Giorno: 8 giugno 2017

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Sartoria Utopia 2017, € 20,00

*

oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente

*

Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco

*

Quando la pelle pensa

Si fuma penombra fra le dita
i nostri confini sfumano
nei bassi del cuore
di cinque sensi
non uno
rimane al suo posto
radunati in superficie
chiedono alla pelle
di poterla toccare
quella infine pensa
e impara a godere
nell’essere l’organo più sociale
prima di tornare
ad estinguersi nel rituale
di quattro vestiti
che la sprofondano
celebrando un funerale
la pelle impara ora il dolore
dell’essere cerebrale

*

Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

*

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‘Appartamenti o stanze’ di C. Gallo. Lettura di G.A. Liberti

gallo-appartamentiLettura di Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (d’if, 2016)
di Giuseppe Andrea Liberti

Che la poesia di Carmen Gallo abbia al suo centro «il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione)», lo notavano già i lettori di Paura degli occhi (L’arcolaio, Forlì 2014). E che i suoi versi tracciassero sin da allora una planimetria di muri e barriere, lo evidenzia Alessandra Trevisan nella sua recensione al volumetto:

Lo spazio è molte cose in questa poesia, ed è molti luoghi: è un edificio (una “casa”), è una città (o un “paese straniero”), è un oggetto o sono molti oggetti. Tornano, soprattutto, i sostantivi “mura”, “pareti”, “finestre”, a segnalare l’idea di confine che lo spazio traccia fisicamente e con la parola nel verso ma, tuttavia, si tratta di sbarramenti fragili, che non reggono […].

Di quell’opera prima, da tutti riconosciuta come una prova di precoce maturità stilistica, il poemetto Appartamenti o stanze (Edizioni d’if, 2016) prosegue il discorso riprendendone i motivi e i temi più evidenti: la spazialità, definitivamente tematizzata sin dal titolo, delle «pareti» e delle «finestre», e dunque delle stanze; la presenza massiccia e perturbante del corpo, stanza esso stesso come si vedrà, e delle sue parti singole; la memoria e i suoi fantasmi, che nell’ipotesi narrativa («Questo libro racconta una storia», p. 54) trovano la dimensione più adeguata per la loro manifestazione.
L’impressione è che il poemetto provi a fare i conti, oltre che con i fantasmi e dunque con la memoria, con il dramma del contatto con l’Altro. Tutti i personaggi del libro vivono un’incomunicabilità di fondo presentata al lettore sin dalla prima scena, con l’«uomo che urla» che

ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare il vuoto (p. 13).

«Misurare il vuoto»: attività che torna dopo poche pagine, sempre seduti accanto alle «donne intorno al tavolo» (p. 18). Anche nell’en plein air d’apertura, opposto alla dimensione suggerita dal titolo, si misurano i «vuoti», come se i soggetti fossero già “chiusi in camera”. Intorno ai tavoli si consumano gli incontri, i discorsi, le persone «parlano, si separano» (p. 15), ma i tavoli devono «lasciare/ libero lo spazio per chi vuole ballare» (ibidem). Il minimo cenno di comunità viene spento da un gesto che sembra favorire l’iterazione, ma che piuttosto la uccide:

La musica è alta, e la voce
non arriva a spalancare la finestra.
Tutti sentono la mancanza dell’aria (p. 17).

Proprio l’avvio delle danze consente di andare tra i tavoli e incontrare le presenze (Gallo li definisce «fantasmi») che animano Appartamenti o stanze. La figura più singolare è probabilmente quella della “donna bianca”, che «siede lì da dieci anni» ma «non riconosce le lingue e i giorni» (p. 16). Sarà, questa, la figura che più d’ogni altra interpreterà la difficoltà della comunicazione col ricordo. «La donna non vuole nemmeno parlare con noi», si legge alla sua prima apparizione; d’altronde è questa figura che annuncia «concordanza/ difficile della parola al senso» (p. 19). Per lei, la comunicazione è aggravata dal problema del significato: ciò che si dice, non è detto sia ciò che s’intende dire. C’è poi il suo essere ancorata a «un ricordo preciso, e uno solo» (p. 16). Non mette conto sapere quale sia il ricordo in questione; vale la pena, piuttosto, notare come la persistenza di un solo ricordo – nello stesso corpo che «non ha nessun ricordo/ di quando cantava, rideva, agitava piano/ le mani nel vuoto, tra i fili della flebo […]» (p. 33) – trasformi la donna in sedia. La donna diventa parte del mobilio, non sapendo più come rapportarsi né al presente che consente di percepirsi come corpo tra altri corpi, come singolo nella collettività, né a quel passato che fa di un corpo un’individualità con una sua storia. (altro…)