Mese: marzo 2017

Mauro Pierno, Ramon

Mauro Pierno, Ramon, Edizioni Terra d’Ulivi, 2017

Nella raccolta recentemente pubblicata dalla casa editrice Terra d’Ulivi, il confronto che Ramon – alter ego dell’autore, Mauro Pierno – ha con il tempo, nel senso completo di alternarsi di stagioni e storia, appare ben articolato, frutto di una maturazione che va compiendosi negli anni: chi scrive ha avuto il privilegio di leggere qualche anno fa una prima versione dei testi ora apparsi in versione cartacea. Si tratta di un confronto che dà testimonianza sia di un ascolto attento di altre scritture sia di un dialogo rinnovato con la poesia. Questa è rappresentata, con tratti che il contatto quotidiano colloca tra l’affettuoso e l’ironico, come musa opulenta, «obesa virtù», «Musa Perpetua».
Il confronto con il tempo è continuo, a volte serrato, a volte rissoso o divertito, a volte attenuato in un sottovoce di consuetudine e familiarità. Non mancano, in questo confronto, i capovolgimenti di prospettiva: «Così il tempo/ ha sconvolto se stesso,/ e gli attimi che ruba/ sono attimi che perde.»
Le letture, spia di consuetudine e familiarità, di cura quotidiana, accompagnano i versi, talvolta si collocano esplicitamente tra questi in un gioco interlineare, senza, tuttavia, soverchiare e soffocare. Può capitare, a tratti, che nel gioco di rimandi entri perfino un riferimento a testi di canzoni in voga qualche decennio fa, peraltro abbinato, con un effetto di voluto spiazzamento, non già a una più o meno perfida, più o meno indifferente destinataria di un amore immeritato, bensì alla notte della poesia ‘alta’: «Pure tu, non sei più la stessa/ cara notte, troppo vicina all’alba».
La musa opulenta premia la familiarità dell’autore donandogli un uso dell’anafora che coniuga sapienza e passione, musicalità e significatività, come nel  verso appellativo della poesia omonima «applica il silenzio al silenzio»; il premio giunge, ancora, con il rinnovarsi, a me caro, dell’intreccio delle parole  che iniziano con “in-“ nella poesia Che inganno, nella quale è una ulteriore consistente derrata di ironia a far capolino per smascherare l’inganno delle «metafore perfette».
Il confronto con il tempo, infine, assume le sembianze di un realismo bizzarro ed efficace, che si manifesta e incalza con ritmo avvincente, favorito o, più precisamente, spronato dalle allitterazioni.

©Anna Maria Curci

***

Così il tempo
ha sconvolto se stesso,
e gli attimi che ruba
sono attimi che perde.
Così il tempo
gira e rigira
e consuma
l’eterno ed il vissuto.

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Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

*

Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

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Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice: nota di lettura

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca edizioni, € 14,00

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.
Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.
Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni. (altro…)

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

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La Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai. Costruiva oculate e articolate dissertazioni che restavano intrappolate nelle membrane del suo cervello. Ripeteva dentro la testa intere frasi, interi periodi, sapeva tutto, conosceva tutto, aveva un’enciclopedia di nozioni registrate nella memoria, aveva interiorizzato dati, informazioni, avvenimenti, qualsiasi cosa era archiviata nella sua testa, in ordine di importanza, in ordine alfabetico, in ordine di rilevanza, in ordine di citazione. La Ragazza che aveva qualcosa da dire poteva dire qualcosa su qualsiasi argomento. Aveva un’opinione su qualsiasi argomento. Avveduta, ponderata. Un ricettacolo di notizie. Eppure non parlava mai. La mattina si esercitava davanti allo specchio. Si avvicinava fino ad appannarne la superficie con il respiro, osservava il contrarsi dei muscoli intorno alla bocca, scandiva ogni parola, si soffermava sulla percentuale di dentatura che ciascuna sillaba le scopriva, sulla sfumatura tra il bianco e il giallo che il singolo dente stava stemperando, sullo svilimento delle gote, sulla dilatazione dei pori. E sugli occhi. Gli occhi la tormentavano. Non per il valore simbolico o per la complessità dell’anima, proprio per l’oggetto occhio. L’umidità, la lacrimazione, le venature, l’opacità. E l’inclinazione delle sopracciglia, la curvatura che la peluria assumeva su un accento, su una desinenza. Il volto è un’esplosione di segnali, pensava, indipendentemente dalle emozioni. Trasuda i significati impliciti ed espliciti. Il volto ci tradisce. Quando arrivava il suo turno, quando gli sguardi convergevano tra lo spazio delle sopracciglia e la punta del suo naso, quando il brusio di voci altrui si affievoliva aspettando di sentire la sua, ecco, la Ragazza che aveva qualcosa da dire restava in silenzio. Annuiva se era d’accordo. Che poi non era proprio un annuire, era un leggero scuotere di testa, leggerissimo, quasi impercettibile. Storceva la bocca se voleva dissentire, lievemente, alzava un solo angolo della bocca, pochi istanti, una fossetta le si piantava sulla gota svilita. D’accordo o no restava in silenzio mentre nella sua testa esplodeva un frastuono che la immobilizzava. Gli archivi si spalancavano snocciolando notizie, nomi, fatti, la mente partoriva dati, informazioni, aneddoti, il cervello macinava quantità di parole e numeri e locuzioni da riempire i vuoti di qualsiasi dialogo. Eppure la Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai.

