Giorno: 5 maggio 2017

Laura Corraducci, Tre inediti della luce

Laura Corraducci: tre inediti della luce
Nota introduttiva di Luca Benassi

Ne Il Canto di Cecilia e altre poesie (2015), Laura Corraducci aveva scritto: «la fretta scomposta delle otto/ indossata sul volto come il trucco/ il pianto tatuato sotto gli occhi/ è la fuga dal cronometro del mondo/ del mio cuore ancora resto l’ospite». Si trattava di una visione dell’amore nella quale il continuo gioco dell’Io e del Tu mostrava l’esigenza di non voler schivare l’impatto anche dei momenti più drammatici, dove il sentimento aveva il segno negativo dell’abbandono e del dolore. In quel testo, tuttavia, fuga e ospitalità del cuore erano i termini per indagare la relazione; del resto, in altre parti del libro, Corraducci aveva preso a prestito il punto di vista altrui, mostrando di voler spostare il punto di osservazione del sentimento: i reclusi di un carcere e i guardiani dei fari, per i quali l’amore e la luce passano attraverso la distanza, il buio, la fatica. Nelle ultime prove, delle quali i testi qui offerti costituiscono un esempio, Laura Corraducci ritorna sul tema amoroso, ma lo fa con un passo diverso, maggiormente centrato sull’intensità di un vissuto che si cala nella parola con potenza. Sono versi che rivelano un’attesa compiuta in una fisicità lieve ma precisa: «la paura alla fine si è assopita/ dentro il lento scivolare delle mani/ nel respiro che cerca nuovamente/ la linea del tuo mento per morire». Non manca il senso di un nascondimento («stamattina entro ancora di nascosto/ per togliere via la sabbia dai vetri») che concede all’amore solo la pienezza di poche ore e il timore dell’abbandono, ma i riferimenti a una realtà quotidiana precisa (caffè, tazze, vetri, tetti, libri, occhiali) regalano un dimensione quasi quotidiana alla relazione. Ci sono i luoghi cari alla Corraducci: le mani, i capelli, gli alberi, il vento, ma questa volta hanno connotati precisi: il vento è il Grecale e gli alberi sono lecci. Il sentimento sembra quasi avere la forma di un volto del quale ancora si teme di pronunciare il nome. (Luca Benassi)

 

***

hanno tirato a sorte la mia gioia
non è un caso sia caduta su di te
sotto un leccio verde di febbraio
la mia ombra ti segue nella luce
la paura alla fine si è assopita
dentro il lento scivolare delle mani
nel respiro che cerca nuovamente
la linea del tuo mento per morire

*

stamattina entro ancora di nascosto
per togliere via la sabbia dai vetri
e girare nella stanza soltanto con la voce
tocco i libri gli occhiali e il caldo del grecale
il nero del caffè dentro la tazza
sento il sole che qui pare più orgoglioso
di accenderti lo sguardo sopra il tetto
queste assurde maglie di una rete
che stringe nel suo vuoto il nostro tempo
amore nella bocca del vento lasciami due fiori
perché i petali in estate sanno profumare anche le spine

*

avrei voluto cucirti il nome sul petto
con i capelli e il filo bianco dello zucchero
indovinarti il passo prima che si compia
nel respiro di mare da sotto le nuvole
in un tempo dove l’amore non cede
e l’eternità può durare soltanto tre ore

***

Laura Corraducci è nata nel 1974 a Pesaro, dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte poetiche Lux Renova (Edizioni Del Leone, 2007) e Il Canto di Cecilia e altre poesie (Raffaelli, 2015). Suoi inediti sono apparsi su “Punto Almanacco della poesia italiana 2014”, “Gradiva” con nota critica di Giancarlo Pontiggia, “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n.2”. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese, olandese, rumeno e portoghese. Dal 2012 organizza, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della sua città, la rassegna poetica “vaghe stelle dell’orsa” dedicata alla poesia contemporanea italiana e straniera. Traduce dall’inglese (Caroline Clark, Muesser Yehniay, Bill Wolak)

#Capogatto di Emilia Barbato (di C. Tosetti)

Con Capogatto (puntoacapo Editrice, 2016; prefazione di Elio Grasso) Emilia Barbato è alla sua terza fatica, dopo Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) e Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014). È inoltre presente in diverse antologie (Fusibilialibri, Ursini, Aletti, Fondazione Mario Luzi Editore).
La silloge in esame si apre con una poesia (Quel modo di essere luoghi, pag. 11), che cita il romanzo di Christina Stead (L’uomo che amava i bambini, Adelphi, 2004, o – nella prima edizione italiana – Sabba familiare, Garzanti, 1978). La composizione è un sussurrato sprone ad imitare la capacità del luogo di resistere, accogliere, di fare da sostrato passivo e cautamente compassionevole allo svolgersi di eventi, sia umani che legati al divenire delle cose, inevitabili; il romanzo citato ne evocherebbe anche di dolorosi, violenti, ma i versi di Emilia Barbato sono quanto di più lontano possa esistere dalla violenza, e la poesia sopra citata ne è l’emblema, in quanto vi è un palpitare sommesso, una tensione delicata, un pioppino tremore, descrivendo l’ineluttabile sfacelo della materia trascurata ed il tedio della vita nell’abitudine; gli attori sono pervasi e pervadono di malinconia, ma le parole vengono filtrate dalle maglie della levità, caratteristica della poetica dell’autrice, maglie la cui lega – all’interno della raccolta – contiene metafora e allegoria e, per l’appunto, luoghi.
Ecco un altro tratto distintivo: il luogo, che, nella poetica dell’autrice, appare un elemento fondamentale, anche quando un preciso luogo è assente. Funzionalmente alle poesie di Emilia Barbato, il luogo (in un senso molto ampio: luogo è la vigna, ma anche il cuore) è però da intendere nell’analitica accezione aristotelica, non quindi ecosistema, o piazza o città (benché, nella raccolta, vesta di volta in volta gli abiti del mare, della foresta, della città, di una stagione) ma in quanto limite immobile, contenente degli eventi o dei contenenti nei quali i fatti si svolgono, dove “gli enti si muovono”; anche una riflessione in versi, avulsa da una collocazione spaziale precisa, ha in questa assenza di luogo uno degli strumenti mediatori della Barbato. Non vi sono incantate descrizioni di paesaggi e fiori; questi due elementi, che assumo ad esempio, appaiono come strumenti retorici. In questo senso, i luoghi sono “contenenti i fatti” e permettono la descrizione indiretta degli stessi.
Non mi pare casualità, allora, che il vocabolo “contenere” compaia nella poesia sopra nominata:

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Emilia Barbato sceglie il verso libero e, nella prima sezione del libro (BASTÌA), compaiono anche due brevi prose e delle composizioni che sconfinano nella prosa poetica. Ciò, al lettore, potrebbe suggerire eterogeneità, ma la visione d’insieme del libro pare tratteggiare un percorso preciso: il “resistere accogliendo” della prima lirica pare un desiderio, una speranza, che si densifica avanzando fra le pagine, si intravede nella seconda sezione, sezione di riflessione e bilancio (CAPOGATTO), fruttifica nell’ultima (VIA DEI TRANSITI), in cui il fremito muliebre (sempre percepibile) lascia trasparire una scrittura più distesa, la visione di una certa serenità, o il superamento di un periodo di difficoltà. (altro…)