Giorno: 22 maggio 2017

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 6: L’uomo a cui era scoppiato il cuore

Foto di Elisabetta Meccariello

L’Uomo a cui era scoppiato il cuore aveva conosciuto Dio. Non nella sua forma evanescente e spirituale, gli aveva proprio stretto la mano, una mano in carne e ossa, e gli aveva pure dato dei soldi. Il suo cuore era scoppiato in un tranquillo pomeriggio primaverile quando aveva capito di essere rimasto solo. A niente erano servite le parole di conforto e la presenza di amici e parenti. Il congegno si era rotto. Andato. Kaputt. E come faccio adesso, ripeteva, non potrò vivere a lungo senza cuore. Piangeva per ore strusciandosi sul torace lo stetoscopio professionale acquistato, in offerta, alla farmacia sotto casa, per ottantanove euro, soldi spesi bene. Non sento niente, ansimava, non batte, non batte. E come faccio a piangere se non ho il cuore, da dove vengono le lacrime, dove si annida questo dolore insopportabile, e come faccio poi a respirare ancora. Tutte domande lecite, in effetti.

Si rivolse a un professionista, un tale che di cuori ci capiva tantissimo. Si può aggiustare, disse dopo visita accurata, ho solo bisogno di un po’ di tempo per trovare i pezzi di ricambio, cuori così non se ne fanno più, dovrò sentire direttamente la casa di produzione. Nel frattempo non abbia paura, può continuare a svolgere la sua vita normale, può fare le solite cose, ecco, magari stia attento all’alimentazione, faccia delle passeggiate, la temperatura adesso è perfetta per delle belle passeggiate.

Così l’Uomo a cui era scoppiato il cuore riprese le sue attività quotidiane. Ma quale vita normale, ripeteva tra sé, quali solite cose, io non ho più il cuore, una vita non ce l’ho più. I primi giorni fu un vero inferno. Si sentiva mancare ad ogni passo. È normale, gli dicevano, vedrai, ti è scoppiato cuore, devi solo trovare un ritmo, una diversa armonia, un nuovo battito. Facile a dirsi per voi che avete ancora le pulsazioni! Se ne andava sbattendo la porta e mugugnando parole non trascrivibili. Le passeggiate lo trascinavano immancabilmente nei luoghi di un tempo, si fermava qualche secondo, traccheggiava sul marciapiede, si guardava intorno cercando volti amici, poi riprendeva la marcia.

Tutte le mattine faceva capolino all’officina del professionista. – A che punto siamo con il mio cuore? – C’è ancora bisogno di tempo, non si preoccupi, la contatteremo appena sarà pronto. – Ma non capisco, come funziona, non c’è bisogno dell’organo originale? Come fate ad aggiustarlo. – Non si preoccupi, abbiamo delle tecniche innovative. Se ne tornava a casa l’Uomo a cui era scoppiato il cuore, a passo svelto, con la testa piena di dubbi e pensieri e malumori, rimuginando qualcosa che aveva detto o fatto anni addietro. Le parole erano diventate il suo ennesimo cruccio. Ce n’erano alcune in particolare la cui sola pronuncia provocava una sollecitazione istantanea delle ghiandole lacrimali. Tutti quei concetti che rimandavano all’amore, allo stare insieme, ai tempi andati, ecco, non poteva sentirne il minimo accenno. Di conseguenza non poteva più ascoltare canzoni, almeno un buon novantasette per cento. E non poteva più guardare la televisione in fascia pomeridiana. E la notte.

La notte se ne stava ad occhi sgranati con l’orecchio teso e si alzava di scatto al primo ticchettio che percepiva. Quasi sempre si trattava della sveglia sul comodino, un’originale Diamond anni Settanta, di quelle a carica con le galline che beccano, a volte era solo uno scatto della vecchia caldaia. I giorni trascorrevano, più o meno tutti uguali, più o meno tutti dello stesso colore, c’erano giorni in cui andava meglio, dei giorni in cui andava peggio, dei giorni in cui non si chiedeva com’era andata e quindi non classificabili nella statistica corrente. Finì la primavera, passarono estate, autunno, inverno e poi era ancora primavera. Una mattina l’Uomo a cui era scoppiato il cuore tornò all’officina, erano trascorse stagioni dall’ultima volta, non ci pensava più. Si era abituato all’idea di non avere più un cuore, aveva trovato un ritmo, una diversa armonia, un nuovo battito. – A che punto siamo con il mio cuore? – Ma come, gliel’ho consegnato da un pezzo! L’Uomo a cui era scoppiato il cuore con grande stupore si mise una mano sul petto e lo sentì, lì, al suo posto, battere, pulsare, palpitare. Pianissimo. Eppure era lì. Sorrise, sorrise di nuovo per la prima volta. O così credeva. Perché non ci aveva fatto caso ma era tornato a sorridere già da tempo. – Non capisco, come, quando, come ha fatto. – Vecchia scuola, nuova tecnologia. Così l’Uomo a cui era scoppiato il cuore si convinse di trovarsi di fronte a Dio. Gli strinse la mano. Era una mano in carne e ossa. Pagò un conto salatissimo e Dio gli chiese se voleva anche la fattura.