Le parole le scendevano giù per la faringe
sillaba dopo sillaba
si appigliavano all’epiglottide per lanciarsi nel vuoto
ancora più giù lungo l’esofago
sillaba dopo sillaba
una decomposizione di lettere
e suoni e apostrofi e virgole e punti
intaccavano la mucosa
graffiavano l’epitelio
laceravano le cellule
e poi tornavano su le parole
sillaba dopo sillaba
un rigurgito continuo
di contrazioni peristaltiche
di pensieri inestricabili
di impalcature intellettuali
le parole si ramificavano fino al cervello
parole sotterrate
parole digerite
parole vomitate
le parole perdevano il proprio significato
diventando solo
caratteri
simboli
segni
privi di valore
senza contenuto

Alla ragazza che aveva qualcosa da dire restava solo una matassa informe di Times New Roman 12.

*
© Elisabetta Meccariello

 

Giovanni Fierro, Gorizia On/Off (parte seconda)

fonte google (fotografo non citato)

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Un paio di mesi fa pubblicammo le prime dieci poesie di “Gorizia on/off” di Giovanni Fierro, introdotte da una mia breve nota. Giovanni ha proseguito la serie, continuando il suo viaggio tra i tetti, le strade, le memorie, i dolori, gli abbracci; il suo viaggio tra e con la gente di Gorizia. Con grande piacere pubblichiamo oggi la seconda serie di on/off che va dalla 11 alla 20. Grazie a Giovanni e a chi leggerà. (Gianni Montieri)

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(#11)

Con la gonna alle ginocchia, il pensiero che
a Nova Gorica curano meglio le unghie, e che
credere alla felicità è scorciatoia dei deboli,
Daniela Ferri la prima sciocchezza la mette
in borsetta, per non farla vedere a sua figlia.
La seconda, appena arrivata nel bagno del bar,
la nasconde fra le rime dei suoi capelli.
La terza sciocchezza, invece, deve rincorrerla, per
poi afferrarla al volo e farla stare nella mano.
Lo sa, il suo stare da sola è il silenzio che funziona.
E oggi funziona. Per oggi sa solo questo, tre è il numero
perfetto. Soprattutto per le sciocchezze.
E anche per quello che Sandro Abrami, di nascosto da tutti
ieri in macchina nel parcheggio della stazione, le ha detto:
“Quanta fatica per capirci, tu mi prometti Il tuo profumo,
io ti chiedo il tuo odore”.

*

(#12)

Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

*

(#13)

Il fiume Isonzo sfiora e accarezza Gorizia,
il suo andare di acqua cerca il morbido
della pelle di questa città, che conta le sue grondaie.
È una vicinanza che ancora non si misura,
due corpi si riconoscono nell’abbraccio
vero? e rimangono le voci, penso.
Andrea Santino si toglie le scarpe, si siede
sul divano in silenzio, e pensa a Cecilia Skarabot,
alla sua collana, alla sua borsa marrone,
alle sue labbra che si ammorbidiscono
quando dicono “ma certo, sono qui”.
Le campane di San Rocco rintoccano le sei,
e lui si ricorda di suo figlio, “papà, lo so
con lo spago si possono legare assieme le cose,
ma io sono solo capace di fare dei nodi”.

