nell’imperfetta bellezza delle cose familiari.

Un rapimento la vasta luce diamante

che pare sangue di un nuovo toccare.

*

Così somiglia il tuo volto al mio

e ci resta una cosa sola, la somiglianza spoglia di ogni cautela
dietro la carne dischiusa di un garbo.
Così tu per me
la devozione di patrie piene di ritorni.
E ti scrivo mille apparizioni di nuovi mondi vaghi di storie.
Così somiglia il mio viso al tuo
labbra che cercano labbra
senza avere più tempo per salvarci.

*

Ho suole piene di spiriti inquieti.

Poche rivelazioni. Parole
che non hanno lettere ma scalpi
tenuti insieme da poche virgole. Un solo punto. Ci sono errori senza dimora nel verticale azzurro
che di altri non vive se non di me.

Spogliata dei miei polsi, avvolta ai tuoi,
nell’esatto minuto di un battito.

 

*

Fu lei per prima

a chiudere le persiane con geometrica precisione.

Impedire alle lame di luce di amplificare il non voluto.

Certe mattine hanno odore di resina

secca

pungente come un campo tosato.
Fili d’erba, in ordine sul pavimento,
in avvizzito splendore.

 

 

Paola Casulli, giornalista, fotografa e poetessa, nasce a Ischia ma vive da un anno tra le colline del Monferrato. Tre volte menzionata al premio Montano per poesie inedite e raccolta inedita, pubblica cinque raccolte di poesia. L’ultima raccolta, “Sartie, lune ed altri bastimenti” è in uscita presso la casa editrice, La vita felice.

In preparazione Una raccolta di racconti.

Organizza eventi culturali presso biblioteche, librerie e circoli culturali. Diffonde il suo “Sognatore Poetico”, laboratorio sul sogno e poesia, in tutta Italia. Avviato anche il progetto della prima rassegna di fotografia e arti sul viaggio, Shoot for the Moon, la mostra collettiva che vedrà la realizzazione nella primavera 2018 in Monferrato.

Appassionata di viaggi, il suo blog, http://www.incantoerrante.com, raccoglie fotografie e reportage di viaggio in tutto il mondo.

 

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

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