Giorno: 2 marzo 2017

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

faggio_purpureo

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Mladen Blažević, Poesie

foto di Mirjam Gostinčar

foto di Mirjam Gostinčar

Mladen Blažević, Poesie
Traduzione di Michele Obit

*

Akomodacije, refrakcije, kabrioleti

kad sjedim pred staklom pogled mi odluta u zelenilo
što se nalazi u lijevom kutu
zbog nakošenog vrata
i nošenja torbe u desnoj ruci

ali nekad se slova što vise
i suše se
razlete u roju oko mene
i zabiju u kičmu
kao čavli

tad stavim naočale da ih povežem u riječi

i dogodi se nešto na subatomskoj razini
što ne razumijem
izgubi se u naprezanju očnog živca
ili trzaju širenja zjenica

možda da je više svjetlosti
da živim u kući bez krova
više je svjetlosti u kući bez krova

kad se prozorima odnesu škure
i ne trebaju sklopke
i osigurači
danju je dan
noću je noć

samo stvari
razbacane po kući
nekad su bile žive

ne mogu ih pokopati pod zajedničkim imenom

.

Accomodamenti, rifrazioni, cabriolet

quando siedo di fronte al vetro lo sguardo si smarrisce nel verde
che sta nell’angolo a sinistra
per via del collo inclinato
e del portare la borsa con la destra

a volte però le lettere che penzolano
e si asciugano
svolazzano via in sciame attorno a me
e si ficcano nella colonna vertebrale
come chiodi

allora mi metto gli occhiali e le unisco in parole

e accade qualcosa a livello subatomico
che non comprendo
si perde nello sforzo del nervo oculare
o nel sussulto della dilatazione delle pupille

magari ci sarebbe più luce
se vivessi in una casa senza tetto
in una casa senza tetto c’è più luce

quando si tolgono le persiane alle finestre
non c’è bisogno di frizione
di valvole
di giorno è giorno
di notte è notte

solo gli oggetti
sparpagliati per la casa
un tempo sono stati vivi

non posso seppellirli sotto un nome comune

*

knjiga Djeca kapetana Granta Julesa Vernea
progutala me s cipelama
dok sam bio dječak
hodao sam po šumovitom tropskom otoku Tristan de Cuhna
igrao se s crnim, dlakavim praščićima
velikih, obješenih ušiju

Verne nije spominjao naseljene
nisu mu trebali za daljnju plovidbu
a moreplovcima u njegovu romanu
trebale su samo svježe namirnice

trideset godina kasnije
listanje starih časopisa
slika male ljudske zajednice
lažan smiješak pred fotoaparatom
odaje zajednički gen
nemiješan generacijama
odavno ne naseljavaju svježe osuđenike
s doživotnom robijom

magla skriva blato
šuma je posječena za brvnare i ogrijev
teška je klima
hladne struje Antarktike
ne daju na more

National geographic Studeni, 1986.
naslovnica i nekoliko strana

zašto sam ga uzeo u ruke

.

il libro I figli del capitano Grant di Jules Verne
mi ha inghiottito con le scarpe
quando ero ancora bambino
camminavo per i boschi dell’isola tropicale Tristan da Cuhna
giocavo con i maiali pelosi neri
dalle grandi orecchie pendenti

Verne non aveva citato i coloni
non ne aveva bisogno per la traversata successiva
nel suo romanzo i marinai
volevano solo alimenti freschi

trent’anni più tardi
la spulciatura dei vecchi giornali
la foto di una piccola comunità di uomini
il sorriso falso davanti alla macchina fotografica
svela un gene comune
non mescolato per più generazioni
da tanto tempo non ci abitano nuovi condannati
al carcere a vita

la nebbia cela il fango
il bosco viene abbattuto per mobili e legna da ardere
il clima è pesante
le fredde correnti dell’Antartico
non permettono il mare

National geographic, novembre1986.
la copertina e alcune pagine

perché l’ho preso in mano (altro…)