Giorno: 6 marzo 2017

Lucianna Argentino, inediti #1

Il poema della luce
(o del teorema della ricorrenza*)

La vita è aria tessuta
con la luce.
(Jacob Molesch)

Dal treno la rivincita sul tempo
non la credeva e nemmeno sul rammarico
perché di rado se n’era visto uno sparito così,
semmai addolcito, eppure quello, adesso rinverdito,
la esortava: guardami gli anni mi hanno cambiato,
ma so che tu mi riconosci, che non mi hai dimenticato.
Ma lei – quella in carne ed ossa – era la stessa? E lui?
Di vita ne è passata, si dissero e se la raccontarono
a Milano, senza bagaglio, mano nella mano,
lungo i viali del Castello Sforzesco.
La ghiaia sotto la panchina riverberava assoli di ricordi,
scovava dubbi in fondo agli occhi e ombre dilatate
dalla luce gentile di quel pomeriggio di settembre
che, riluttante, si congedava dall’estate.
I due vagavano attoniti nel vuoto d’anni di cui erano gli estremi,
priva di guida la memoria andava a caso
e lei smarrita girava attorno a quella clausola
che poi, di tanto in tanto, le concedeva tregua.
Perché non mi parlasti?, le chiese lui
col fiato spezzato dal rimpianto.
Non sapevo ascoltarmi, non conoscevo altro di me
che trasparenza. Ma ora tu salvami da questo gorgo,
lo supplicò lei da dentro un’ancora non arresa disputa.
Lui taceva, forse un sorriso, ma appena sotto pelle
gli sussurrava che in lei c’era qualcosa che lo riguardava.
Misuravano non il peso del passato o una sua ipotetica innocenza
ma il già eluso futuro, corroso da quanto rinnegato
quando il tempo era alleato coi battiti del cuore
e il cuore non lo temeva, ne sentiva anzi la benevolenza
ora rinnovata nel fuoco di quella ricaduta.
Sconfinavano le ore, indocili e gelose,
nella recita dei loro reciproci almanacchi
accesa la questione se dal chiuso da cui era evaso, lui,
poco persuaso che fosse libertà, si potesse edificare un’intesa.
Credevo di non avere scelta, confessò lei l’autoinganno.
Il prezzo per la revisione della storia le lacrimava dentro
e stava come la luce quando cede in grani
il suo potere all’ombra che, pentita, eppure avanza. (altro…)

Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

*

Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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