Giorno: 13 aprile 2017

Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

Foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

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L’Uomo col fiato sul collo le aveva provate tutte: sciarpe, foulard, bandane, maglioncini a collo alto, scialli, stole. Aveva anche azzardato uno scaldacollo su consiglio di un praticante della montagna. Niente. Tessuti di cotone, lana, seta, sintetici, misto lana, misto seta. Si era buttato anche sulla pashmina anche se non sapeva esattamente cosa fosse. Niente. Non era servito a niente. Tutto ciò che faceva, che pensava, che provava. Tutto era scandito da questo costante e implacabile fiato sul collo. Come va? Benissimo! Come stai? Benissimo! Tutto bene? Benissimo! Era il suo acuto quotidiano. L’Uomo col fiato sul collo declamava per lo più superlativi assoluti, prolungava tutte le sillabe, ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. Mentiva a tutti. Alla moglie, ai figli, agli amici, ai colleghi. Mentiva al conoscente incontrato per strada. Continuamente. Mentiva a se stesso. Ripeteva che c’era tempo, che poteva farcela, che non c’erano problemi. Continuamente. Ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. E intanto sudava.

L’Uomo col fiato sul collo sudava tantissimo. E si preoccupava anche. Temeva che l’eccessiva sudorazione insieme a questo spiffero costante sul collo potessero compromettere la sua salute. Salute fisica. Dalle tasche straripavano fazzoletti di stoffa. La mattina erano bianchi, candidi, immacolati, freschi di bucato, ben stirati e inamidati, piegati in quattro parti. La sera si tastava i pantaloni ed erano umidi, stropicciati, avvoltolati, impregnati di sudore, ansia, costipazione. Li nascondeva per evitare domande, per non doversi guardare allo specchio. Li nascondeva nei cassetti, sul fondo del cesto della biancheria, nel cruscotto della macchina. E mentre li nascondeva sudava ancora. C’è tempo, posso farcela, non ci sono problemi. L’Uomo col fiato sul collo coltivava brutti pensieri per chiunque. Aveva un piccolo orto nella sua mente, una porzione minuscola del cervello destinata a fustigare le persone. Colpevole di pigrizia! Colpevole di favoreggiamento! Colpevole di inadempienza!, prolungando tutte le sillabe. Trovare il marcio negli altri, individuare i lati deboli, scovare le fragilità. Non era un essere spregevole ma questo sistema lo faceva sentire meglio, gli faceva credere di essere uno dei tanti, uno qualunque.

L’Uomo col fiato sul collo voleva assolutamente essere uno dei tanti, uno qualunque. Non ambiva a spiccare, a essere ricordato per qualcosa. Lui voleva solo vivere in pace, senza grattacapi, senza impedimenti. Invece questo fiato sul collo non lo abbandonava mai. Si guardava intorno cercando di capire chi fosse a respirargli sul collo. Dalla mattina alla sera. Apriva gli occhi, soffitto, crepe nel soffitto, scendeva dal letto, ciabatte, pavimento del bagno sempre bagnato, water, lavandino, specchio, oddio che faccia, cucina caffè un biscotto, camera biancheria camicia pantaloni giacca cravatta, i fazzoletti, ci sono i fazzoletti, bene ci sono, posso andare, scale portone, buongiorno come va benissimo!, parcheggio, chiavi, freno a mano specchietto prima e via, automobili automobili automobili camion autobus motorini motorini bicicletta, semaforo, ufficio, scrivania, il nulla il nulla, schermo del pc, fogli fogli, aggiorna aggiorna, pranzo panino ciao come stai benissimo!, arrivederci, parcheggio, chiavi, automobili automobili lampioni accesi semaforo parcheggio, buonasera, com’è andata la giornata benissimo!, tavola cena, facce, sorrisi, abbracci, divano, circostanze, pigiama ciabatte toilette dentifricio letto, soffitto crepe nel soffitto chiudeva gli occhi.

Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Qualcosa c’è che ti segue. Che ti fa paura. Un silenzio forse. Che ti guarda da dietro l’angolo, che spia i tuoi movimenti. Qualcosa di remoto, morto, forse. Qualcosa che di notte si inginocchia al tuo capezzale e inizia a respirarti contro. Qualcosa che non rinuncia ai tuoi ricordi, ai tuoi sogni. Che ti sta alle spalle, mentre sei a tavola, soffiandoti sulla nuca. Una voce muta che si insinua. Che ti aspetta sotto casa per esalarti cattivi presagi. Eppure, non c’è nessuno. Ti volti. Una, due, tre volte. Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Eppure, non c’è nessuno. Solo un tappeto di fazzoletti bianchi, umidi e stropicciati.

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© Elisabetta Meccariello

“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…