Giorno: 31 maggio 2017

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

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Durante l’accoppiamento (a onor del vero mentre vi è l’amplesso), la femmina di questo insetto dall’inquietante volto divora il maschio dopo averlo decapitato; maschio che, a livello di grandezza, è nettamente inferiore alla sua partner.

Gli antichi la chiamavano “profetessa” (mantis); nelle credenze popolari i malati, per via di qualche malocchio o fascinazione, venivano definiti tali per via della loro sfortuna nell’aver incrociato lo sguardo della mantide.

Freudiana ed estrema pulsione orale albergano nell’istinto “mantideo”, questo godimento nell’uccisione del maschio sussurra la nenia di certo becero femminismo d’accatto (ben lontano da quello sano e giusto), la simbologia della vagina dentata prende piede nel pensare l’atto dell’accoppiamento di questo insetto, a suo modo elegante nei movimenti.

Nel Libro X dei suoi Seminari, dal titolo L’angoscia, ne parla l’eretico e geniale Jacques Lacan; non è un caso che il tema dell’angoscia vada a braccetto con la figura della mantide religiosa; a tal proposito cito Recalcati: «Al centro della scena non c’è più la soddisfazione simbolica del riconoscimento della domanda di riconoscimento, ma l’angoscia di fronte al carattere enigmatico del desiderio dell’Altro».

Il desiderio di uccisione-piacere della mantide femmina provoca angoscia nel maschio. Essere in balìa dell’Altro, rappresentare il fantoccio dei desideri altrui, permette – ancora secondo Lacan – la formulazione della domanda “Che vuoi?”; è il dubbio che lacera la mente di colui il quale è assoggettato alla femmina divoratrice della mantide, verde su verde delle piante, sguardo alieno degli insetti, profezia femmina dei tempi andati.

Tutt’oggi è luogo comune dare della mantide a certe donne “collezioniste d’uomini” (magari per dolori passati e dunque semplice rivalsa oppure per sadico piacere di generatrici d’angoscia); questo insetto – sarebbe più giusto dire “la femmina” di questo insetto – assume comunque un suo fascino, un archetipo lussurioso dove eros e thanatos giocano ancora una volta (e per sempre) la partita a scacchi della vita contro sua sorella, la più clemente e comprensiva morte.

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© Giuseppe Ceddia

Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

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