Giorno: 10 aprile 2017

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 2017

 

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

 

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

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da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

fonte google – immagine pubblica

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

 

Corro. Sento tutti i muscoli contratti, i quadricipiti, i polpacci, le braccia pronte a scattare, le piante dei piedi appoggiano sospettose sul terreno. Non sento rumori, assorbita dal silenzio. È il mio corpo che pompa il sangue, è il respiro regolare, è il piccolo tonfo di passi brevi  tutto ciò che mi circonda. E poi il nero. Perché sto correndo con gli occhi serrati, nel bosco. È una prova. Ho dato un’occhiata al percorso e sto provando: quanto si può andare avanti senza farsi del male, conoscendo così poco? Ho paura, ma continuo. Galleggio in un tempo irreale, dissociata dal mio vivere comune del quale ho perso il filo.
Il tempo passa, ma molto più velocemente di come s’immagina: un battito d’ali è la vita di un uomo. Niente di più. Mi avventuro cieca e circospetta, penso al futuro come a questa strada sconosciuta a cui ho dato solo una breve occhiata, e poi mi sono buttata con entusiasmo e paura. Una pietra rotola sotto il mio piede d’appoggio e cado, l’istinto mi fa spalancare gli occhi e metto le mani in avanti a un passo da un tronco d’albero (cosa facile, essendo in un bosco): salva per un pelo. Riprendo a respirare regolarmente e l’aria è fredda e umida, c’è odore di muschio: gli umori in decomposizione della terra arrivano al cervello. Questa estate sta per essere lavata via da un acquazzone. Il buio si è fatto strada tra le fronde e sembra sera. Mi sono un po’ persa ma avanzo in salita. Resto quasi incantata dal silenzio così fitto e dalla luce metallica sospesa in questa atmosfera, e un passo dopo l’altro mi avventuro, aspettando il temporale o quello che verrà dal cielo ormai scomparso dietro le cime degli alberi.
Le prime gocce portano solo rumore, un picchiettìo senza motivo apparente invade l’aria, poi rotolano dagli alberi agglomerati di acqua e polvere. E i suoni prendono il sopravvento, i tamburi minacciosi e  il lamento dell’acqua sulle foglie mi intimoriscono. È proprio giunto il momento di coprirmi con il telo cerato che porto nelle escursioni. Nella fretta lo zaino resta fuori ma io sono salva, completamente avvolta nel mio bozzolo mi sento al sicuro da questo mondo che rotola a valle in piccole parti che si sgretolano e scompaiono. Si fa strada in me la consapevolezza della più completa solitudine. Chiusa in questo nero, assordata  d’acqua, immersa nell’aria densa di sudore e di fiato. E il tempo si dilata. Cerco conferme dal mondo esterno che percepisco con i sensi in allerta mentre mi sento in questo sangue che scorre veloce e poi rallenta sotto la pelle, nelle vene che pulsano. Mi sento viva, eppure sono già morta in questo sacco nero, come un cadavere all’obitorio in attesa di un riconoscimento o una placenta per chi deve ancora nascere. Chi sono? Diverse volte mi sono persa, altre guardandomi allo specchio neanche mi sono riconosciuta. Una vita qualunque, senza eroismi, piccoli pensieri e piccole storie. Mi sento stanca, o forse annoiata, in un eterno déjà vu, in cui circolano soliti fantasmi destinati a recitare parti in una storia, per poi sparire inevitabilmente all’orizzonte.
Vivo una vita già vissuta, prefabbricata, presa in prestito, altri hanno già provato le mie stesse emozioni, visto le cose che ho visto io. Vivo un tempo immobile, ripiegato su se stesso, in cui l’andare avanti nasconde una sconfitta. Forse in realtà non sono mai nata, nessuno mi conosce, anche io stento a sapere chi sono. In questo spazio concavo, respiro il mio stesso fiato fatto di terra, alla ricerca di uno spiraglio che non appare. Mi aggiro nei ricordi, in quello che è stato, senza riuscire a percorrere troppa strada. Mi smarrisco facilmente in questa mia piccola esistenza fatta di ombre e maschere. Cerco disperatamente un tempo autentico al quale aggrapparmi. Vedo mia madre al mio ritorno da scuola e le sento addosso l’odore di cucina mentre la bacio e mi affretto a mordere una mela prima del pranzo. Lei mi sorride e svanisce dietro i vapori di una minestra ormai