Giorno: 29 maggio 2017

Platone totalitario di Vincenzo Fiore, nota di Monia Gaita

Platone totalitario di Vincenzo Fiore, uscito con le Edizioni historica, 2017, concentra in sé l’essenza dell’indagine conoscitiva e ne presiede lo svolgimento facendo fermentare gli elementi vivi di uno slancio che getta diffusi sprazzi di luce e fuga vaste zone d’ombra. Un saggio corposo che riesce a conferire una compatta unità sistematica alla folta colonia esegetica del pensiero platonico. L’autore, partendo dalle accuse di Popper e annodando la trama ragionativa del filosofo austriaco a quella di vari teorici e linguisti, si introduce nel grembo di un interrogativo: si può considerare Platone come il progenitore dei totalitarismi moderni? La domanda viene perlustrata senza alcuna animosità o accento fazioso. È questo il terreno che lo scrittore punta a dissodare, senza statuti dogmatici, con duttile intelligenza storica e urgenza di capire. Il tutto in un linguaggio chiaro che ci traghetta direttamente nel nucleo del suo pensiero. “Nelle Leggi- scrive Vincenzo Fiore- Platone non disdegna l’allontanamento dei giovani in sovrannumero verso le colonie, per eliminare la presenza di poveri nelle città, visti sia come un peso gravante sulle risorse della polis, sia come potenziali sovversivi.” Inoltre, nella città ideale del filosofo greco, Kallipolis, il medico non era tenuto a curare quei cittadini che costituissero un peso per lo Stato e che non fossero più utili alla collettività. Sappiamo, poi, che Platone parlava di un governo di uomini scelti, una reggenza d’élite la cui egemonia trovava nutrimento in superiori requisiti di virtù e di scienza. Da questa prospettiva aristocratica, unita a concezioni di stampo castale, sarebbe ravvisabile secondo alcuni, un rapporto di consanguineità o di ascendenza con le dottrine del comunismo e del nazismo. Per l’ideologo tedesco Günther, Platone rappresenta una sorta di padre biologico delle pratiche eugenetiche che sfociarono nella sterilizzazione coatta e nell’uccisione di migliaia di “degenerati”, ritardati, malati mentali, ebrei, zingari ecc. Qual è, allora, il lampante merito di Vincenzo Fiore? Io credo che Vincenzo abbia voluto, in uno sforzo strenuo e consapevole, tessere la spola alla verità, al giudizio sereno, avulso da distorte e arbitrarie deduzioni. Un saggio dall’ampia gamma di stimoli che, con acribia storica e gnoseologica, conduce anche il lettore poco scaltrito, nel centro motore dell’argomento, nella filosofia di Platone, dentro la vena cava di un pensiero ancora potentemente attuale e di cui molte ideologie vorrebbero dirsi figlie o eredi naturali. Platone è stato depurato da forzature iperboliche, sfrondato di tutto quell’apparato interpretativo-manipolatorio che ha avuto la pretesa di sganciarlo dalla temperie socio-culturale del suo tempo o di ridurlo ad altro. Lo scrittore ha avuto il pregio, in pagine di alta caratura speculativa, di fare di Platone una sorta di gigantografia esemplare del pensiero che, tra sapidi e selezionati assi verbali, sa balenare improvvisi squarci di senso. Ecco che il dibattito filosofico connotante il libro diventa il grande interlocutore che ci apre alla verità.

© Monia Gaita

Autore dei romanzi Io non mi vendo (Mephite, 2013) e Nessun titolo (Nulla die, 2016), Vincenzo Fiore si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno, dove prosegue i suoi studi.

La prima radice di Simone Weil

immagine dal sito L’intellettuale dissidente

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.
La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.
Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando ricorda l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi, nell’intervista concessa a Philip Roth, narra del muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

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