Giorno: 30 marzo 2017

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

*

La Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai. Costruiva oculate e articolate dissertazioni che restavano intrappolate nelle membrane del suo cervello. Ripeteva dentro la testa intere frasi, interi periodi, sapeva tutto, conosceva tutto, aveva un’enciclopedia di nozioni registrate nella memoria, aveva interiorizzato dati, informazioni, avvenimenti, qualsiasi cosa era archiviata nella sua testa, in ordine di importanza, in ordine alfabetico, in ordine di rilevanza, in ordine di citazione. La Ragazza che aveva qualcosa da dire poteva dire qualcosa su qualsiasi argomento. Aveva un’opinione su qualsiasi argomento. Avveduta, ponderata. Un ricettacolo di notizie. Eppure non parlava mai. La mattina si esercitava davanti allo specchio. Si avvicinava fino ad appannarne la superficie con il respiro, osservava il contrarsi dei muscoli intorno alla bocca, scandiva ogni parola, si soffermava sulla percentuale di dentatura che ciascuna sillaba le scopriva, sulla sfumatura tra il bianco e il giallo che il singolo dente stava stemperando, sullo svilimento delle gote, sulla dilatazione dei pori. E sugli occhi. Gli occhi la tormentavano. Non per il valore simbolico o per la complessità dell’anima, proprio per l’oggetto occhio. L’umidità, la lacrimazione, le venature, l’opacità. E l’inclinazione delle sopracciglia, la curvatura che la peluria assumeva su un accento, su una desinenza. Il volto è un’esplosione di segnali, pensava, indipendentemente dalle emozioni. Trasuda i significati impliciti ed espliciti. Il volto ci tradisce. Quando arrivava il suo turno, quando gli sguardi convergevano tra lo spazio delle sopracciglia e la punta del suo naso, quando il brusio di voci altrui si affievoliva aspettando di sentire la sua, ecco, la Ragazza che aveva qualcosa da dire restava in silenzio. Annuiva se era d’accordo. Che poi non era proprio un annuire, era un leggero scuotere di testa, leggerissimo, quasi impercettibile. Storceva la bocca se voleva dissentire, lievemente, alzava un solo angolo della bocca, pochi istanti, una fossetta le si piantava sulla gota svilita. D’accordo o no restava in silenzio mentre nella sua testa esplodeva un frastuono che la immobilizzava. Gli archivi si spalancavano snocciolando notizie, nomi, fatti, la mente partoriva dati, informazioni, aneddoti, il cervello macinava quantità di parole e numeri e locuzioni da riempire i vuoti di qualsiasi dialogo. Eppure la Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai.

Le parole le scendevano giù per la faringe
sillaba dopo sillaba
si appigliavano all’epiglottide per lanciarsi nel vuoto
ancora più giù lungo l’esofago
sillaba dopo sillaba
una decomposizione di lettere
e suoni e apostrofi e virgole e punti
intaccavano la mucosa
graffiavano l’epitelio
laceravano le cellule
e poi tornavano su le parole
sillaba dopo sillaba
un rigurgito continuo
di contrazioni peristaltiche
di pensieri inestricabili
di impalcature intellettuali
le parole si ramificavano fino al cervello
parole sotterrate
parole digerite
parole vomitate
le parole perdevano il proprio significato
diventando solo
caratteri
simboli
segni
privi di valore
senza contenuto

Alla ragazza che aveva qualcosa da dire restava solo una matassa informe di Times New Roman 12.

*
© Elisabetta Meccariello

 

Giovanni Fierro, Gorizia On/Off (parte seconda)

fonte google (fotografo non citato)

(#11)

Con la gonna alle ginocchia, il pensiero che
a Nova Gorica curano meglio le unghie, e che
credere alla felicità è scorciatoia dei deboli,
Daniela Ferri la prima sciocchezza la mette
in borsetta, per non farla vedere a sua figlia.
La seconda, appena arrivata nel bagno del bar,
la nasconde fra le rime dei suoi capelli.
La terza sciocchezza, invece, deve rincorrerla, per
poi afferrarla al volo e farla stare nella mano.
Lo sa, il suo stare da sola è il silenzio che funziona.
E oggi funziona. Per oggi sa solo questo, tre è il numero
perfetto. Soprattutto per le sciocchezze.
E anche per quello che Sandro Abrami, di nascosto da tutti
ieri in macchina nel parcheggio della stazione, le ha detto:
“Quanta fatica per capirci, tu mi prometti Il tuo profumo,
io ti chiedo il tuo odore”.

 

(#12)

Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

 

(#13)

Il fiume Isonzo sfiora e accarezza Gorizia,
il suo andare di acqua cerca il morbido
della pelle di questa città, che conta le sue grondaie.
È una vicinanza che ancora non si misura,
due corpi si riconoscono nell’abbraccio
vero? e rimangono le voci, penso.
Andrea Santino si toglie le scarpe, si siede
sul divano in silenzio, e pensa a Cecilia Skarabot,
alla sua collana, alla sua borsa marrone,
alle sue labbra che si ammorbidiscono
quando dicono “ma certo, sono qui”.
Le campane di San Rocco rintoccano le sei,
e lui si ricorda di suo figlio, “papà, lo so
con lo spago si possono legare assieme le cose,
ma io sono solo capace di fare dei nodi”.

 

(#14)

Agata Polverieri i suoi trentanove anni li tiene
stretti alla melodia di “Agnese dolce Agnese”
di Ivan Graziani, le piace chiedere per favore,
ha un segno di sangue nell’occhio destro
ed è convinta che l’unica cosa che funziona
in questa città è lo spazio verde di via Lantieri,
dove i cani corrono, saltano e fanno i loro bisogni.
Sotto l’ombrello è nel giorno di una pozzanghera,
sopra lo specchiarsi di una fortuna che rimanda
da tempo. Vuole rimanere lontana dalla paura,
sul retro di uno scontrino del bancomat ha scritto
al suo amico Dante Dri, alcune parole piccole
a biro nera: “la conta degli abbracci inizia presto,
con il primo abbraccio che desideri, vuoi e sogni,
e che poi rimane da qualche altra parte,
in una attesa che non conosci, impigliato”.

 

(#15)

Questo giovedì mattina tutto è rinviato,
i voli dei colombi in piazza Vittoria, il primo
buongiorno che si sente in via Montesanto
il primo caffè ordinato al banco del bar Ali.
Tutto è più lento, ci si muove appena.
Gorizia è questa laguna di promesse, infedeltà,
sigarette comprate in Slovenia e grattaevinci.
Qui non ci si sposta mai di onda, solo di marea.
Ricordo l’immagine scritta da Paolo Catta,
‘ombre urbane di tacchini in fuga’, è un libera tutti.
Cosa posso aggiungere. A volte mi sento proprio
come questa città, se sono stato amore
è perché ho sprecato amore.

(altro…)