Giorno: 19 maggio 2017

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Ostri ritmi #10: Milan Jesih

Pa bom oglje

Nasilje pade, če ne umakne pogleda.
Metalurgija postane njegov postelj.

Čas je težak in včasih mi – kot nam vsem – zmanjkuje volje;
čas je takšen, da mi včasih zmanjkuje tudi možgan,
takrat se pribijejo na dan moje temačne strasti
in z njimi blodim križemkražem dolge ure dolgih noči.

Žalosten in sam, razbolelo nepotešen,
ranjen, predan, ognjevit, pa nerazumljen
poln Oriona in črnih fantazij,
takšen, da me je sreča srečna, ko naposled padem.

…..Allora sarò carbone

La violenza scema, se non distoglie lo sguardo.
La metallurgia diventa il suo giaciglio.

Il tempo è pesante e a volte a me − come a noi tutti − manca la voglia;
il tempo è tale, che a volte mi manca persino il cervello,
allora s’inchiodano nel giorno le mie passioni oscure
e con loro vago senza meta per lunghe ore di lunghe notti.

Solo e sconsolato, dolorosamente insoddisfatto,
ferito, devoto, ardente, ma incompreso
pieno di Orione e fantasie nere,
tale che la fortuna mi sorride quando alla fine cado.

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