Dalla stanza profonda.

Si è scritto abbastanza sul nuovo bel libro di Vanni Santoni?
Probabilmente ancora no e non perché non siano già abbastanza gli elogi che confermano pienamente la meritata selezione per il premio Strega, ma perché la scrittura di Vanni ha sempre il grande merito di aprire vasi di Pandora su realtà sommerse, apparentemente piccole, elitarie forse ma sicuramente marginali, che però, una volta svelate, arrivano a toccare bene o male tutti: per invidia, per rimorso, per competizione e ovviamente per complicità e nostalgia. Scrivo ciò perché se già con Muro di casse, a poco a poco, tutti o quasi avevano dovuto arrendersi e fare outing ammettendo la propria connivenza con il mondo del Rave (forza, alzi la mano chi di queste parti non è stato alle prime “72 ore” delle Cascine o ai fuori festival sulle colline pistoiesi), ora tocca di nuovo alzare le mani, e ingurgitata con nostalgia la prima puntata di “Stranger things” fare il necessario outing. Sì Vanni, anche io ho giocato ai giochi di ruolo, non in stanze profonde della profonda provincia, ma nei salotti delle case di Brera durante l’occupazione della facoltà di architettura e nelle prime ludoteche che negli anni 90 sembravano nascere come funghi nella profonda labirintica periferia milanese. L’ho fatto e lo rifarei. Sta qui il pregio della scrittura di Vanni e non mi fermerò mai di ripeterlo: la cura, l’accortezza e il rispetto per tutto ciò che fa parte di una relativa marginalità che viene vista spesso con sospetto ma che fa parte di un immaginario sociale la cui ricchezza emerge attraverso una narrazione matura, non partigiana e mai priva della dovuta e serena autocritica. Vanni Santoni non ha mai scritto dei “manifesti”, ma ha la capacità narrativa di aggiungere delicati e fondamentali tasselli a una carente storia sociale del costume e del territorio. Lancio hic et nunc una provocazione e che il dio del turismo mi fulmini pure. Chiudete gli occhi e pensate alle prime cosette che vi fanno venire in mente il termine “Toscana”. Ora riapriteli e, benvenuti nelle periferie di un Valdarno invaso dai Suv dei turisti da outlet e che litiga per appropriarsi il ponte riprodotto da Leonardo da Vinci, benvenuti nei nostri paeselli dove la cocaina circola tanto quanto la ribollita e la solitudine non è molto diversa da quella dei casolari con i cipressi. Questo è ciò che per me rende importante la scrittura di Vanni: ricordare che è impossibile inventarsi della letteratura “civile”, quando non si hanno le mani sporche e non si ha la capacità e l’umiltà di “scegliere” nella propria memoria; le adolescenze che racconta Vanni Santoni, sono le stesse di mille altre città, ma che qui hanno anche la “sfiga” di essere confuse nella marea di turisti e fare da sfondo alle cartoline. La scrittura di Vanni Santoni in questo mi riporta al Lethem della Fortezza della solitudine e come quello non era un trattato sulla Brooklyn ai tempi della disco Music, la Stanza profonda non è un trattato o un’apologia dei giochi di ruolo, ma non dimentica assolutamente le lezioni di Huizinga e Caillois e pone il gioco come base formativa e imprescindibile nello sviluppo delle relazioni sociali, culturali, affettive tra generi, età, classi, culture. Con questo chiudo e vado a comprarmene un nuova copia, visto che l’altra mi è stata rubata in treno (basterebbe questo per certificare quanto ho scritto finora) e lascio alla semplice e invitante lucidità della scrittura di Vanni il benvenuto alla magia di un dado da 20 e tutta la meraviglia (tanta, vi assicuro) che può evolversi attorno a un lancio e allo svilupparsi grafico e mentale di una mappa.

© I. Ninni

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2016

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