Giorno: 28 aprile 2017

Premio letterario L’albero di rose – II edizione

 II edizione del Premio Letterario
 
“L’albero di rose”
 
dedicato alla Festa del Maggio di Accettura
 

REGOLAMENTO

Il Premio è diviso in cinque sezioni:

Sezione I – Poesia edita; la silloge deve essere edita a partire dal giorno 1 gennaio 2014 al giorno del 15 luglio 2017.

Sezione II – Poesia inedita, a tema, ispirata alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero; è necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, pena l’esclusione dal premio.

Sezione III – Poesia inedita a tema libero; è necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, pena l’esclusione dal premio.

Scuole

Sezione IVComponimento a tema, in prosa o poesia, ispirato alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero, sezione riservata agli studenti della classe 5^ primaria e delle classi 1^, 2^, 3^ della scuola secondaria di primo grado. Ciascun componimento non deve superare le tre pagine, pena l’esclusione dal premio.

Sezione VComponimento a tema, in prosa o poesia, ispirato alla Festa del Maggio, ai culti arborei e al rapporto tra l’uomo e l’albero, sezione riservata agli studenti di tutte le classi di licei e scuole secondarie di secondo grado. Ciascun componimento non deve superare le tre pagine, pena l’esclusione dal premio.

 

Qui è possibile scaricare il bando.

Qui è possibile scaricare la scheda di partecipazione al premio.

 

Per saperne di più sulla Festa del Maggio di Accettura:

www.ilmaggiodiaccettura.it

 

Riletti per voi #15: Dorothy Allison, Trash

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, Il Dito e la Luna, 2006, € 16,00

di Renzo Favaron 

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Leggere Dorothy Allison è toccare con mano il fatto, se così si può dire, che l’America ha un nucleo di popolazione non “colored” aborrita e discriminata, il che fornisce una prova tangibile della profonda lontananza e divergenza dalla favola che essa sia la patria del sogno a cui normalmente e superficialmente è stata ed è associata. Trash (Il dito e la luna, 2006) di Dorothy  Allison è una raccolta di racconti che aggiunge un tassello interessante e arricchisce la percezione di un paese a cui non poca letteratura e cinematografia è sembrata cieca o comunque ha lasciato più intuire che mettere a fuoco. In particolare, ciò che colpisce è l’accento, il tono, il punto di vista di un’autrice e insieme di una donna che si è sentita appiccicata l’etichetta di “bianca spazzatura”, un’etichetta che ha quasi lo stesso significato di “colored” e quindi di una macchia non meno carica di conseguenze. Forse non è casuale il fatto che Dorothy Allison sia originaria del South Carolina, ovvero di uno di quegli stati dell’America che hanno dato (sì) i natali a William Faulkner e Flannery O’Connor, ma rispetto ai quali è piuttosto diffuso lo stereotipo che siano abitati da persone (stupide, cerebrolese, moralmente carenti), che sono l’esatto contrario dello stereotipo Yankee.