*

(#14)

Agata Polverieri i suoi trentanove anni li tiene
stretti alla melodia di “Agnese dolce Agnese”
di Ivan Graziani, le piace chiedere per favore,
ha un segno di sangue nell’occhio destro
ed è convinta che l’unica cosa che funziona
in questa città è lo spazio verde di via Lantieri,
dove i cani corrono, saltano e fanno i loro bisogni.
Sotto l’ombrello è nel giorno di una pozzanghera,
sopra lo specchiarsi di una fortuna che rimanda
da tempo. Vuole rimanere lontana dalla paura,
sul retro di uno scontrino del bancomat ha scritto
al suo amico Dante Dri, alcune parole piccole
a biro nera: “la conta degli abbracci inizia presto,
con il primo abbraccio che desideri, vuoi e sogni,
e che poi rimane da qualche altra parte,
in una attesa che non conosci, impigliato”.

*

(#15)

Questo giovedì mattina tutto è rinviato,
i voli dei colombi in piazza Vittoria, il primo
buongiorno che si sente in via Montesanto
il primo caffè ordinato al banco del bar Ali.
Tutto è più lento, ci si muove appena.
Gorizia è questa laguna di promesse, infedeltà,
sigarette comprate in Slovenia e grattaevinci.
Qui non ci si sposta mai di onda, solo di marea.
Ricordo l’immagine scritta da Paolo Catta,
‘ombre urbane di tacchini in fuga’, è un libera tutti.
Cosa posso aggiungere. A volte mi sento proprio
come questa città, se sono stato amore
è perché ho sprecato amore.

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 2: Gatto

di gabriele antonini illustratori.it

Bestiario n. 2: Gatto

*

Si pente raramente.

Quando l’occhio predatore t’osserva, immagina cose sconosciute al genere umano. Felino reso casalingo ma pur sempre attento a limarsi le unghie su luoghi prescelti (che non siano quelli che propone l’uomo).

Il gatto chiede di esser accarezzato con lo sguardo, spesso sfugge al sottile contatto; con la coda addolcisce i luoghi. Penetra mentalmente i muri, gli oggetti, gli stessi sentimenti, con la sensibilità del neonato innocente.

Poi, quando meno te l’aspetti, si trasforma nella più calorosa manifestazione d’amore, quella selvaggia e incontaminata, pura perché sincera, istintiva perché autosufficiente.

Animale notturno, dorme quando gli altri son svegli; gironzola mentre gli altri dormono, nutrendosi di buio, contemplando le tenebre, danzando alla luce lunare.

Forse scrive poesie mentre guarda fuori dalla finestra, oppure ascolta il vento (che mai può essere afferrato) sussurrargli melodie d’amore vecchie di cent’anni.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze, d’If, 2016; € 16,00

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non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati

 

Nella nota finale al libro Carmen Gallo scrive: “Questo libro racconta una storia”, ed è vero, e racconta una storia che viene da molto lontano, e il lontano noi non lo conosciamo, è una storia che è somma di molti passati. Una storia fatta di pareti attraversate, di domande lanciate dove le parole rimbalzano e risuonano. Questa è una storia di lettere agganciate in modo da far rumore. In Appartamenti o stanze Carmen Gallo scrive un poemetto in cui un noi continuamente sdoppiato, moltiplicato e poi smembrato, un noi ripetuto e poi lanciato nel vuoto, un noi assottigliato e che guarda, si aggiunge ad altri noi per osservare oltre e meglio e, dopo, da più vicino. Questa persona plurale attraversa appartamenti e stanze; e questi appartamenti, che spesso non sembrano case, non ne hanno il calore, non ne hanno il colore, sono di una o più stanze, sono dilatazioni di tempo, circoscrizioni di stati d’animo e sono abitati da fantasmi. Le voci che raccontano parlano ai fantasmi, ai fantasmi chiedono, ai fantasmi rispondono; ma la poeta chiede anche di confondersi, di scomparire, come se niente fosse, da una stanza all’altra, ed ecco che diventa fantasma lei stessa, ai fantasmi si unisce, e a un certo punto (e il punto può essere diverso a ogni lettura) la prospettiva si ribalta, come in un cambio di scena, e il fantasma comincia a raccontare.

