Giorno: 4 maggio 2017

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.
Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.
Un pomeriggio di un giorno qualunque, si presentò il secondo comitato. Una rappresentanza di innamorati e poeti. Ecco, essi non avrebbero mai voluto chiedere una cosa del genere, ma la soppressione dell’elefante era diventata una priorità. Non era tanto il problema dell’alba, che quasi nessuno seguiva con attenzione, quanto, piuttosto il tramonto. Tutta la poesia di quei magnifici momenti, con il disco di fuoco che affonda i raggi e poi si tuffa nell’infinito dietro il mondo… Ecco, tutto questo  era orfano di una parte dello spettacolo. Come avrebbe potuto fare a meno, il mondo, di quella poesia? Come avrebbero fatto i cuori infiammati d’amore, privati di un orizzonte comune dove le emozioni trovavano il loro vertice? Insomma, questo era il comitato FINIAMOLA! Imperativo esortativo, con punto esclamativo finale.
Il giorno successivo, verso le undici del mattino, arrivarono un gruppo di mamme. Donne curate, ma con i capelli in disordine e gli occhi cerchiati, pronte  a sottopormi la loro situazione. Senza l’alba le loro creature avevano gravi problemi a orientarsi nella giornata. Le prime luci dell’alba erano il segnale di un giorno già sorto e la poppata a quell’ora sarebbe dovuta terminare e non, invece, appena cominciare. Questo ritardo si trascinava per tutta la giornata fino a sera, quando la mancanza del tramonto contribuiva a sconcertare i virgulti che a questo punto andavano a dormire troppo presto, svegliandosi la notte a più riprese. Il comitato delle neo-mamme non era riuscito a trovarsi un nome per mancanza di tempo, ma nel mio elenco l’ho chiamato RIPRENDIAMOCI L’ALBA.
La compagnia più agguerrita fu, però, quella arrivata al mattino del terzo giorno successivo. Arrivò con una serie di pannelli, nei quali venivano riportate schematicamente le loro rimostranze di tipo “matematico”. Se i minuti sottratti all’alba sono 4,30 e quelli del tramonto altrettanto , posto che la terra giri alla stessa velocità sia al mattino che alla sera, si pone una sottrazione netta di minuti nove 9 alla singola giornata, che in una settimana: min 9* 7= min 63 e cioè parliamo solo in una settimana di un’ora e tre minuti. Rapportando a un solo mese, avremo perso h1 e min 3* 4=h4 e min 12 e senza contare i mesi di cinque settimane! Più grave il problema se riferito a 365 giorni che ci sono in un anno, e senza contare gli anni bisestili. Proponevano, dunque, la soppressione dell’animale al grido di MORS TUA VITA MEA, nome anche del comitato. Dopo questa dettagliata spiegazione, suffragata da urla d’incoraggiamento, le mie lacrime, prima ferme sul ciglio, cominciarono a diffondersi sulle guance, incapace di una sola parola in grado di arginare la veemenza delle argomentazioni. La cosa cominciava a farsi seria, i nomi e le proposte dei comitati non lasciavano spazio alla speranza. Tutti o quasi volevano l’elefante morto, al meglio fuori dai piedi.
Ma quando meno me lo aspettavo, ecco, che timido, mi si avvicinò un gruppo di persone. In silenzio e circospezione mi abbracciarono. Avevo tutta la loro solidarietà e il loro appoggio. L’elefante è un dono al nostro mondo con la sua stessa esistenza e con le emozioni che è in grado si suscitare nel cuore degli uomini. A volte perdere qualcosa significa trovarne un’altra. Loro avevano trovato una dimensione interiore dalla quale attingere il bene, nella quotidianità ripiegata su se stessa e priva di slanci. Fratelli miei! Avrei voluto gridare. Rimasi in silenzio invece, con gli occhi chiusi, per non far fuggire il balsamo di quelle parole nel mio animo ormai sconvolto.
Fu poi la volta dell’ultimo comitato, arrivato alle 16.00 in punto, previo appuntamento. Un gruppo di sette uomini e due donne, uno dei quali portava un distintivo a fascia e dopo le presentazioni, cominciò a parlare. Erano stati democraticamente eletti ed erano lì, a rappresentare tutti i membri della comunità: lavoratori, lavoratrici, madri, padri, studenti, persino i disoccupati e gli ammalati. Pur riconoscendo la pubblica utilità, che la presenza dell’elefante, apportava nella comunità tutta, erano venuti, con sommo rammarico, a chiedere che l’elefante venisse ridotto all’impotenza con qualsivoglia mezzo, finanche l’annientamento; al fine di recuperare quella vigoria creativa venuta meno a causa degli effetti contemplativi, causati dall’animale. Erano ben decisi e determinati a portare a casa una mia  risposta in senso positivo, o comunque a suscitare l’impegno, da parte mia, di concludere una volta per tutte l’increscioso “incidente”.
La situazione stava trascendendo, i simpatici gruppi di curiosi, presenti all’inizio di questa avventura si erano trasformati in poco tempo in bande organizzate di dimostranti che confabulavano tra loro alla ricerca di una soluzione in grado di arginare quello sciupio di tempo, denaro, poesia, ecc. ecc. Scoprirono, ben presto, che se occludevano all’elefante la visione dell’alba o del tramonto con i loro cartelli, il povero animale non riusciva a nutrirsi. Si organizzarono, dunque, con dei larghi teli neri con i quali circondarono il mio giardino creando quasi una notte perenne. Invano , andavo a rimuoverli, grazie anche all’aiuto dei miei pochi  sostenitori. Quelli come in preda all’esaltazione data dall’obiettivo comune, correvano a rimediare. Il mio piccolo e felice amore, senza cibo cominciava a deperire e scolorire. Il suo rosa era come le gote esangui di un bimbo malato, come l’orsetto rosa di peluche lavato troppe volte, rosa come il succo del melograno colato da un marciume nascosto. Ormai, trascorrevo il mio tempo accanto a lui, contando le ultime carezze, condividendo l’ultima parte di un sogno troppo breve. Era una lotta senza speranza.  La fine dell’elefante era la soluzione a tutti i problemi. Arrivò un giorno, in cui l’elefante non provò più, neanche a sollevare la proboscide verso il cielo, mentre, cominciò a tastare il suolo e a strappare qualche piccola foglia dai cespugli del mio giardino. Tutto, allora, tacque. Persa la sua luce, il suo colore, l’elefante cominciò a nutrirsi di ciò di cui tutti gli elefanti si nutrono. Ancora attoniti,  i dimostranti rimasero fermi a guardare lo spettacolo della normalità. Poi, senza troppo scalpore, tirarono giù i teli e tornarono alle loro case. Gli spavaldi dalla voce grossa, i vergognosi guardando le loro scarpe, i contegnosi fingendo indifferenza. Nessuno di loro ricorda se fosse l’alba o forse il tramonto.

