Giorno: 7 marzo 2017

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Anna Maria Carpi, E intanto parlo con voi

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Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

“E io intanto parlo con voi”, è il risultato di una chiacchierata che Anna Maria Curci ed io abbiamo fatto con Anna Maria Carpi; molti sono i temi trattati e gli spunti interessanti, è stato bello e divertente, speriamo che lo sia anche per voi. Grazie. (Gianni Montieri)

*

D: Cara Anna Maria, tu sei nata a Milano, e a Milano vivi. La città è molto cambiata negli ultimi anni: qual è il cambiamento più sensibile, a tuo avviso? E cosa, secondo te, Milano ha perso o cosa non ritrovi più della “tua Milano”?

R: Sono nata a Milano da un’emiliana e da un toscano (figlio di un’elbana e di un irlandese  adottato un secolo e mezzo fa da dei Carpi di Lucca). Ho sempre abitato dove abito tuttora, in questa casa del quartiere Magenta che conserva il suo volto borghese di primo ‘900. Qui sono ogni volta rientrata dai miei giovanili soggiorni di studio all’estero e poi dai decenni durante i quali, sia pure pendolando, ho insegnato alle università di Macerata, di Bonn e di Venezia. La “mia Milano”? Sono di fatto solo alcune vie che potrei indicare una per una, tutte entro piazzale Baracca e piazza Cadorna, e la mia via che, parallela ai treni della Stazione Nord, sbocca sui primi alberi del mio amato Parco. La città è cambiata? Lo constato quando vado a piedi da Cairoli a S. Babila, e molto oltre non ho voglia di andare. Salvo delle visite al nuovo centro di Porta Nuova che è mirabile, vedi il grattacielo dell’Unicredit, ma che mi sembra appartenere a un continente del futuro. Già la parola “grattacielo” non suona più attuale.

D: Cosa nasconde e cosa mostra il cuore dei milanesi?

R: Il cuore dei milanesi? Nella città degli affari? Come ben si sa, pochi a Milano sono nativi milanesi, e ora meno che mai. A parte i limitati commerci degli africani, a colpirci oggi è la presenza di quelli che chiamiamo per comodità i “cinesi”. Ma questo è  oggi il mondo, e da noi di nativi ora ci sono solo i digitali, uguali ovunque. E altra novità: anche fra sconosciuti non digitali ci si chiama tutti  per nome. Il tu, il tu della paura di restare soli?

D: Per il tuo lavoro a Ca’ Foscari hai fatto per molti anni la spola tra Venezia e Milano, luoghi molto diversi tra loro, quanto di queste due città ha influenzato la tua scrittura? E quanto ha contato, invece, il tuo viaggiare?

R: Ho ambientato il mio primo romanzo, Racconto di gioia e di nebbia, a Venezia. Ho molto amato Venezia negli anni ’80 e vi ho comprato casa. Ma se sogno, sogno il nord, l’inverno, il maltempo. Altri miei scenari successivi, dovuti ai miei viaggi, sono: l’Olanda, dove ho avuto una lunga amicizia, Mosca, dove nella mia passione per il russo sono stata più volte, una cittadina inglese dove studiavo la lingua, e Bonn, Berlino, la Germania. Milano ritorna nell’autobiografico Principe scarlatto. Ma la mia scrittura è più fatta di personaggi che di luoghi. E la natura? Qui cito una mia recente poesia: «Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./ Io non sono natura». Forse per questo le mie modeste donazioni vanno alla difesa del pianeta, dall’Artide agli  uccelli al leopardo delle nevi.

D: Veniamo alle poesie, alle tue «piccole arroganti», che cosa ti consentono di raccontare? Quanto conta la capacità di accelerare che consente il verso?

R: La poesia. Pretendere di dire in breve è certo un’arroganza. Ma se riesce, l’effetto supera ogni lungo dire in prosa. Solo che il materiale emotivo dev’essere imbrigliato dalla logica, ossia la logica deve controllare i nessi fra le fuoriuscite. I  nessi vengono dal profondo, sono  più seri dei momentanei arbitrii, e sono ciò che può poi far dire ai lettori: è quello che sento anch’io.

D: I tuoi testi sono da sempre molto musicali, non ti piace rinunciare alla metrica e non rinunci mai al ritmo, è questa l’unica strada possibile?

R: No, non rinuncio a una certa metrica: le rime hanno un effetto semplificatorio, se vuoi comico, e si può farne a meno. Ma non del ritmo. Da me si fonda su settenario, doppio settenario ed endecasillabo. Molto tradizionale. Certo che non è l’unica strada possibile, io uso anche il verso libero, però il ritmo svolge forse una delle più antiche funzioni della poesia, quella di farci sentire che siamo tutt’uno.

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