Giorno: 8 maggio 2017

Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Sororità – Claudia Iandolo (Nota di Monia Gaita)

di che luce si veste il tuo respiro

mentre fluttua lo spazio di energia

mentre corri l’infanzia delle stelle

 

di che respiro è fatta la tua luce

ora che spenta è questa luce poca

in cui ci dibattiamo come pesci di tonnara

 

di che luce sei ora che l’occhio non ti coglie

se non al ciglio di un sogno appena fatto al mattino

mentre un mondo nasce ed uno muore

 

*

al check-in eri senza bagaglio

scanzonata e scalza per un altro viaggio

 

ora che sei onda e corpo

aspettaci agli arrivi

 

manda al solito indirizzo

tempo che non ci affanni

 

ora che ti affacci su scale sospese

mandaci lune come perle da infilare

e sogni che non franino al mattino

 

nunc et in hora che verrà comunque

aspettaci agli arrivi e alle partenze

tu in mulieribus splendida e lunare

 

*

eppure gli uomini ti guardarono

amazzone lunare

 

in questo settembre

in mancata epifania

 

levis sit tibi pulvis

 

levis

sul tuo seno feroce

sui tuoi fianchi

di vergine boschiva

su questa terra

 

di madri esitanti

e padri zoppi

di noi mentre aspettiamo

sciolte irrisolte

maschi

che ci lasciano al mattino

tra Venere e Sole in congiuntura estrema

 

ma gli uomini ti guardavano

Anadiomene

in passo guascone

viaggiatrice inattesa

d’aeroporti e stazioni

 

sorella d’altro amore

che è quest’amore

che ogni volta ferisce

che muore ogni volta

di parole uguali

 

 

Sororità edito da Lietocolle, 2014, è un libro di poesie che Claudia Iandolo ha scritto per l’amica morta, Lina. Il rischio, per ogni autore, nel trattare un evento così sofferto, consiste nell’imprimere ai versi un’enfasi scontata, un manierismo lezioso all’insegna del turgore commemorativo. Rischio, questo, del tutto scongiurato, dall’evidente disinteresse di Claudia Iandolo sia per la poesia facile e accessibile sia per il culto encomiastico-memoriale. Nessuna opaca diluizione dell’essenzialità lirica va ad offuscare il primato accordato allo scavo della parola, al respiro teso e nitido, all’irruzione della visione, resa con un linguaggio icastico e oracolare insieme. La poetessa non inaugura il regno della morte, ma il regno della luce, e fa di ogni verso un organismo biologico munito di vita propria. La morte non si annida negli affetti, non ne appassisce i fiori, non ne annichila i campi. La parola traduce questa legge interiore in legge naturale fornendole sacralità e arte, persegue un progetto di emancipazione dal dolore, investe nell’asse espressivo delle mete assolute. Lina sta su una duna oltre la gora. La gora è l’assenza che propaga il dolore senza farne, però, un precipizio. Per Claudia la morte ha passaggi nascosti: se ne rovisti gli spazi, una lanterna magica proietta la figura dell’amica restituendone il volto, la voce, o come scrive a pag.42 “i fianchi di vergine boschiva”. E’ una poesia camaleontica, debitrice di una quantità di influenze, provocatoria, antiromantica e classica, secondo la lezione del poeta e scrittore francese Jules Theophile Gautier. L’ottica metastorica supera la fruizione del tempo come moto continuo e rettilineo sublimando Lina a entità mitopoietica, a elemento panico e cosmico del reale, imperitura traccia che sbaraglia il buio. La morte non smarrisce la rotta alla speranza, non sfregia l’aria fresca, la voglia di dire, la rinascita. La nostra autrice sa restaurare la complicità e la grazia degli istanti vissuti con l’amica. Quando la nostalgia dei vivi è così intensa, si disvela in orme archetipiche e in cristalline epifanie, riporta a galla gli annegati, li risarcisce dell’oblio. E io dico semplicemente: non c’è secessione, non c’è morte che tenga. Lina vive, cammina nelle pagine con un carisma che la parola genera ed accresce.

© Monia Gaita

Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato. (altro…)