Mi pare, però, che questo sia un libro che faccia qualcosa in più del semplice raccontare, o meglio la storia che racconta ha la pretesa (riuscendoci) di essere intima e universale: perché tutti guardiamo senza vedere, tutti mettiamo bocca e parole nel lato oscuro dell’altro, ma l’altro non sappiamo mai chi sia e, ogni tanto (e qui si avverte il pericolo), l’altro non siamo che noi. Il fantasma. Circa il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016), Simona Vinci dice che ogni storia è una storia di fantasmi; D.T. Max intitola la biografia di David Foster Wallace Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (Einaudi, 2013; trad. Alessandro Mari); leggendo il libro di Gallo viene da pensare: Ogni storia è raccontata da un fantasma.

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Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

*

Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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“Il giardiniere gentile” di Silvia Salvagnini

Silvia Salvagnini, Il giardiniere gentile, Siracusa, VerbaVolant, 2016, € 12,00

Il giardiniere gentile è un ‘progetto aperto’ nato da un’idea di Silvia Salvagnini e dall’opera omonima edita da VerbaVolant nel 2016. Il prototipo è quello di libro d’arte costruito con piccole buste di carta “vintage” e con collage fatti da resti di vecchi codici legislativi italiani e francesi strappati, ricomposti e rielaborati da cui nascono dei ‘fiori’ che, uniti a versi poetici, compongono l’opera.
Ciascuno dei simboli indicati esprime una “poetica del giardino” che prosegue l’indagine di Gilles Clément sul «giardino in movimento» e sul «giardino planetario» ossia «spazi(o) in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire»; di fatto l’autrice rideclina le tesi esposte amplificandone le possibilità.
Il giardino concepito da Salvagnini diventa perciò, tra poesia e disegno, rappresentazione plurale di uno dei primi valori dell’essere umano, l’abitare, con al centro il giardiniere come «figura ideale e pedagogica, espressione di una tensione dell’uomo nel contemporaneo». Nell’ottica della poeta «siamo tutti giardinieri gentili» perché capaci di intervenire sull’immaginario collettivo con pochi e mirati gesti:

il giardiniere gentile non ha paura della terra sulle mani
non usa il veleno ma con gli occhi rimane a guardare
riempie di piante il mondo
e ci cammina attorno
segna la sua piccola strada con piccoli sassi

non toglie troppe erbe, solo quelle che aiutano
le altre a respirare

Scrive Silvia De March su questo libro-oggetto che si tratta di una «narrazione in forma poetica»; nel suo testo critico evidenzia anche come il giardiniere assuma le sembianze di un «direttore d’orchestra della natura», e come il parallelismo fra la dimensione naturale e quella musicale risulti significante. Nulla di più vero se individuiamo in questa “tras-formazione feconda” propria del direttore d’orchestra una delle chiavi di lettura del testo. Non solo la “direzione” da intraprendere, ma la necessità di dare “nuova forma” allo sguardo che si ha sul mondo portano Salvagnini a virare nel ‘naturale’, laddove la musica è sempre esistita:

allora ho capito il direttore d’orchestra
era come un giardiniere gentile
di quelli che fanno diventare
piccoli pezzi di terra il paradiso naturale

Il giardino come luogo ‘oltre-architettonico’ è esportato in una dimensione vitale e artistica, in cui un linguaggio poetico nuovo, «lo spazio vuoto ma anche il legame con la musica e con il silenzio – fondanti nella poesia – trovano una forma autentica» riferisce l’autrice.
Il giardiniere gentile è diventato infatti un progetto allargato ‘dal vivo’, che include la musica di Nicolò De Giosa (chitarra, effetti, live electronics), la voce e la canzone di Alessandra Trevisan, il video-artista Marco Maschietto, la collaborazione del fablab CrunchLab, e debutterà domani, mercoledì 29 marzo (ore 10.30) in un evento dal titolo primaverapoesia organizzato da Pordenonelegge al Teatro Verdi di Pordenone.
L’imprevedibilità della natura e il segreto che essa custodisce trovano nel giardiniere anche la funzione primaria del poeta; entrambi, infatti, possono oggi ingentilire il legame con la terra e con la parola riportandolo all’ascolto della natura e dell’umano.

