Giorno: 29 aprile 2017

ProSabato: Silvio d’Arzo, Sera sul fiume

 

SERA SUL FIUME

 

Specie nella città di provincia, tutto quello che si fa dopo le undici e cinquantanove acquista senz’altro un sapore illecito, sospetto. Anche frasi innocenti, di quelle che stanno in bocca alle madri, prendono di colpo oscuri significati.
Un seminarista, poi visto alle due di notte per un vicolo, verrebbe immediatamente preso per un agitatore.
Forse per via delle nostre ombre, pensava Stresa guardando ora la sua che si allungava per la strada e si spezzava tutt’a un tratto contro una gronda che sporgeva dal muro. Ne risultava così qualcosa di simile a quei soldati di carta, spezzati in due, che da ragazzo, a volte, gli capitava d’incollare piuttosto male. notava ora una diversità grande, impensata, fra le ombre del giorno e quelle della notte: l’ombra di lui, calda, che faceva il sole, lo seguiva sempre timida, sottomessa, una cosa sua, infine, nata da lui. Tutt’altro, invece, quella dei fanali. Pareva quasi che fosse lui, ora, a seguirla, e che la cosa principale, la viva, fosse proprio l’ombra: ecco, aveva quasi il sospetto che la sua, lunga, imperiosa, quasi ostile, che aveva già raggiunto l’angolo della via, potesse anche fermarsi da un momento all’altro ad aspettarlo per riprendere la strada insieme nella notte.
Ma abbandonò subito questi pensieri, ricordandosi che gli camminava accanto in silenzio, la figlia del capitano, Doveva avere una grande fiducia in lui quella sera. Un’illimitata fiducia. Gli chiese solo, a un certo momento, se si fosse ricordato del fanale, poi, rassicurata, non aprì la bocca fino al Chianore.
Ora, fermi sull’argine, udivano l’acqua bassa e lenta frusciare sotto i filari curvi dei salici. La notte fitta di luna, d’acqua, d’erbe, di salici e di fresco, li circondava vergine e calma.
Ed egli si accorse di stonare incredibilmente lì in mezzo. Una cosa che urtava, senza senso, Qualcosa come i fotografi alle parate militari.
“Non si sente niente”, osservò a bassa voce la ragazza con una punta appena di delusione.
“È troppo tardi, adesso. Non gracidano più, ma ci sono.”
Le rane. Volevano alludere alle rane.
Egli scese allora in acqua, adagio adagio, senza nemmeno togliersi le scarpe. Erano scarpe quasi sfatte, ormai, di quelle che non possono più diventare lucide; ma conservano ancora un poco di parca dignità, come tutti gli indumenti dei piccoli impiegati e dei sottufficiali.
Le aveva portate però fino a ieri l’altro e, solo paragonandole alle nuove, si era accorto del loro stato. Ne era arrossito.
Emma lo seguiva intenta sulla riva, scostando leggermente le fronde dei salici dal viso come farfalle, con una curiosità vigile, quasi religiosa. A volte, nel silenzio, come quando si soffermava un poco ad aspettare, e udiva soltanto l’acqua scivolarle ai piedi, si sentiva quasi pianta anche lei,
Adesso non pensava più nemmeno a Ladi, che oggi l’aveva pregata di leggergli qualcosa, nemmeno al fidanzato che doveva pur esistere in una delle tante città. Ma c’erano ancora città oltre le fronde dei salici, oltre l’argine e il ponte?
Le onde sostenevano la luna. E sembrava quasi possibile pigliarla su con due dita, gocciolante, come una moneta caduta in una vasca.
Ma una rana piovve sulla luna e la infranse; i frammenti di madreperla galleggiarono un poco qua e là, poi si ricomposero a disco dondolando. Di nuovo fioriva la luna.
“Stresa, lì, lì, guardate. Colla testa fuori. Dietro le foglie.”
Senza poter nemmeno guardare, Stresa tuffò le mani nell’acqua.
Presa. Era presa. Sentiva palpitare fra le dita la gola larga della rana.
Emma gli tendeva ora il sacchetto, vittoriosa, con un desiderio infantile di lodi, sorgendo dal fogliame fresco e oscuro.
E Stresa, guardandola, desiderò stranamente esserle vicino in quel momento, poterla toccare in qualche modo, senza peccato, senza desiderio.
Un bisogno, ecco, una necessità. Come quando si vuol sentire il sole. È peccato, forse, sentire il sole? O come i cani quando si strisciano contro le gambe del padrone. Una cosa simile, proprio; come un bracco.
Gli mancava, ad ogni modo, qualcosa: non si sentiva completo, così.
Intanto continuava a star lì coi piedi nell’acqua, tenendo in mano a rana.
La rana era grossa, verde e sgambettava.

Silvio d’Arzo, L’aria della sera e altri racconti, Bompiani, 2002

proSabato: Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza

viaggio-intorno-alla-stanza

Mi sono reso conto, per mezzo di diverse osservazioni, che l’uomo è composto di un’anima e di una bestia. – Questi due esseri sono completamente distinti, ma inseriti l’uno nell’altro, o l’uno sull’altro, in modo tale da rendere indispensabile una certa superiorità dell’anima sulla bestia perché si sia in condizione di distinguerli.
Ho appreso da un vecchio professore (ed è un ricordo remoto) che Platone chiamava la materia l’altra. Va benissimo; però io preferirei attribuire questo termine antonomastico alla bestia congiunta alla nostra anima. È questa sostanza in realtà che è l’altra, e che ci contraria in modo tanto bizzarro. Tutti grosso modo s’accorgono che l’uomo è doppio; ma in quanto, dicono, composto da un’anima e da un corpo; e accusano questo corpo di non so quante cose, certo però del tutto a sproposito, poiché è incapace di sentire quanto di pensare. È la bestia che si deve incriminare, quest’essere sensibile, perfettamente distinto dall’anima, vero individuo, che ha un’esistenza a parte, gusti, inclinazioni e volontà proprie, e che è superiore agli altri animali, solo perché allevato meglio e provvisto di organi più perfezionati.
Signori e signore, siate orgogliosi quanto vi garba della vostra intelligenza; ma diffidate profondamente dell’altra, soprattutto quando state insieme!
Non so quanti esperimenti ho compiuto sull’unione di queste due creature eterogenee. Per esempio, ho constatato chiaramente che l’anima può farsi obbedire dalla bestia, e che, per uno scambio increscioso, costei molto spesso obbliga l’anima ad agire suo malgrado. Secondo le regole, l’una ha il potere legislativo e l’altra quello esecutivo, ma questi due poteri sono spesso in contrasto. – Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia, affinché possa svolgere le sue funzioni da sola, mentre l’anima, liberata da questa familiarità imbarazzante, può innalzarsi fino al cielo.
Ma è necessario illustrare tutto ciò con un esempio.
Quando leggete un libro e un’idea più piacevole vi si insinua all’improvviso nella mente, l’anima vostra, signore, le si dedica subito e dimentica il libro, mentre gli occhi seguono macchinalmente le parole e le righe; voi completate la pagina senza comprenderla e senza ricordare quanto letto. – Questo accade perché la vostra anima, dopo aver ordinato alla sua compagna di farle la lettura, non l’ha avvertita della breve assenza che stava per fare; cosicché l’altra ha continuato la lettura che l’anima non ascoltava più.

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Xavier De Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza, Trad. Rosa Maria Losito, Guida Editori Napoli, 1987, pp. 30-31