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© Elisabetta Meccariello

Cultura come Universo: ‘Il tempo del consistere’ di G. Fabbri (di L. Cenacchi)

iltempodelconsistere

Gianfranco Fabbri, fondatore dell’Arcolaio di Forlì, esce, dopo un lungo silenzio, con il libro di prose Il tempo del consistere.
Si intuiscono subito, anche a una lettura sommaria, le molteplici sfaccettature di cui questo libro è carico e, di conseguenza, la difficoltà di impostare un discorso critico che possa abbracciarle tutte. In questo articolo prenderò in considerazione, da una parte, la riflessione sul tempo sottesa alla struttura del libro: di come la sua struttura lirica interpreti il sentimento del tempo postmoderno; dall’altra come Fabbri, non riuscendo più a poter concepire genuinamente una identità e un sentimento lirico legati al territorio, opponga a questo una de-realizzazione che lo proietta nell’orizzonte culturale della coscienza, il quale si rivela nuovo universo d’interazione.
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  1. La frammentazione del tempo

Questo libro, inevitabilmente, è anche un’opera che concerne il sentimento del tempo.
Il tipo postmoderno non può più concepirlo come un continuum, come progresso e ha teso a frammentarlo rivalutando così «l’attimo isolato e isolabile»;[1] oggi lo scrittore «tende a una percezione omogenea di un tempo galleggiante, che sottomette l’essere all’istante».[2] Anche Il tempo del consistere non fa eccezione e infrange il continuum, il progresso cronologico, chiudendo gli eventi in componimenti singoli che, a loro volta, sono diluiti dalla coscienza dello scrivente che li percepisce. Difatti il libro si fonda su un rilancio tematico di concordanza od opposizione. Così il campo d’azione non diviene più la realtà, ma la coscienza, la quale impone il tempo, per così dire, dei suoi frammenti, i suoi istanti sempre attuali.
Questa suggestione dispiega, così, il senso etimologico del titolo del libro Il tempo del consistere (cum+sistere, stare fermo, stare saldo, avere il proprio fondamento in…), dunque radicarsi nell’istante della coscienza. Questa peculiarità si può ritrovare sin da subito nell’episodio Non mi va di alzarmi che apre la prima sezione del libro, Echi del passato. Qui percezione esterna e interna si fondono.
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  1. Realtà e cultura

Qual è la conseguenza di questa fusione? Ovviamente uno straniamento dalla realtà. O meglio: vi è una dipartita dalla territorialità, che non può più rispecchiare l’io. Questo è sintomatico, soprattutto, nella sezione L’occulto sguardo dal presente in cui vengono dipinti paesaggi desolanti e vuoti, assieme a difficoltà comunicative con altri personaggi. Nel trapasso dalla prima alla seconda sezione l’impressione ricorrente è che il mondo abbia perso qualcosa: l’efficacia del rapporto umano. Difatti la dimensione del gioco, che la incarnava, viene quasi totalmente a mancare; viene così sostituita da suture precarie e frangenti di pura incomunicabilità. Ritorna un dialogo con gli oggetti,[3] ma non è altro che lo specchio di quello con gli uomini: nel migliore dei casi momenti passivi, come la tastiera, oppure la macchina gialla.
In questo modo Fabbri registra lo sgambetto che il mondo fa all’uomo, anche se qui si dovrebbe parlare ancora di poeta: non tanto la perdita dell’altro quanto la difficoltà comunicativa o, a volte, l’impossibilità comunicativa.
Ma quello che soccorre il Nostro nell’inerzia di questo immaginario è proprio la ‘suggestione della cultura’ che si rivela un universo gravido in cui agire e dal quale ci si può lasciare fecondare. Nell’omonima sezione, così, l’ipotetica biblioteca di Fabbri (che chiamerei biblioteca essenziale), più che per titoli, è ordinata per nominativi in cui si innestano le riflessioni dell’autore. Questa caratteristica prosegue alternamente anche nelle successive sezioni.
Così la realtà straniante viene sostituita dall’immaginario culturale, che è quello della coscienza. È questa la cosa interessante di questo libro, che lo apre a sviluppi interessanti e a congiunture inattese. Quello che rimane certo è, fra le tante cose, la transizione d’identità cui l’autore è stato obbligato. L’io, non potendosi più rispecchiare nel territorio, tende a compiere una parabola d’astrazione, ma senza rinchiudersi in una sterile autoreferenzialità. Difatti la suggestione della cultura, obbligandolo a un confronto, impone all’io di uscire fuori di sé per poi ritrovarsi accresciuto. La cultura diviene così non solo un silenzioso interlocutore, non restituisce soltanto l’equilibrio perduto,[4] ma si scopre depositaria di quell’umanità smarrita. Io credo non sarebbe un errore sillogizzare: cultura come essenza dell’essere umano. Perché? Perché la dissoluzione dell’orizzonte geografico ha aperto possibilità di virtualità totali ed è in questa totalità d’immaginario, intesa come molteplicità di suggestioni amalgamabili[5] e comunicanti, che si dovrebbe costruire un identità comune, almeno nell’utopia letteraria. In questo libro Fabbri, mi pare, si sia aperto a questa possibilità, alle sue molteplici virtualità, e per un certo verso, rispecchia anche, seppur sia un uomo profondamente legato al ’900, l’architettura plurale, anche se confusa, del nuovo millennio.

© Luca Cenacchi

Note
[1] Postmodernismo e letteratura in Bertrand Westphal, Mappe della letteratura europea e mediterranea, Mondadori 2001.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. pp. 44, 46.
[4] Cfr. Ciò che mi frega è lo specchio.
[5] Ma non deve essere operazione intertestuale, qualora si considerasse intertestualità la giustapposizione paratattica di elementi letterari.

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Luca Cenacchi nasce a Forlì nel 1990. Ha scritto prefazioni a raccolte di versi. Suoi articoli critici sono apparsi su Poetarum Silva, Fara poesia, Kerberos Bookstore e la piattaforma Laboratori Poesia della Sammuele editore. Sue poesie sono pubblicate in antologie, fra le quali La mia sfida al male (Fara 2016). Collabora con il Centro Culturale l’Ortica.