Giorno: 12 maggio 2017

Sei poesie di Gaetano de Virgilio

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Rischio

Ci è mancato poco che rompessimo
il lampadario dei cieli o i trofei sui ripiani.
Tu che tiravi ad un gioco d’elastico,
io che mi cercavo in un furore da citrullo.
Se avessi crossato la palla poco più in alto
avrei rovesciato al volo,
………………………scassando tutto quello che c’era,
i piatti non lavati dell’altra sera,
la caraffa biancoblu comprata a Praga.
Il genio fu restare immobili,
come due fiammelle di zolfo,
………………………come due micce bagnate inadatte ad esplodere,
tu civetta mezza ubriaca, io mangiatore di fuoco.

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Il grasso del crudo

Il mio sguardo inchioda la salumiera
che sfila il grasso dal crudo.
Prego lo faccia bene, con cura,
poi fisso le onde che la sua mano muove
costeggiando il pezzo di carne col coltello.
Ha una disinvoltura che disinibisce,
spero capisca da sé che da lei dipende
la serenità di un altro pranzo a casa;
perché mio padre non tedierà mia madre
– che lo guarderà mentre sveste l’insaccato
dalla carta lucida -, non la seccherà ripetendole
che la noia del grasso in salumeria,
va chiesta a Serena,
e non a Patrizia, la sorella, perché
Patrizia non è precisa.

 

Tutti quei viaggi

Le notti più alte comprendono
le piste di ghiaccio degli occhi dei francesi,
di quando venni a trovarti chiedendo
un passaggio a quei signori di Alessandria.
Ero molto simile ad una sposa bambina
che balla il valzer delle rane.

D’altra parte è invece il parco grande
dove inventarono le regole del calcio,
e la frammentarietà di quei vuoti
di quei volti di cartone, di quel periodo tutto,
che quando cerco di decifrarlo dopo anni non ci riesco:
i panini con le croquettes scadute,
le insalate, il cibo che mi faceva male.

Solo gli aerei del ritorno hanno il loro valore,
le valigie sul nastro trasportatore,
how do you want me, dico dandomi del tu,
sentendomi come Larbaud,
io che sarei rimasto ore a guardare
le macchie di umido sul soffitto,
le arance morire al sole.

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Nella pancia dell’attesa

Il rumore metallico della macchinetta del caffè
nella sala d’attesa riempie la stanza.
Più tardi ci sarà il tonfo di una lattina
che compie una giravolta intera e cade,
prima di sgasarsi nel contenitore di plastica.
Il badaboing dell’alluminio riempito
mi riporta alle funzioni ornamentali del tuo malumore
giochi di fisica, equazioni da terza liceo.
O a tutte le urla spese nei campetti
per i terzini che non riprendevano posizione.
Come chi ritrae le dita dal manico bollente,
era una questione di secondi
capire che pensavo a delle gambe, a dei corpi,
a dei gesti compresi nei gesti,
a dei versi da buttare giù subito, appena a casa.

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Tu, senza fatica

Ero distratto oppure avevo le palpebre
tremanti, difficili da disincagliare, ma era chiaro che
tenevi nelle mani sei chili di farfalle pesanti
e mi chiedevi se potevo darti un aiuto
mentre io pregavo che non ti distraessi
e quasi gridandomelo dicesti
che sono il bruco nato da un buco ubriaco,
un narciso, una litigata del mare.
Poi gonfiavi le tue guance con l’aria,
mettevi gli occhi al centro e tutt’intorno
i passanti divenivano strabici
mentre noi non avevamo nessuna idea
dell’est, degli steroidi, di noi,
di come si acquistasse il mobilio nelle case nuove,
ed era per questo che tenevi in bilico
senza alcuna fatica diecimila lampadine elettriche,
illuminando anche le macchine in lontananza.

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Hotel a due stelle

Anche i pini di Villa Borghese
avevano una loro coerenza.
Pressoché inutile era guardarli
con gli occhi gonfi di sonno.
Ma perché non siamo tornati subito a casa, Marina?
Albergare da anni i sogni
in un motel da quattro soldi
era una fatica da giganti.
Bere birra calda perché si arrivava
tardi ai buffet, questa era la nostra
avanguardia. Eppure avrei dovuto
tentare che so
di infilare
un ago in un pagliaio
o il dito
nella bocca del tuo sbadiglio
per vedere fino a che punto.

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Gaetano de Virgilio è nato a Molfetta (Ba) il 30 marzo 1993. Dopo essersi diplomato nella propria città, si laurea in Cultura letteraria dell’età moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Bari. Frequenta attualmente il corso di Laurea Magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea della stessa città. Lavora saltuariamente in pub, bar e sale ricevimenti come cameriere.
Appassionato di poesia, letteratura e lingue straniere è redattore e collaboratore di alcuni blog letterari come l’Orinatoio e Viaggio nello Scriptorium.

 

La vita (ora) sconosciuta di Dentello

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La vita (ora) sconosciuta di Dentello (La Nave di Teseo)

di Daniele Campanari

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook”.
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.