Giorno: 6 giugno 2017

Vasco Mirandola, E se fosse lieve

Vasco Mirandola, E se fosse lieve, Padova, Cleup, 2016, euro 10

La formula di certe dediche resta non detta pubblicamente ma traccia il senso di una recensione, e di questa in particolare. Ed è dalla parola “traccia” che vorrei partire oggi per inquadrare la poesia di Vasco Mirandola che presentiamo qui, dal volume E se fosse lieve (Cleup, 2016). Sono proprio quei tratti che sfocano sul bianco, a ricordare come la casa sulla copertina – e tutte le case illustrate all’interno del volume attraverso la mano lieve di Maurizio Ciato – sfumi(no) all’occhio verso le fondamenta. Come a dirci da subito che questa poesia si può leggere considerando un’origine articolata o meglio un’architettura dei versi che inizia altrove; un’architettura del possibile per poesie che vengono al mondo da altri mondi. E forse per Vasco Mirandola, da sempre anche attore di teatro e di cinema, lo spazio di venuta al mondo è proprio la scena, dove e sulla quale tutto può accadere, anche la parola. Ma la sua poesia muove verso uno sperimentalismo il cui punto di fuga vuole una prospettiva che annovera soprattutto la delicatezza di una parola poetica (come ben dice la poeta Alessandra Racca nella prefazione) in grado di potersi dire all’interno di un contesto “vivo” com’è quello teatrale, di cui il poeta conosce ogni angolo. Così è Mirandola quando sul palco presenta spettacoli di poesia, come nel progetto Ballate per il Nordest, con molte voci della poesia italiana di oggi (Simon Ostan, Salvagnini, Franzin, Guglielmin, Targhetta e altri). Mirandola parte dalla visione di ciò che la poesia può dire, esternando nella parola la dimensione del reale e dell’esperienza con nuove strategie. Non è un caso che l’opera − che non è la prima raccolta dell’autore − sia stata affiancata in questi anni dagli Zuggerimenti poetici, otto cortometraggi realizzati tra il 2012 e il 2016 con il regista Marco Zuin (da vedere qui) e musiche della Bottega Baltazar. L’unione di video, musica e lavoro dell’attore sulla scena − più che interpretativo, forse da definirsi di trasposizione – tocca qui momenti di rara illuminazione del reale, che diventa suggestione poetica o figurazione della stessa. Una delle qualità pregnanti della poesia di Mirandola è appunto quella del muoversi in un territorio che coniuga arti diverse, per tenerle insieme in un linguaggio ‘gentile’ (già messo in luce da Racca) che conosce la storia, il suo passato e soprattutto intende ‘la generosità del fare’. È il poetattore che scrive: «Poesie/ un po’ tue/ un po’ mie» sulla copertina. (altro…)

D. M. Turoldo, Le stelle in cammino

turoldo

David Maria Turoldo, Le stelle in cammino, Edizioni Dehoniane Bologna, 2017, € 8,50

Già la prefazione, appena all’ingresso di questo prezioso libretto, lo dice molto bene: in Turoldo la voce ha rappresentato il pilastro forse principale del suo grandissimo carisma. E lui ne aveva coscienza, sapeva quanto straordinaria forza potesse derivare da quel dono, la voce. Così delicata e fragile, certo, e allo stesso tempo così potente.
Voce del sacerdote, voce di un poeta: «nessuno si metterebbe a scrivere […] se non avesse almeno l’illusione di dire cose mai dette prima […] Tu stesso non sei che una parola mai finita di dire […] E il Dio che invocavi ieri non è il Dio di oggi […] Poesia e fede sono il dono di Dio a ogni uomo».
Sono parole che Turoldo porta tra noi come se stessimo discutendone insieme, a tavola. E la sua, con noi, è una discussione in Dio, più che su Dio. C’è gioia nelle sue parole, c’è l’entusiasmo di chi cerca, discutendo, un risultato decisivo per sé, per l’uomo, dal confronto con la Scrittura.
Invocare, chiamare Dio nel tremante dettato dell’esistenza: è l’unica cosa veramente necessaria, per Turoldo. La voce, quindi, è semplicemente uno strumento d’invocazione. Strumento, e destino: perché invocare Dio significa invocare se stessi, vuol dire richiamarsi a quel dettato in cui noi esistiamo, al quale siamo destinati.
In gioco, difatti, c’è l’esistenza: «Dio viene […] per darci una vita affinché viviamo», leggiamo in Le stelle in cammino, in cui sono raccolti appunti risalenti a due anni, il 1962 e il 1964, a cavallo del suo unico film, Gli ultimi, del 1963, che tanto piacque a Pier Paolo Pasolini.
Sono tracce davvero preziose quelle che troviamo in questo libro, tracce che conducono a un Turoldo anche di molti anni dopo.
In Anche Dio è infelice, libro del 1991, incontriamo questi versi, mirabili:

[…]
Tu senza il rischio di questa
esistenza sempre giocata
nell’incertezza del tempo defettibile,
nella continua paura di non esistere.
[…]

Versi che desidero accostare a quelli dell’ultimo Luzi. In Dottrina dell’estremo principiante, del 2004, si legge infatti: «L’uomo è stato o è?/ È stato ed è./ Gioca,/ gioca con se stesso/ l’essere, si finge/ così trasecolato. E tu,/ luce, sorridi./ A te.»
Così è: questo possiamo dire, perché, prendendo ancora a prestito la voce di Luzi, «L’ansia/ dell’uomo/ non ha confini umani».
Occorre allora credere all’azione dello Spirito, significativamente detto Paraclito nelle Scritture, ossia “colui che prende in tribunale le difese dell’uomo”.
Solo affidandoci allo Spirito, che è voce dell’essere, è possibile contrastare il male, anche e soprattutto il male peggiore, il demoniaco, che – lo spiega bene Turoldo in Il diavolo sul pinnacolo, del 1988 – è il vuoto, l’essere vuoto.
Ed ecco che in Luzi, quasi a proseguire questa riflessione, troviamo scritto nella Dottrina: «ma non per sempre, / non dura eternamente / il non esserci, il male».
Il Dio-amore del Vangelo di Giovanni, che Turoldo privilegiava per le sue riflessioni, insieme all’attenzione sempre riservata a Qohelet, indica la strada. Le stelle sono in cammino e il cammino è pensato nella creaturalità, idea negatrice del nulla, affermatrice invece di un perenne crescendo del mondo. Le stelle ci disegnano la strada; in opposizione al male delle tenebre esse concedono a noi e al nostro viaggio la grazia della luce. Che poi è Cristo, «Un corpo che gronda luce», scrive Turoldo in Le stelle in cammino.
E ancora una volta, quasi per magia, questo pensiero si specchia negli ultimi versi di Luzi: «Qual è il nostro luogo/ o luogo non abbiamo,/ abbiamo solo mutamento…/ Oh non sia in nullità/ ma in vita/ e in creaturale perduranza/ usque ad…».

Cristiano Poletti