Giorno: 6 aprile 2017

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 3: Le tue cose sono ovunque

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n. 3: Le tue cose sono ovunque

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Le tue cose sono ovunque. Le scruto, le tocco, le tengo sul palmo per valutarne il peso, le annuso, le accarezzo, le faccio stare in equilibrio sul bordo del tavolo, le spolvero, le osservo, le lucido, le poso una seconda volta sul palmo perché il peso potrebbe essere cambiato. Non è cambiato niente. Penso a come riporle, un modo razionale, ordinato, scientifico. Elaboro un metodo. Compro delle scatole. All’ikea ce ne sono di bellissime. Colorate, resistenti, capienti, di tutte le forme e dimensioni. Prezzi ragionevoli per scatole di cartone. 3.50, 4.99, 6.99, 13.99. Ce ne sono anche da 0.79 ma non mi sento di riporvi fiducia. E quelle da 0.99 non hanno il coperchio. Compro delle scatole e ci metto dentro le tue cose che sono ovunque.

Pensa che le scatole dell’ikea hanno anche una targhetta da attaccare all’esterno per annotarne il contenuto. Io lo faccio. Prendo le tue cose che sono ovunque e le divido per categoria. Escogito un metodo razionale, ordinato, scientifico. E quando credo di aver finito, di aver chiuso per sempre quelle scatole, ecco che da un cassetto, da un angolo del ripostiglio, da una mensola in alto, ecco che spuntano nuove tue cose che sono ovunque. E adesso che faccio. Riapro le scatole? Ne compro di nuove? E questa cosa dove la metto, non c’è una scatola per questa categoria. Penso a un nuovo metodo? Penso a un diverso ordine di catalogazione? Alfabetico? Per stagione? Per colore? Per consistenza? Faccio una scatola per le cose che non so dove mettere? E adesso devo riscrivere le targhette. E adesso come faccio.

Mi hai lasciato qui con le tue cose che sono ovunque e io non ho abbastanza scatole, io non ho il metodo, io non ho l’ordine. Io non ho. Io non so. Allora inizio a riempire gli spazi vuoti con le mie cose, con nuove cose. Compro oggetti che non mi servono, compro oggetti che ho sempre voluto, compro oggetti che hanno un bel colore. Riempio le mensole, stipo i cassetti, colmo gli angoli dietro le porte. Le mie cose sono ovunque, inglobano tutto il resto, la mia casa straripa di cose, io trabocco di cose, vomito cose, piango cose. Ed ecco che le tue cose che sono ovunque si ribellano ed escono dalle scatole, aprono i coperchi e strisciano sul pavimento screziato. Vengono a cercarmi. Non ci rinchiudere, mi supplicano. Non ci nascondere, tirandomi le lenzuola nel sonno. Perché non vuoi vederci, piagnucolano aprendomi il ventre. Perché vuoi seppellire anche noi. Ho freddo. Il sangue, caldo, impregna le lenzuola, il materasso gocciola, sul pavimento screziato.

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© Elisabetta Meccariello

Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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