Giorno: 20 maggio 2017

proSabato: Maria Giacobbe, Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa…

proSabato: Maria Giacobbe,
Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa… 

Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa, il sabato, ma anche le Piccole Italiane delle elementari dobbiamo andare andare all’adunata.
Sino a quest’anno io non c’ero mai andata e neppure sapevo bene di che cosa si trattasse, perciò non immaginavo che fosse una cosa tanto stupida e noiosa che non si capisce proprio che sugo ci sia a farla. Finite le lezioni torniamo a casa a mangiare, poi, alle due e mezza, ci dobbiamo di nuovo trovare nel cortile dietro la scuola, che si chiama palestra ma che in realtà è una specie di mondezzaio attraversato da due rigagnoli di acqua puzzolente.
Le maestre generalmente vengono in ritardo e intanto noi, se c’è sole, giochiamo a paradiso o ad acchiappare, ma questo va male perché siamo in troppe e ci diamo spintoni; se invece piove ci lasciano entrare nella palestra coperta dove nelle ore di scuola si distribuisce la refezione e li stiamo stretti, i maschi da una parte e le bambine dall’altra, e non si può fare altro che chiacchierare.
Quando le maestre arrivano ci dispongono in fila e fanno l’appello, poi si riuniscono in gruppo e parlano molto tra loro mentre le caposquadra badano che noi stiamo in ordine e in silenzio. Qualche volta le maestre, che hanno anche loro la divisa, ci fanno marciare e ci fanno fare il saluto al Duce.
Una volta sono venuti dei signori in divisa e uno, piccolissimo di statura ma che camminava dandosi molte arie con la testa rovesciata indietro e un cappello altissimo tutto ornato di uccelli d’oro, ha fatto un lungo discorso. A me dolevano le gambe perché eravamo in piedi già da molto e perciò non ho capito nulla di ciò che diceva, sentivo solo che gridava e che certe volte faceva delle pause così lunghe che si credeva proprio che avesse finito; invece ricominciava, gridando sempre più forte, e pareva che fosse molto adirato contro qualcuno. Alla fine del discorso una bambinetta di prima è andata a dargli un mazzo di fiori che lui ha subito restituito al direttore che era in piedi vicino a lui, sul palco, e un gruppo di Giovani Italiane delle magistrali ha cantato Giovinezza. Io ero così stanca che quasi non mi reggevo in piedi e ciò che desideravo di più era di potermi sedere, almeno per terra. Ma era proprio impossibile perché ero in prima fila.
Quando l’ho raccontato alla mamma non immaginavo che le avrebbe fatto tanta impressione, invece è diventata prima rossa poi pallida e ha detto, ma quasi sottovoce: − Maledetti! − ed è uscita in gran fretta dalla stanza senza darmi tempo di finire. Poco dopo ci ha chiamato su per dire il rosario, perché adesso lo diciamo tutti i giorni e diciamo anche molte altre preghiere. Ma io non riesco mai a pregare sino alla fine senza distrarmi […]

Le compagne dell’esame d’ammissione dicono sempre che se verranno bocciate non avranno mai più il coraggio di guardare in faccia i loro genitori e che scapperanno di casa o si getteranno nel pozzo; ma io so che non lo faranno e mi annoio molto e quasi mi vergogno a starle a sentire. Luisa invece ne ride e dice che non capiscono nulla; lei sa che deve morire presto e mi ha confidato che vuole divertirsi quanto può, tanto più che a casa sua è diventata la persona più importante e fanno di tutto per accontentarla: le hanno persino comprato moltissimi libri nuovi e il pianoforte anche se non sa suonarlo, e addirittura la mamma le domanda ogni giorno che cosa vuole mangiare. Le danno anche molti danari e lei va al cinema quasi tutti i giorni e si paga spesso la carrozza e attraversa la città nelle strade dove c’è più gente, con un sorriso un po’ cattivo, come se disprezzi tutti.
Quando la vedo, piccola piccola col viso quasi azzurro in mezzo ai cuscini della carrozza, con quei due grandi cavalli che trasportando lei sembrano diventare ancora più grandi, e quel sorrisetto di sfida, mi fa tanta pena che vorrei nascondermi. E in confronto a questo è niente il desiderio che avrei di parlare con lei di nuovo come parlavo prima; tanto più che adesso ho inventato una specie di gioco e tutte le cose che non posso dire agli altri mi immagino di dirle a Gian Luigi Massacciuccoli perché mi pare che lui debba capire parole chiare. Ma neanche quando mi immagino di parlare con Gian Luigi Massacciuccoli riesco a dimenticare Luisa e questa cosa che le sta capitando e che, insieme al cuore che le è diventato più grande, pare abbia fatto crescere in lei una specie di odio e di disprezzo per tutti gli altri nel mondo. Come se a tutti, per il fatto di essere malata, si senta superiore, e questo la renda ancora più infelice e cattiva.

© Maria Giacobbe, in Piccole cronache, Bari, Laterza, 1961.