© Alessandra Trevisan

Calibro 2017

Anche quest’anno torna CaLibro, Festival della Lettura a Città di Castello, promosso dall’Associazione culturale “Il Fondino”, con il patrocinio e il sostegno del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, oltre che di numerose attività imprenditoriali di rilievo.
Tanti gli eventi in programma e gli incontri previsti, che animeranno i luoghi più suggestivi della città da giovedì 30 marzo a domenica 2 aprile.
Il festival, giunto con successo alla quinta edizione, continua a conservare un’attenzione particolare all’incontro di varie forme espressive, dando spazio a letteratura e poesia, ma anche al cibo, al fumetto, allo sport…
Così, durante le quattro giornate di CaLibro, saranno fra gli ospiti Paolo Cognetti, Claudia Durastanti, Giorgio Vasta, Daniele Rielli, Marco Rossari e Giorgio Fontana coi loro ultimi libri, insieme ad Adharanand Finn, che ci svelerà i segreti della maratona, e Stefano Liberti, con un incontro incentrato sull’industria alimentare; e ancora, Tito Faraci e Jacopo Cirillo ci racconteranno come nascono le storie di Topolino, mentre Guido Vitiello elargirà i suoi salutari consigli da “Bibliopatologo”. In occasione delle celebrazioni per il centenario della morte del Barone Leopoldo Franchetti (1917) CaLibro dedicherà alla figura di Leopoldo un suggestivo evento poetico: alcuni tra i poeti e le poetesse più interessanti del panorama italiano animeranno le stanze di Villa Montesca. Nell’evento “La stanza profonda” con Vanni Santoni, il pubblico intraprenderà un viaggio nel magico regno dei giocatori di ruolo. Spazio anche al tema della salute e dell’erboristica con Sandro e Maurizio Di Massimo, autori del libro “Ritorno alle radici”. Tre editori umbri di qualità, che si affacciano al mondo pubblicando narrativa inglese, sudamericana e portoghese, faranno conoscere al pubblico di CaLibro il loro lavoro. Dopo aver visto e ascoltato il fumettista e frontman dei “Tre allegri ragazzi morti” Davide Toffolo, in dialogo con un gruppo di suoi lettori e fan, si andrà avanti fino a notte fonda con l’ormai consueta festa a tema di CaLibro, quest’anno dedicata al libro “Muro di casse” di Vanni Santoni, una festache si preannuncia un vero e proprio rave party.
Insomma, a CaLibro può succedere veramente di tutto, persino di suonare a un citofono e di
sentire in risposta un aforisma del grande Ennio Flaiano o comporre poesie da pagine di libri nello spazio del loggiato di Piazza Fanti, con Blackout Poetry. E, nel frattempo, i lettori più piccoli potranno letteralmente “entrare nel libro” Gli Sporcelli di Roald Dahl e assistere alla sua lettura animata, nella sezione a loro dedicata di “Piccoli CaLibri”.
L’impegno del festival ad entrare nelle scuole è aumentato ancora; il progetto “CaLibro Newsroom” con il Liceo Plinio Il Giovane, una redazione di liceali che racconteranno il festival tramite live-tweeting (@calibronews17 su Twitter) e articoli, è confermato anche per l’edizione 2017. Si aggiunge a questo anche un laboratorio grafico con la classe III E, indirizzo grafico, dell’IIS Franchetti-Salviani; i ragazzi, nel corso di varie lezioni, hanno supportato il nostro team di grafici per la realizzazione della brochure di CaLibro. Sempre il “Franchetti-Salviani” parteciperà attivamente all’incontro con Stefano Liberti con alcuni
studenti a dialogare direttamente con l’ospite.

Per ulteriori informazioni:
Francesca Fiorletta
ufficiostampa.calibro@gmail.com
f.fiorletta@gmail.com
Cell: 3317428179

 

 

PROGRAMMA
Giovedì 30 marzocalibro_capanna_verde_rosso-2
– Ore 18.30, Logge di piazza Fanti – Blackout Poetry
Laboratorio aperto di manipolazione poetica a cura di Marco Nicotra / BOLO Paper
– Ore 21.15, Teatro degli Illuminati: Ti ascolto
Tre scrittori, cinque musicisti
Giorgio Fontana & Matteo Pirola, Un solo paradiso
Claudia Durastanti & Laura Mancini, Cleopatra va in prigione
Paolo Cognetti & Fuko, Le otto montagne

 