© Daniela Scuncia

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016)

Della monografia su Goliarda Sapienza di Alessandra Trevisan va sottolineata l’illustrazione degli strumenti dell’indagine, già dall’apertura che ne dichiara il taglio, con un’importante precisazione anche riguardo ai temi che non saranno trattati e alle linee che non saranno seguite. Esporre, per così dire, la cassetta degli attrezzi di chi ricerca rappresenta ai miei occhi un merito importante e contribuisce a evidenziare ciò che con questa pubblicazione si è realmente verificato, vale a dire  un passaggio molto lucido dai miti alla coscienza, per ricorrere al titolo di un famoso testo critico di Carlo Salinari degli anni Settanta.

Ammettendo il criterio tematico, questa monografia intende proseguire il percorso qui riassunto, approfondendo alcune peculiarità dell’autrice, ma anche ponendo in evidenza numerose novità che concernono la sua opera. Il campo di lettura proposto dai Gender Studies, inoltre, – sebbene di riferimento – è risultato essere troppo circoscritto quando si parla di Sapienza […] Non si potrà fare a meno di parlare di sessualità, genere, maternità, etc., ma sarà più corretto tentare di fare esplodere questi temi andando oltre. Si sono infatti manifestate altre possibilità di indagine che esplorano, ad esempio, la plurivocità della scrittura dell’autrice in relazione ad altri temi e scritture coeve (e non solo) ma anche l’evidenziazione dello sconfinamento extra-genere presente nei suoi testi; si è resa specialmente possibile un’analisi nei confronti della “voce” come mezzo peculiare per esprimere una personalità letterariamente disgiunta e labile, ripetitiva, dedica all’ascolto e in particolare all’”autoascolto”; (p. 16).

Strettamente collegata alla questione – sulla quale si fa subito chiarezza, ed è questione di fondamentale importanza dinanzi al ‘tema’ Goliarda Sapienza, non di rado oggetto di squilibrate trasfigurazioni e altrettanto squilibrate minimizzazioni – del passaggio dai miti alla coscienza, è la storia della ricezione dell’opera tutta, o di parte dell’opera, di Goliarda Sapienza. Ebbene, come illustra Alessandra Trevisan, entrando nel dettaglio e non facendo mai mancare una corretta collocazione storica, si tratta di una ricezione spezzettata e discontinua,  che procede per apprezzamenti entusiastici, per silenzi, per clamorosi rifiuti, per lunghe fasi di oblio, per riscoperte postume e, come ben messo in evidenza nelle prime pagine del volume, per strumentalizzazioni. Vero è che «Goliarda Sapienza non è mai stata allineata alla cultura del suo tempo» (p. 17), ma quello che avvenne con le poesie di Ancestrale è paradigma – come sottolinea Alessandra Trevisan richiamandosi a quanto dichiarato in precedenza al proposito da Fabio Michieli – di troppo frequenti chiusure, incomprensioni e sostanziale immaturità dinanzi a manifestazioni di poesia, come quella di Goliarda Sapienza, che ritengo, come ebbi a scrivere qualche anno fa, vera nella storia, arma di difesa e sensibilissima intercettatrice, accecante e rivelatrice quando sceglie di essere lapidaria, con richiami nitidi a tutti i sensi, sempre, sia quando percorre con coraggio e strazio le macerie, sia quando disegna il futuro partendo dal passato fissato in una foto antica, sia, infine quando si distende, sconfinando per passione,  verso la narrativa. Alessandra Trevisan racconta al proposito:

