Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

Foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

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L’Uomo col fiato sul collo le aveva provate tutte: sciarpe, foulard, bandane, maglioncini a collo alto, scialli, stole. Aveva anche azzardato uno scaldacollo su consiglio di un praticante della montagna. Niente. Tessuti di cotone, lana, seta, sintetici, misto lana, misto seta. Si era buttato anche sulla pashmina anche se non sapeva esattamente cosa fosse. Niente. Non era servito a niente. Tutto ciò che faceva, che pensava, che provava. Tutto era scandito da questo costante e implacabile fiato sul collo. Come va? Benissimo! Come stai? Benissimo! Tutto bene? Benissimo! Era il suo acuto quotidiano. L’Uomo col fiato sul collo declamava per lo più superlativi assoluti, prolungava tutte le sillabe, ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. Mentiva a tutti. Alla moglie, ai figli, agli amici, ai colleghi. Mentiva al conoscente incontrato per strada. Continuamente. Mentiva a se stesso. Ripeteva che c’era tempo, che poteva farcela, che non c’erano problemi. Continuamente. Ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. E intanto sudava.

L’Uomo col fiato sul collo sudava tantissimo. E si preoccupava anche. Temeva che l’eccessiva sudorazione insieme a questo spiffero costante sul collo potessero compromettere la sua salute. Salute fisica. Dalle tasche straripavano fazzoletti di stoffa. La mattina erano bianchi, candidi, immacolati, freschi di bucato, ben stirati e inamidati, piegati in quattro parti. La sera si tastava i pantaloni ed erano umidi, stropicciati, avvoltolati, impregnati di sudore, ansia, costipazione. Li nascondeva per evitare domande, per non doversi guardare allo specchio. Li nascondeva nei cassetti, sul fondo del cesto della biancheria, nel cruscotto della macchina. E mentre li nascondeva sudava ancora. C’è tempo, posso farcela, non ci sono problemi. L’Uomo col fiato sul collo coltivava brutti pensieri per chiunque. Aveva un piccolo orto nella sua mente, una porzione minuscola del cervello destinata a fustigare le persone. Colpevole di pigrizia! Colpevole di favoreggiamento! Colpevole di inadempienza!, prolungando tutte le sillabe. Trovare il marcio negli altri, individuare i lati deboli, scovare le fragilità. Non era un essere spregevole ma questo sistema lo faceva sentire meglio, gli faceva credere di essere uno dei tanti, uno qualunque.

L’Uomo col fiato sul collo voleva assolutamente essere uno dei tanti, uno qualunque. Non ambiva a spiccare, a essere ricordato per qualcosa. Lui voleva solo vivere in pace, senza grattacapi, senza impedimenti. Invece questo fiato sul collo non lo abbandonava mai. Si guardava intorno cercando di capire chi fosse a respirargli sul collo. Dalla mattina alla sera. Apriva gli occhi, soffitto, crepe nel soffitto, scendeva dal letto, ciabatte, pavimento del bagno sempre bagnato, water, lavandino, specchio, oddio che faccia, cucina caffè un biscotto, camera biancheria camicia pantaloni giacca cravatta, i fazzoletti, ci sono i fazzoletti, bene ci sono, posso andare, scale portone, buongiorno come va benissimo!, parcheggio, chiavi, freno a mano specchietto prima e via, automobili automobili automobili camion autobus motorini motorini bicicletta, semaforo, ufficio, scrivania, il nulla il nulla, schermo del pc, fogli fogli, aggiorna aggiorna, pranzo panino ciao come stai benissimo!, arrivederci, parcheggio, chiavi, automobili automobili lampioni accesi semaforo parcheggio, buonasera, com’è andata la giornata benissimo!, tavola cena, facce, sorrisi, abbracci, divano, circostanze, pigiama ciabatte toilette dentifricio letto, soffitto crepe nel soffitto chiudeva gli occhi.

Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Qualcosa c’è che ti segue. Che ti fa paura. Un silenzio forse. Che ti guarda da dietro l’angolo, che spia i tuoi movimenti. Qualcosa di remoto, morto, forse. Qualcosa che di notte si inginocchia al tuo capezzale e inizia a respirarti contro. Qualcosa che non rinuncia ai tuoi ricordi, ai tuoi sogni. Che ti sta alle spalle, mentre sei a tavola, soffiandoti sulla nuca. Una voce muta che si insinua. Che ti aspetta sotto casa per esalarti cattivi presagi. Eppure, non c’è nessuno. Ti volti. Una, due, tre volte. Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Eppure, non c’è nessuno. Solo un tappeto di fazzoletti bianchi, umidi e stropicciati.

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© Elisabetta Meccariello

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