 

 

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Venerdì 31 marzo
– Dalle ore 16 alle 19, Logge di piazza Fanti – Blackout Poetry
Laboratorio aperto di manipolazione poetica a cura di Marco Nicotra / BOLO Paper
– Ore 17, Circolo degli Illuminati, Sala degli Stucchi
Mondo via Umbria
Tre giovani editori umbri e coraggiosi con Jo March, gran vía e Urogallo
A cura di Umbrialibri
– Ore 18.15, Circolo degli Illuminati, Sala degli Specchi Dal mondo nuovo e dal nulla: reportage
con Giorgio Vasta e Daniele Rielli (Quit the doner) Modera Marco Mongelli (404: file not found)
– Ore 21.15, Circolo degli Illuminati, Sala degli Specchi – Due uomini e un topo
Le storie di Topolino con Tito Faraci e Jacopo Cirillo

 

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Sabato 1 aprile
– Ore 9-12 (per le scuole) e 16.30-19.30 (per tutti), Pinacoteca comunale Piccoli CaLibri
Invito a casa Sporcelli – Vietato lavarsi per entrare nel libro
Lettura animata a cura di Elio Mariucci, Lucia Girelli e Marcello Volpi
– Ore 11-13 e 16-19, Logge di piazza Fanti – Blackout Poetry Laboratorio aperto di manipolazione poetica
A cura di Marco Nicotra / BOLO Paper
– Ore 11, Auditorium Sant’Antonio (Nuovo Cinema Castello) – I signori del cibo con Stefano Liberti
Un dialogo con Cristina Crisci, Marco Montedori e le classi dell’IIS Polo Tecnico Franchetti Salviani.
– Ore 16-18, Villa Montesca – Poeti a casa del Barone
Un percorso in versi a Villa Montesca con Maria Borio, Tommaso Di Dio, Fabio Donalisio, Roberta Durante, Claudia Foni, Costanza Lindi, Franca Mancinelli.
Un omaggio in occasione del centenario del Barone Leopoldo Franchetti
In collaborazione con Umbria Poesia
– Ore 18.30, Artè, via del Popolo – La stanza profonda
Nel mondo dei giocatori di ruolo, Vanni Santoni con Carolina Coriani, Silvia Costantino (404: file not found) e Maria Teresa Grillo (il lavoro culturale)
– Ore 21.15, Teatro degli Illuminati Un allegro ragazzo con la matita
Intervista collettiva a Davide Toffolo
– Ore 23.30 Formula Uno La festa di CaLibro
MURO DI CASSE Natlek, CreMa, Dj Molesto, Zoshi, Duemarò e Vanni Santoni
In collaborazione con Basso Matto Team SPL
Ingresso con consumazione 10€

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Domenica 2 aprile – Ore 16.30-19.30, Pinacoteca comunale Piccoli CaLibri
Invito a casa Sporcelli Vietato lavarsi per entrare nel libro
Lettura animata a cura di Elio Mariucci, Lucia Girelli e Marcello Volpi
– Ore 10.45, loggiato Gildoni, piazza Matteotti Continuare a correre con Adharanand Finn
e i membri del Marathon Club Città di Castello
– Dalle 16 alle 18, centro storico di Città di Castello Prego citofonare CaLibro
Il Diario notturno di Ennio Flaiano raccontato dai citofoni del centro storico
Un evento itinerante, partenza dal civico 6 di Corso Vittorio Emanuele II
In collaborazione con MEDEM.
– Ore 18.15, Artè, via del Popolo Ritorno alle radici – Le piante spontanee per l’alimentazione e la salute
Con Sandro Di Massimo, Maurizio Di Massimo e Paola Rondini in collaborazione con Aboca
– Ore 21.15, Teatro degli Illuminati Nemesio e il Bibliopatologo
Uno show di libri, musica e malattie letterarie – Marco Rossari con Matteo Bianchini, Le cento vite di Nemesio
Guido Vitiello, Il bibliopatologo risponde, dalla rubrica d’Internazionale e con Fuko Playing Books

 

CaLibro Festival è organizzato da: Associazione Culturale Il Fondino
http://www.calibrofestival.com
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Facebook: Calibrofestival
Instagram: calibro_festival

