Giorno: 26 aprile 2017

Una frase lunga un libro, i saluti

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Il brano che leggete qui è tratta da La Promessa di Silvina Ocampo (La Nuova frontiera, trad. di Francesca Lazzarato), ed è stato il primo brano scelto per la rubrica “Una frase lunga un libro”, era il 25/02/2015. La rubrica si è chiusa stamattina con il numero cento, e si è chiusa con Roberto Bolaño e il suo Tre (Sur, trad. di Ilide Carmignani); in mezzo ci sono poco più di 500.000 battute, spazi e vita inclusa, ci sono molti viaggi, recensioni brevi o lunghe, scritte in treno, scritte di notte, scritte in pausa pranzo, scritte in bagno, alcune venute benissimo altre un po’ meno.

Ero partito con l’idea che una frase (o un verso) fosse in grado di individuare l’anima del libro, di rivelarlo, molte volte è andata così. Molte altre la frase ha introdotto, altre ancora è stata un punto d’arrivo, altre ancora ha mostrato la voce di un personaggio, quasi sempre è stata bellissima; ci sono stati libri per i quali la copertina ha parlato meglio di una frase.

Mi piacciono le cifre tonde, quando arrivai al numero 50 decisi che a 100 la rubrica avrebbe chiuso i battenti. Grazie ai libri di cui ho parlato qui, al ritmo di uno a settimana, ho migliorato la mia scrittura e credo il mio approccio alla lettura. Ho scritto di poesia e narrativa cercando sempre di trovare “la storia” e mostrarla al lettore. “Una frase lunga un libro” chiude ma le recensioni continuano, forse in altra forma, vedremo.

Ringrazio i molti lettori, le case editrici e i loro uffici stampa, e la mia redazione che mi ha sostenuto e accompagnato in questo viaggio che è stato soprattutto divertente. Ringrazio tutti gli scrittori e qui ci sono molti di quelli che amo di più.

Vi metto qui il link con tutti i numeri, andate a vedere che bel viaggio è stato. UnFraseLungaUnLibro

Grazie assai.

*

Gianni Montieri

Giuseppe Ceddia, Bestiario #6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

*

È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

*

© Giuseppe Ceddia

 

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*
Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

(altro…)