Giorno: 25 maggio 2017

Antonio Spagnuolo, Tre inediti da “Canzoniere dell’assenza”

Antonio Spagnuolo, Tre inediti da Canzoniere dell’assenza

PAROLE

Le mie parole hanno il giogo dell’edera,
strette ai rami, irrequiete al vento per ricordi,
cingono la solitudine in quel nodo
che il nostro amore mostrava insaziabile.
Lungo il tempo hanno un palpito delicato
inseguono il rumore della gente
che non conosce la soglia del cielo
e cede all’ombra dei frammenti
tra le ciglia e gli sguardi.
L’orizzonte incide la tua assenza,
che aleggia timorosa indecisa
nell’eterna vendetta dell’infinito.
Hai negli occhi il fulmine d’autunno,
impertinente e violento, quasi un gioco
che risplende innocente fra le ciglia
e ricama motivi dell’inganno.
Vorresti intrappolare le moine
come un esile fiore che improvviso
spezza il lungo silenzio, e fra le dita
disperdi il labbro sensuale e dolce.
Soffice nuvola dai capelli neri
racchiudi nel sorriso l’invito clandestino.
Per te l’autunno, spettacolo a colori
che ti scopre le spalle , il seno , il collo,
vorticando gli azzurri nella grazia interdetta,
anche se taci il fulgore, ritorna fuori campo.
E sei sparita , intrecciando la memoria
che mi corrode nel baratto che scioglie la follia.

*

SONNI

Metto a giacere i riflessi perché non sono io
l’ospite trasudato del tuo sogno,
l’incredibile amante silenzioso
sigillato alle spalle alabastro, riverbero
degli anni troppo presto fuggiti
ed assediati nell’eterno abisso senza fondo.
Non puoi vedere le mani che alla luna
chiedono ancora illusioni di poesia
mentre il respiro trattenuto è quel sussurro
che le mie labbra fibrillano.
La realtà è un’immagine dalle sbavature imperfette
e muove chiarori inaspettati.
*
La maligna brezza delle notti confonde i miei sonni
nel dubbio del silenzio che mi ottunde,
mettendo insieme i pezzi di parole
diverse nel segno , sempre più difficile
nell’alchimia dell’eterno.
Brucia ogni menzogna il rimorso
nel moltiplicare gli sguardi della malinconia
quasi immobile immagine del niente.
Briciole nel luccichio degli ammiccamenti
le pupille non hanno più riflessi.
*
Ancora qualche fiore in autunno
per un tramonto che non ha colori
e la tua ombra ritorna come un velo
a intimidire magie.
Ho dipinto un brivido e la memoria
porta via gli inganni della gioventù
quasi a dispetto di quei fogli ingialliti
che cercano nascondere inquietudini.
Anche il violino rompe sinfonie
per giocare ancora solitudine. (altro…)

Arcipelago Proust: letteratura come ragione di vita

..

