Giorno: 1 marzo 2017

Maria Lenti, Ai piedi del faro

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Maria Lenti, Ai piedi del faro. Poesie, La Vita Felice, 2016

Chi legge Ai piedi del faro, la più recente raccolta di Maria Lenti, vede innanzitutto confermato il titolo, vale a dire la prospettiva dal basso scelta – ai piedi del faro, appunto – e tuttavia illuminata da un’ampia fonte di luce. Con i piedi ben piantati sulla terra, lo sguardo si volge al passato, al presente e al «futuro radiosato» e, allo stesso tempo, la mano scrive partiture per «sinfoniette» e ballate, senza disdegnare, bensì, al contrario, conferendo loro dignità, filastrocche e cantilene che ravvivano il loro passo guardando in volto, pensose, ridenti, malinconiche, indignate, sempre coraggiose, anche la crudezza della realtà. La poesia ironica dà la mano, in una ronde trascinante e serissima, alla poesia giocosa, il campo della fiera – campo di calcio – e la sua erba calpestata si alterna al valzer dei fiori. Le età della vita guardano, sagge nell’accettazione non supina, alle illusioni mendaci. Impegno politico, vocazione pedagogica e sorriso aperto diventano parola poetica, che intreccia idiomi e fa volare alto l’etimologia. La poesia amata delle radici si mescola agli austeri inventari, che si trasformano a loro volta in divertissement dai significati molteplici. Maria Lenti conduce il lettore in aree geografiche molto distanti tra di loro, attraversa e fa attraversare molti spazi del pensiero e dell’azione, provocando incontri inaspettati. (altro…)

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

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Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi