Giorno: 19 aprile 2017

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia

 

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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