Come che sia, centrale nella raccolta di racconti è la figura della madre, una donna dalla scorza dura e che a poco a poco, anche se non è più di tanto istruita né colta, si rileva essere ricolma di scienza infusa. Infatti, alla figlia Dorothy, consiglia: «Non dire a nessuno quello che succede veramente. Non siamo al sicuro, l’ho imparato da mia madre. C’è gente al mondo che è al sicuro, ma noi no. Non far sapere a nessuno i fatti tuoi». Oltre a ciò, orgogliosamente conscia della propria condizione, aggiunge: «Non volere quello che non puoi avere». La madre di Dorothy sa di essere una bianca trash, ma ha una qualità rara non meno che cristallina: la “grinta”, e grazie a questa contrasta e sopporta gli urti della “storia” personale e familiare. Del resto,  non solo la madre si staglia e spicca, ma altre figure dell’universo parentale, come la nonna e la zia Alma. Quest’ultima, in uno dei racconti più più toccanti della raccolta, un giorno si sposta da Greenville e inopinatamente compare davanti alla nipote, che ormai da alcuni mesi si è stabilita altrove. E’ stata la madre a mandarla in avanscoperta e la casa in cui vive Dorothy è una topaia; non ci sono sedie, ma banchi di chiesa, e la nipote ricorda che la zia si rifiutava di andare in chiesa perché non c’erano le sedie a dondolo. Però, quasi fosse una cosa normale, all’interno c’è un tavolo da biliardo, e a un certo punto zia Alma rastrella le biglie e le sistema “in un triangolo perfetto”. Mentre la zia si piega sul tavolo verde, Dorothy si volge indietro e la ritrae come una donna generosa e sui generis. Già, la sorella della madre gestiva una trattoria e le piaceva giocare, tanto che non andava mai a casa senza farsi “prima tre o quattro partite, da sola”. Facendo una digressione, appare chiaro che l’avere messo al centro del racconto il tavolo da biliardo è qualcosa che va al di là della mera trovata narrativa, nel senso che zia Alma si può a tutti gli effetti considerare il prototipo della donna in grado di competere in un campo tradizionalmente appannaggio o, se così si può dire, culturalmente fatto su misura per l’universo maschile. Tuttavia, è una donna “vecchio stampo” e il cruccio che l’ha portata a far visita alla nipote è racchiuso nella domanda: «Hai pensato ai figli?». Nel leggere il racconto, tanto per cambiare, ci sono venute subito in soccorso le raccomandazioni della madre già esposte e trascritte da Dorothy, ovvero: «Non dire a nessuno che il patrigno ti picchia. Succederebbero cose terribili che non si possono neanche dire». Come la stessa autrice ha ammesso, però, lei non è come la madre, non ha la sua stessa forza e ora non sveleremo la storia che racconta a zia Alma. Pensando al lettore, ci limiteremo ad aggiungere che l’autrice contravverrà alla regola materna di mantenere il massimo riserbo in merito a ciò “che succede veramente”.

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Considerazioni su “Casa rotta” di Valentina Maini (di A. Alessandrini)

Maini, Casa rotta (Arcipelago Itaca)

CONSIDERAZIONI SU CASA ROTTA DI VALENTINA MAINI
ARCIPELAGO ITACA EDIZIONI

di Alessio Alessandrini

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Cominciamo con l’asserire fin da subito che Casa rotta di Valentina Maini, giovanissima scrittrice emiliana trapiantata a Parigi, non è sicuramente un libro “facile”, anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, l’aggettivo che ci è venuto spontaneo da sussurrare a conclusione delle ripetute letture è sempre stato “faticoso”; faticosa lettura, lettura ostica. Ci troviamo di fronte a una poesia ardua, dura, petrosa – a prendere in prestito un attributo di tanto nobile tradizione.
Questo perché non si tratta di un verseggiare chiuso o ermetico, si badi bene, semmai perché la comunicazione non è mai esibita, anzi sottile e il parlare non è colloquiale, amichevole, trasognato quanto spiazzante e sradicato.

Per entrare nel meccanismo di Casa rotta ci pare opportuno ricorrere a una sosta prolungata della lettura, a una rabdomantica ricerca, a una pratica estenuante quale è la rilettura, proprio perché a ogni esperito contatto con questi versi si apre un nuovo orizzonte di visione, una nuova crepa, che, per quanto invisibile e secondaria, ci distoglie da precedenti percezioni e ci costringe a ricominciare daccapo l’indagine di senso.
È, altresì, una lirica “faticosa”, perché la visione del mondo che se ne ricava non è sostanzialmente felice, anzi, solcando e portando alle estreme conseguenze una tradizione novecentesca, la poesia di Valentina Maini si innesta nella linea decadente, fatta come è di ansie e atmosfere frante, una percezione negata elevata all’ennesima potenza che è poi la potenza del negativo assoluto con cui il mondo contemporaneo ci chiama continuamente a fare i conti.
È sicuramente delle cose che riguardano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” a parlarci Valentina Maini, e lo testimonia il ricorso ossessivo alla negazione presente, in pratica, nella quasi totalità dei testi e in molte occasioni esibita in posizione di incipit come a voler salmodiare un elenco ininterrotto di fallimenti, divieti, delusioni, abdicazioni. Di seguito solo alcuni esempi per possibili spunti di lettura e riflessione:

Non un movimento il cane (pag. 10)

Non parlano le mura della stanza (pag. 12)

Non fonda cardine né ruota (pag. 24)

Non può tutto sopportare l’amore (pag. 32)

Non sono io il centro del quadrato (pag. 36)

e via dicendo. (altro…)