Giorno: 5 aprile 2017

Giuseppe Ceddia, Bestiario 3: Lucertola

Franz Marc, Lucertola

 

Bestiario 3: Lucertola

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Con lo sguardo malandrino
fugge via in un baleno,
di chi l’osserva contemplandola
si fa beffe e fa girandola,
rettil savio e celerissimo
mentre l’uomo è assai lentissimo,
urta e fugge l’esistenza
della vita è resistenza,
coccodrillo in miniatura
è un decoro di natura.
Sotto i massi e tra l’erbe
è regina e mai si perde,
trastullo macabro per sbarbati
a lor modo invertebrati,
se la coda le si stacca
la natura la riattacca,
mentre all’uomo cattivone
non insegna la lezione.

Rotazione immensa del capo, la lucertola è sbarazzina tra i cespugli, lampo viaggiatore che l’occhio umano coglie a malapena. Il bambino di dieci anni non sa di compiere sacrilegio quando, lo ricordo perché anch’io colpevole, crea questi cimiteri di piccoli rettili impiccati con filo di cotone, quando sente la sua falsa forza di fronte a tanta nobiltà. Questi camposanti di lucertole impiccate – magari i giardini dei condomini, con gli alberi a mo’ di tombe – ridestan in me la tristezza del non sapere, la pre-pubertà intollerante e cattiva, il demone dell’incoscienza.

Ora, mentre passeggio sotto il sole d’aprile, accostandomi a qualche muro erboso, nei pressi di piccole sollevazioni di terra, le vedo – le lucertole – con la coda dell’occhio (una “coda” che non cresce… al contrario della loro), e mi piace pensare che forse ci abbian perdonati, noi stolti umani – un tempo bambini – di quel tempo che fu. Un piatto di falene per la lucertola madre, per me un bicchiere di digiuno. Offro io.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome, (trad. di Ernesto Maggi), Nutrimenti 2017; € 17,00, ebook € 8,99

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“Dove vanno tutti questi qui?”
“Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”.
“E una frontiera”.
“Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti.

La guerra, quella guerra, quella che è stata la guerra dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che ha buttato giù le case che avrebbero potuto essere le nostre, quella delle fughe, dei morti, dei milioni di morti, quella del terrore e dei campi di concentramento, quella che pareva potesse non finire mai. E poi la guerra degli esodi, degli scavalcamenti di muri e frontiere, di morti lasciati indietro, di bambini caduti per strada, di famiglie annientate. La guerra della fame e della sete, dei bombardamenti, delle esecuzioni, dei dittatori. A queste memorie ci riportano i racconti di Max Aub, che sono davvero straordinari, ci portano in una terra di nessuno che va dalla Spagna alla Francia, e ci va a piedi, che va dal Sudamerica a un campo di concentramento, che va da una fucilazione a un abbraccio, che va da un morto per fame a un sorso d’acqua che ti salva la vita. Il regime di Franco, ma tutti i regimi, che tutti si assomigliano, che tutti quanti segnano chi li attraversa e segnano chi verrà dopo, per conseguenza e per memoria.

Aub è stato un grandissimo scrittore e prima ancora è stato un esiliato, un torturato, una vittima, un uomo segnato. Aub è stato un testimone, ma esserlo è un conto, saper rendere testimonianza è altra cosa. Saper rendere quella testimonianza grande narrativa non è cosa da poco. Se mostri l’orrore della guerra facendo grande letteratura sei uno scrittore eccezionale, sei uno come Aub.

Aub scrisse gli otto racconti di Gennaio senza nome dal suo esilio messicano, queste storie raccontano di esodi di massa e quindi di esilio e di morte, raccontano gli internamenti di Vernet (Francia) o di Djelfa (Algeria); internamenti che Aub visse sulla propria pelle. E vediamo un po’ di che storie si tratta.

Ci hanno dato una scatoletta di sardine da dividere in otto. Era il 25 luglio. Mi ricordo bene, perché lì c’era un calendario. Erano più di tre giorni che non mangiavamo. Per dessert hanno iniziato a bombardare.

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