Giorno: 7 giugno 2017

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

Antonio Ligabue, Autoritratto con mosca

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

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La mosca ci sarà in eterno, perché in eterno vi saranno escrementi. Eppure, a ben pensarci, questo insetto mantiene una sua dignità, quella che lo vede perennemente lottare contro scopini e palmi di mani che vorrebbero schiacciarla, contro stracci da cucina e giornali che tendono  a dissolverla spiaccicata sui muri, la dignità degli ultimi che si cibano della merda di altre bestie, l’orgoglio di non sapere di infastidire col ronzio perenne durante la stagioni calde.

L’aggettivo “fastidiosa”, che l’uomo associa a questo insetto, è vecchio quanto il mondo, eppure la mosca vede quanto altri non sanno fare, pur destando – con quelle zampette sempre in movimento – un senso arcaico di ribrezzo. Se registi e scrittori, in molti racconti macabri, ne han fatto l’insetto più propenso alla fusione con l’umano, un motivo vi sarà, una causa inconscia di vecchie inquietudini arcaiche.

Ne esistono di varie specie e dimensioni, alcune albergano sugli escrementi degli stradaioli cani mostrando verdi e inquietanti riflessi, altre – più piccole – prendono in prestito pochi centimetri d’aria e volano in circolo all’interno di una stanza, altre ancora hanno un atteggiamento da pilota acrobatico d’aerei e con la velocità della disperazione non si fermano un attimo e rendono le pareti casalinghe perimetro adatto delle loro acrobazie.

La mosca esisterà in eterno dunque, come ho già detto, perché in eterno gli esseri viventi produrranno escrementi. Se la terminologia di mosca bianca ha un duro e sociale significato, a ragion veduta, però, come qualcuno cantava… se il cielo è dei potenti, alle mosche rimane la merda.

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© Giuseppe Ceddia

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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