Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

Arrivano all’Hotel in un weekend piovoso, alla spicciolata; hotel che è poco distante dal campo sul quale avrà luogo la partita.

Tolse il cappuccio al pennarello e si voltò verso il divisorio azzurro del gabinetto. La superficie era pulita, per quanto la vernice fosse stata sfregata e resa opaca da solventi e abrasivi. Non c’era niente sulla parete a cui si potesse dar seguito, nessuna sfilza di oscenità a proseguire disegnando frecce con risposte argute. Non voleva disegnare niente di zozzo. Non voleva insultare il pene o i testicoli di chicchessia. Non voleva scribacchiare citazioni da qualche canzone né magnificare la marijuana. La parete era così vuota, così pulita. Era deciso a scriverci sopra, ma non voleva citare in modo improprio Nietzsche o Camus. Non voleva richiedere una prestazione sessuale, né offrirla, e nemmeno dire niente a proposito di froci, negri, musulmani, ebrei o di Dio. Non voleva minacciare nessuno. Non voleva comporre o trascrivere una filastrocca sulla stitichezza. A forza di stare lì col pennarello alzato cominciò a dolergli la spalla. La luce sopra il gabinetto d’angolo continuava a sfarfallare. L’incipit era la parte più difficile.

Qualcuno arriva e non scende subito dall’auto perché non è pronto a parlare con gli altri, se potesse nemmeno li rivedrebbe, eppure è là. Uno fa lo psicologo e si becca all’istante lo sfogo di un altro che lo sommerge con le sue paure rispetto a un episodio capitato alla figlia. Il democratico, quello con lo spirito civico, attaccherà a parlare di tagli di fondi e di politica. I tre, che per tradizione la prima sera si ritrovano – da sempre – per fumare una sigaretta, hanno smesso di fumare ma non sanno come dirselo, non se lo diranno. Tutti pensano che non ripetere un comportamento dell’anno precedente sia, allo stesso tempo, ammissione di debolezza e di rinuncia a comprendere le probabili ragioni di uno dei 22. Qualcuno vorrà confidarsi a uno che non vorrebbe ascoltare ma che ascolterà. Qualcuno uscirà nella notte a comprare del ginger ale che non troverà.

A Wesley sembrava inverosimile che il minimarket non avesse il ginger ale. La sua cultura  non considerava più il sollievo dal malessere un valore? Una cultura che aveva rimosso il ginger ale, pensò Wesley, è una cultura che ha rimosso il conforto materno.

Qualcuno butterà via un paio di scarpe e – forse – se ne pentirà, o meglio non saprà se pentirsene. Tutti saranno stravolti dal fatto che la Sala Conferenze dell’albergo che hanno sempre usato – per tradizione – quest’anno è stata prenotata da una ditta. Tutto è una sottotradizione della tradizione principale. C’è un sorteggio ferreo dei nomi dei giocatori che dovranno essere interpretati nella partita. Nessuno potrà essere lo stesso dell’anno precedente. Nessuno potrà essere Theismann più volte, nessuno vorrebbe essere Taylor, colui che gli spezzò la gamba, ma nessuno lo ammetterebbe. Nessuno vorrebbe essere un giocatore che nell’azione ha avuto un ruolo marginale. Riguardano l’azione, la partita, gli schemi. Uno annota scrupolosamente quello che avviene di anno in anno. Ogni anno ci sarà un commissario diverso. Faranno colazione nello stesso modo, arriveranno al campo ciascuno da solo con la propria auto. Nessuno chiederà un passaggio. Tutti ci andranno con le divise già indossate. Tutto ciò è assurdo e meraviglioso.

Bachelder racconta le storie personali dei 22 attraverso brevi accenni, frammenti di dialoghi, ricordi. Scopriremo dei divorzi, di bambini problematici, di fallimenti economici, di paure, di difficoltà nei rapporti umani, di antipatie, di manie.

Bachelder ricrea la storia delle persone che è quella di tutti noi portandola in un albergo fuori mano, in uno spogliatoio, su un campo da gioco. Con un talento molto particolare entra nel cuore di questi uomini, ci mostra come le vite così piene di angosce, paure e disastri, possano essere salvate o, almeno, comprese attraverso il reiterarsi di un’assurda tradizione che in fondo ha poco a che fare con lo sport. La psiche dell’uomo americano così fragile e permeabile viene fuori a poco a poco, in maniera originale e divertente. Ancora una volta lo sport diventa un ottimo strumento di partenza per raccontare ciò che siamo e dove andiamo.

© Gianni Montieri

 

 

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