Peter Handke, Canto alla durata

Peter Handke, Canto alla durata. Traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller, Einaudi 2016 (ultima edizione), € 10,00, ebook € 6,99

di Davide Zizza

*

Nella vastità che ritorna

Nel Canto alla durata di Peter Handke sospensione e riconoscimento diventano condizioni importanti per chi fa esperienza del sentimento della durata. Ma cos’è di preciso la durata e com’è possibile percepirla, comprenderla, viverla, come insomma averne sentimento? L’autore riversa nel poema una ricerca serrata la cui finalità è tanto la definizione, o meglio la scoperta della durata nei meandri più nascosti del quotidiano, quanto la conservazione della sua dimensione più viva e interna e per fare ciò elegge la poesia come la più appropriata perché «la durata induce alla poesia», la richiama, la evoca. Da ciò si intuisce che la durata non è un tempo o un intervallo misurabile: essa si realizza quale esperienza rivelatrice, un’epifania a tutti gli effetti. Per dirla con un ossimoro è un lampo duraturo e tale si riproporrà nella vita interiore di una persona; a distanza di anni, luoghi, sensazioni, questo flash della consapevolezza non si limiterà a ricondurre una mera suggestione o percezione, anzi la porterà “aldilà” della sua temporalità. Il Canto è perciò un poema dei luoghi e dei momenti cui si lega l’esperienza personale dell’autore (il lago di Griffen in Carinzia, l’incrocio di Porte d’Auteuil a Parigi e, in particolare, una piccola radura del bosco di Clamart e Meudon, alla periferia di Parigi), qui richiamati non in una sequela di posti collegati ad aneddoti occasionali, ma come luoghi interiori che contribuiscono al sentimento della durata, per Handke «il più alto di tutti i sentimenti» (Hans Kitzmüller).

Nonostante il risvolto filosofico del poema, l’autore stesso fa sottintendere che non è facile avvicinarsi all’essenza della durata. Ne capta le spie, sente il suo realizzarsi nell’attimo, sotto il segno di una rivelazione pura Handke mette su un impianto teorico attraverso il canto accompagnato da una vibrante commozione. Il tentativo dell’ineffabile trova una consonanza con Sant’Agostino e la  sua definizione di tempo («Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi  darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so» leggiamo nel passo delle Confessioni). Il paragone non vuole spingersi oltre la similitudine, tuttavia sia Sant’Agostino sia Handke sviluppano due concezioni correlate e interdipendenti, tempo e durata, entrambi parlano cioè di idee e stati d’animo che esondano le cui parole non riescono a contenerli proprio per il senso di vastità capace di disorientare, eppure queste parole gettano segnali illuminanti e significativi.

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Elena Mearini, Strategia dell’addio

Elena Mearini, Strategia dell’addio, LiberAria 2017, € 10,00

*
Tu conosci gli inizi,
il prima del respiro e dei passi,
l’indietro delle mani e degli occhi,
sei la misura piccola
che mi ha fatta grande,
la mia tacca d’esordio
sopra il metro del mondo.
Io parto da te
per tenere il conto di me.

*
Una volta eravamo piccoli,
non importavano i numeri.
Lasciavamo i conti alla mamma,
le misure al papà,
peso e altezza alla vita.
Una volta eravamo piccoli,
non importava lo zero.
Valeva già mille il respiro.

*
Sei il binario che m’incastra il tacco,
in te io resto sperando
che non passi il tram.

*
Io non voglio
essere sbrigata come una faccenda piccola,
un affare da chiudere veloce,
nel poco tempo già finito.
Io non voglio essere svolta e tolta
con la crocetta rossa sull’agenda,
compiuta e cancellata
con la mano sotto l’acqua.
Sono la cosa che va seguita,
il progetto grande
della tua vita.

*
Abbiamo maniere diverse,
di registrare l’identità della vita.
Tu resti fermo a dati e generalità,
io proseguo
fino ai segni particolari.

*
Ci riconosciamo dai crolli,
la stessa parte che manca,
lo stesso muro che cede,
quella polvere che s’alza a prendere te
e prende anche me.
Sono le comuni demolizioni,
a renderci affini.

*

Si vede che non sei abituato a leggere
e nemmeno sai come si fa.
Tu vorresti subito il finale,
il punto che libera e risolleva gli occhi.
Ma io non sono diversa da una storia scritta,
devi prima cominciarmi
se vuoi concludermi.

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