Il gulag di Grjazovec fu a suo modo un gulag fortunato: a differenza che negli altri campi di prigionia, i militari polacchi che vi erano stati radunati riuscirono infatti a sopravvivere, circa quattrocento su migliaia di vittime. Fra questi c’era Jósef Czapski, pittore e critico d’arte, autore in quei mesi di un ciclo di lezioni su Marcel Proust, messe la prima volta per iscritto in favore della censura preventiva del campo, di recente presentate al pubblico italiano grazie al lavoro di Giuseppe Girimonti Greco (J. Czapski, Proust a Grjazovec, Biblioteca Adelphi, 2015) – due forme diametralmente opposte di cura editoriale. Queste lezioni si inserivano in una cornice di altre conferenze, di argomento vario, che i prigionieri tenevano fra di loro nella mensa del campo, ricavata dentro un convento sconsacrato, mezzo crollato, invaso dagli insetti; un modo per tenere in vita anche la propria natura morale e intellettuale nello squallore e nell’abbrutimento della prigionia. Czapski scelse dunque Proust, e malgrado le inevitabili imprecisioni in mancanza di testi riuscì a dire, cosa ben più importante, verità critiche a partire da impressioni ancora vivide di lettore.
Ad esempio laddove indica nello stile della Recherche un monstrum ipottatico nell’epoca “della frase telegrafica, della brevità, dello stile asciutto” (p. 19), un tessuto fatto di “infinite digressioni”, “disparate, remote e inattese associazioni” (p. 20), la definitiva esplosione del narrativo. La marchesa non aveva smesso di uscire alle cinque, ma quel punto nel tempo si era ormai dilatato enormemente: “[a]vevo cominciato a leggere in uno dei suoi volumi (I Guermantes?) la descrizione di una soirée – e la descrizione durava alcune centinaia di pagine” (p. 20); “[l]a frase proustiana è smisurata, e può arrivare a estendersi fino a una pagina e mezza, stampata per giunta con quelle righe serrate e senza a capo” (p. 48). L’opera di Proust si configura come un romanzo-fiume (p. 47), sul quale però continua ad agire l’antico rovello grammaticale (e Czapski cita un aneddoto privato dell’autore, che si scusava nel post-scriptum di una lettera per due “che” consecutivi, p. 51); il suo periodare così ampio e costruito richiama l’origine latina (p. 48), ma il linguaggio si addensa nel gusto per l’analogia e il simbolo (p. 50). Tutti elementi contrastanti e in prodigioso bilico che ne fanno un modernista paradossale.
Ma proprio dal tentativo di razionalizzare i più oscuri moti interiori, dalla nuova attenzione per le profondità della mente nasceva questo stile compromissorio, che adempiva in realtà modernissime esigenze di rappresentazione, e questo Czapski lo dice al meglio: “[u]na forma nuova, non artefatta ma viva, non può esistere senza un contenuto nuovo. Noi scorgiamo nella sua opera una ricerca incessante, un ardente desiderio di rendere chiaro e leggibile, di far emergere alla coscienza tutto un universo di impressioni e di concatenazioni quanto mai difficili da cogliere. La forma del romanzo, la costruzione della frase, tutte le metafore e le associazioni rispondono a una necessità interna, che riflette l’essenza della sua visione” (p. 53). Dove invece si mostra senza volerlo antiproustiano è nell’equivalenza tra vita e opera, autore e personaggio, proprio quel biografismo ingenuo che Proust aveva confutato nel famoso Contre Sainte-Beuve: “[p]erché il tema della Recherche è la vita dello stesso Proust trasposta, perché il protagonista scrive in prima persona, e molte pagine del romanzo fanno pensare a una sorta di confessione a malapena dissimulata” (p. 28); “il protagonista (o Proust stesso)” (p. 42); “lo studio della biografia del protagonista del romanzo e dell’autore stesso” (p. 58). In altre pagine però Czapski restituisce alla creazione artistica una sua autonomia rispetto alle istanze di realtà da cui è nata, e precisamente nel rapporto tra letteratura e sistema dei valori, di cui le opere non dovrebbero mai farsi dirette e inequivocabili portavoce: “noi non subiamo, nel leggere la sua opera, il condizionamento di questa o quella ideologia. La Recherche è ben lungi dall’essere un’opera tendenziosa” (p. 73); [a]nche nei più grandi autori capita che la tendenziosità indebolisca la riuscita dell’opera, danneggiando non solo l’aspetto artistico, ma anche l’idea che lo scrittore ha inteso servire” (p. 74); “[i]n Proust accade esattamente il contrario. Nella sua opera troviamo un’assenza di prese di posizione così assoluta, una tale volontà di conoscere e comprendere gli stati d’animo più antitetici, una tale capacità di scoprire nell’uomo più abietto nobili gesti che sfiorano il sublime e negli esseri più puri gli istinti peggiori, che la sua opera agisce su di noi come la vita filtrata e illuminata da una coscienza la cui precisione è infinitamente più grande della nostra” (p. 79). È proprio al di là delle ideologie che l’arte ci rivela aspetti inediti, imprevisti e illuminanti della realtà; capita poi che la tendenziosità spesso non basti, e l’opera finisce così per dire anche il contrario delle convinzioni dell’autore. Che è poi la replica migliore a coloro i quali pretendono che gli scrittori suonino il piffero delle rivoluzioni.
Nasce forse da questa “assenza di prese di posizione” l’analisi così intelligente e minuziosa del desiderio umano, e di quella sua variante specificamente sociale che chiamiamo snobismo, che in Proust avvelena il mondo delle rivalità tra salotti. La liberazione dal desiderio invidioso dello snob sarà per l’io narrante la rivelazione improvvisa della propria interiorità, la riemersione involontaria del ricordo o l’intermittenza del cuore, che restituisce al ricordo estrinseco l’affettività che si era lungamente opacizzata. Fino a quando, e Czapski sembra volerlo rimarcare per i suoi compagni di prigionia, “la morte gli diventa indifferente” (p. 43), subentrano “il senso dell’irrealtà dei piaceri dell’esistenza e la definitiva presa di coscienza che la vita vera e la vera realtà per lui sono possibili soltanto nella sfera della creazione” (p. 29). Il progetto del libro lo assorbe infine completamente, ed è difficile non concedere in questo una deroga al biografismo: “[n]on è in nome di Dio, né in nome della religione che il protagonista della Recherche abbandona tutto, eppure anche lui viene colpito da una rivelazione folgorante; anche lui si seppellisce vivo, nella sua camera tappezzata di sughero (sovrappongo deliberatamente il destino del protagonista e quello di Proust perché in questo caso sono una cosa sola) per servire fino alla morte ciò che per lui è l’assoluto, ovvero la sua opera” (p. 81). E così Czapski nella sua introduzione confessa di aver pensato in quei mesi “con emozione a Proust, che, nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso se qualcuno gli avesse detto che, a vent’anni di distanza dalla sua morte, un manipolo di prigionieri polacchi, dopo un’intera giornata trascorsa sulla neve, in un freddo che arrivava spesso a quaranta gradi sotto lo zero, avrebbe ascoltato con il massimo interesse la storia della duchessa di Guermantes, l’episodio della morte di Bergotte e qualsiasi altra cosa [fosse stata rievocata] di quell’universo di preziose scoperte psicologiche e di sublime bellezza letteraria” (pp. 15-16). In fondo questo libro ci mostra anche il modo in cui due inferni così diversi, quello del desiderio snobistico e l’altro della prigionia, si sono rispecchiati da lontanissimo, e come una visione utopica e salvifica della letteratura ha per un tratto accomunato i destini di un prigioniero in un gulag sovietico e di un dandy parigino della Belle Époque.

@Andrea Accardi