[…] le poesie circolarono in un ambiente ristretto e a leggerle oltre alla Banti e a Longhi (su invito del critico Niccolò Gallo), furono il giovane Cesare Garboli e Attilio Bertolucci che le apprezzarono, mentre Mario Alicata, all’opposto, le rifiutò, decretandone una stroncatura definitiva dell’opera. Ancora una volta Sapienza non fu accettata dall’entourage di Maselli a causa del mancato impegno politico e di un ripiegamento in un privato-pubblico borghese; (p. 134).

Amaro dover constatare che a Goliarda Sapienza è mancato in Italia quello che in Austria ebbe Christine Lavant: un Thomas Bernhard che, probabilmente proprio dal suo vigoroso “non allineamento” con conterranei e coevi, seppe apprezzare, scegliere e far conoscere una voce poetica così vicina a quella di Goliarda, anche per ciò che riguarda l’aver esperito le dimensioni dell’esclusione e della reclusione (qui mi riferisco ai soggiorni in manicomio, anche se a Goliarda Sapienza toccò anche l’esperienza della reclusione in carcere).

In Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, Alessandra Trevisan individua proprio nella voce, un filo conduttore e “la” direttrice principale per una analisi approfondita dei testi nell’opera di Goliarda. Una voce che ha avuto uno sviluppo e un allenamento straordinari sul palcoscenico, a partire dagli «sforzi per abbandonare la cadenza sicula» (p. 118) fino alla elaborazione di una tecnica personale. Suonare la voce, scrivere la voce: Goliarda Sapienza si è messa alla prova anche come insegnante. Mi affascina pensare a Goliarda Sapienza come insegnante di recitazione. Ricordo un film del 1986 di Citto Maselli, Storia d’amore, che mi colpì molto quando lo vidi per la prima volta, con una giovanissima Valeria Golino nella parte della protagonista femminile, Bruna, una ragazza del sottoproletariato romano che ha la forza straordinaria, centrifuga e centripeta, di Goliarda Sapienza. Valeria Golino racconta in un’intervista di aver conosciuto Goliarda Sapienza proprio durante le riprese del film. Dell’attività di Goliarda Sapienza come insegnante rende conto Alessandra Trevisan:

Alcune informazioni riguardanti l’esperienza di docente – anche con riferimento alle lezioni private date a Valeria Golino nel 1986 per Storia d’amore e nel 1990 a Nastassja Kinski per L’Alba (entrambi di Maselli) – si hanno nei saggi editi a cura di Giuliana Ortu, Lucia Cardone e Emma Gobbato. […] Sapienza rielabora una tecnica personale servendosi della letteratura di Yukio Mishima e della poesia di Mario Luzi, autori indicativi per lo studio delle pause e della lettura in metrica, quindi utili per allenare l’orecchio, organo dell’udito e dell’equilibrio; (pp. 117-118).

Le dimensioni di Goliarda, Goliarda insegnante, Goliarda scrittrice, Goliarda-personaggia e Goliarda-cinematografara, vengono prese in esame e collegate tra di loro attraverso la disamina dell’opera della scrittrice. È una disamina che individua percorsi di lettura, ad esempio, tra le poesie e i Taccuini, tra i quattro romanzi pubblicati in vita e le opere postume. Mi piace sottolineare qui il collegamento individuato tra il romanzo Il filo di mezzogiorno (1969) e il romanzo, apparso postumo, Io, Jean Gabin (2009). Un passo sostanzioso del volume di Alessandra Trevisan riguarda infatti il rapporto tra Sapienza e il personaggio Wozzeck nell’opera lirica di Alban Berg (Woyzeck nel dramma omonimo di Georg Büchner, scritto tra il 1836 e il 1837, con tre finali diversi e un impianto che anticipa in maniera sorprendente l’espressionismo). Alessandra Trevisan scrive, a ragione, che nel romanzo “psicanalitico” Il filo di mezzogiorno:

Wozzeck è la prima delle immedesimazioni maschili di Goliarda-personaggia in un soggetto maschile, cui seguirà – cronologicamente – quella con Gabin-padre»; (p. 132).

Mi sono chiesta, che cosa abbia significato per Goliarda Sapienza vestire i panni di Wozzeck, dare la sua voce, nella scrittura, alla voce di Wozzeck? Da questa domanda è scaturita l’intenzione di indagare ulteriormente i legami tra l’outsider Sapienza e l’outsider Büchner (attraverso la mediazione di Alban Berg). Questo è sicuramente uno degli ulteriori meriti della monografia di Alessandra Trevisan: individuare altre possibili piste di ricerca, istigare, per così dire, ad altre ricerche.

© Anna Maria Curci