fredda, ammorbata, buona solo per vermi golosi. Il bisogno d’aria mi porta davanti al mare, a guardare le onde diverse e uguali nel loro cammino eterno, mai stanche e mai sazie, afferrano la riva piene di desiderio per poi ritirarsi quasi indifferenti, prive di zelo… Solo un percorso inutile e ossessivo. La vita corre, consuma il nostro tempo, i nostri giorni scompaiono sepolti da impegni senza scampo ma questa è solo l’apparenza che ci costruiamo per sopravvivere al vuoto senza parole della sera, quando non ci tornano i conti della nostra solitudine. Annientare il buco nero nel frastuono di volumi assordanti e di grandi movimenti di braccia e di gambe serve a poco e per poco tempo; è un’illusione per  non guardarci allo specchio e vedere in cosa ci stiamo trasformando. Prepariamo la strada a sterili domani. Cerco la salvezza nel pensiero dell’amore. Ma può l’amore essere un pensiero, uno stato assolutamente teorico? Mi sembra di avere sempre amato con le parole, con gli intenti, con suoni vaghi. Niente, oggi, mi sembra peggio di questa nuvola rosa in cui ho dato e ricevuto il nulla. Poche ferite ha il mio cuore e tutte ormai nascoste dal tempo. Mi sono sentita quasi sempre sola, isolata da tutti, circondata da tanti, eppure sola. Un po’ fuori contesto, troppo avanti o troppo indietro, ma comunque i miei tentativi di trovare un mio simile si sono infranti sulla compassione. Ho imparato l’arte della dissimulazione e del silenzio.
In questa viscida placenta che mi avvolge, non conosco quanto sia il tempo trascorso in questo stato, ma non sento stanchezza o fame, sento di essere al sicuro, finalmente al mio posto. Quasi sprofondo in questa terra fatta molle di pioggia. Nulla è diverso da prima: il buio, questo caldo così dolce e asfissiante, questi pensieri che mi aprono vertigini infinite. Eppure mi appare, forse un limite, un rifugio di fronte a tanto dolore. È questo nulla, perfettamente pieno di me stessa, senza compromessi, senza perché. Non sto chiedendo a me stessa di esistere o manifestarmi in alcun modo, ma immobile resto a sentire il mio respiro affievolirsi, le mie vene placarsi. Potrei, forse ancora reagire a questa mollezza che mi invade, questa incapacità di muovermi, di ordinare ai muscoli ritrosi di scoprire questo telo per ritrovarmi nel solito mondo. Non credo però di averne voglia. Eppure basterebbe che un braccio si sollevasse e l’aria fresca invaderebbe i miei polmoni, ma sono paralizzata da una volontà più intima, radicata come un seme con le sue prime radici. Il mio corpo sta cominciando anche lui a fare parte di questa terra. Si sta dissolvendo nel terreno e dal terreno trae però una forza sconosciuta: primitiva e familiare. Mi riconosco in queste nuove radici capaci di scavare senza piètà, e diventare pianta.
Non sento più le gambe e la spalla destra, non provo dolore. Sono stupita e resto assorta in questo cambiamento. Prendo lentamente consapevolezza di ogni grumo di terra posta sotto di me, di ogni foglia o formica, ne sento la consistenza, la composizione. Mi sto sciogliendo come metallo, penetrando in ogni lieve anfratto della terra per diventarne parte minerale, o forse sto morendo come un seme, per diventare pianta con i rami presto piccoli e ancora verdi verso un cielo troppo lontano. Ancora non lo so. Aspetto.

© Daniela Scuncia

Francesco Guazzo, 13

Francesco Guazzo, 13, Edizioni Corte Micina, Premio Città di Fiumicino 2016

 

Non ho più avuto un gesto,
dopo che la partenza
si era fatta attesa del semaforo,
e mi addormentavo pensando,
perché si cambiasse luce,
ed era come se la gente
avesse cominciato ad accalcarsi,
in farmacia,
io a buttarmi sulle strade,
guardando le stelle e il cielo,
facendo liste delle cose
che non serve fare,
a chiedere di fretta
– quanto viene una rosa? –
e in molti ai tabacchi,
a grattare sui tavoli con le monete,
o a preparare i mozziconi
del significato, e – tu –
poi tutti a chiedere – tu
come ti vesti
per la fine di ogni cosa? –

 

*

A cadenza regolare, si è fatto
più urgente il desiderio
di invertire gli orizzonti,
e non è soltanto un sentimento
di esitazione per la monotonia
del giorno, stando almeno
alla spiegazione senza congetture
del ciliegio in fiore o al moto
perfetto del bambino dietro
la siepe, che gira su se stesso
con la bicicletta in mano

 

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