Giorno: 20 febbraio 2017

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

fonte alessandrobono.com

fonte alessandrobono.com

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

(racconto ispirato a “OGNI GIORNO CHE VA VIA È UN QUADRO CHE APPENDO” di Mauro Covacich, In “La sposa“, Bompiani, 2014)

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di Raffaele Calvanese

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Mi piace vivere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare canzoni, mi piace parlare di canzoni.

Sono un fan delle canzoni.

Ma di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiedevano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in coda al disco Nel giardino dei fantasmi. Una canzone parla di mille cose e di niente. Spessissimo parla di cose infinitamente lontane dal pensiero di chi l’ha scritta. Perché ci sono strade che arrivano da lontano per incrociarsi inaspettatamente in un punto e non c’è mai un momento giusto ed uno sbagliato per arrivare a quegli incroci, ci si arriva e basta.

Dopo la pubblicità appare il segnale dell’Eurovisione e subito di nuovo lo studio. Milioni di persone in tutta Europa, affondate nei loro divani, stanno osservando la panoramica a volo d’uccello sulla platea, l’orchestra, il palcoscenico, poi l’inquadratura in piano americano che trova il presentatore e la sua valletta…

Sanremo invece arriva sempre puntuale, più o meno a metà Febbraio, come una settimana sabbatica in un anno di frenesie, uno dei pochi momenti in cui che ne parli bene o male, comunque se ne parla. Quando ero molto piccolo lo guardavo senza pormi nessun problema, lo guardavo con mia madre, lei nemmeno si poneva alcun problema. Mio padre invece era iscritto alla scuola di pensiero di quelli che lo reputano il fondo del barile musicale, di quelli della contestazione, di quelli che la musica è altrove e per questo non lo ha mai amato. Ha sempre tenuto quella posizione più o meno in modo intransigente. Anche io ho attraversato quella fase, in cui mi credevo al di sopra delle parti, in cui vedevo musica solo altrove. Inevitabilmente però ho una serie di ricordi personali legati alle canzoni del festival, come la prima volta che ho suonato una batteria durante l’ora di musica e ho sprecato questo momento storico per la mia vita in un accompagnamento di “Strani amori” di Laura Pausini.

Poi dopo un po’ di anni che bazzicavo il mondo della musica, un anno sul quel palco è arrivato un ragazzo che avevo avuto la fortuna di conoscere prima di arrivare al grande pubblico e questa cosa ha cominciato a farmi vedere il Festival con occhi diversi. Si incrinava quella posizione di superiorità che tutti nel mio giro avevano nei confronti di Sanremo. Perché quando c’è Sanremo tutti credono di sapere tutto di quello che succede, ognuno ha in tasca la sua verità. Quando ho incominciato a scrivere di musica l’ho fatto per piacere, prima di tutto il mio, e solo dopo per il piacere di quelli di cui scrivevo. Non l’ho fatto per soldi, e per questo ho quasi sempre scritto di cose che mi piacevano e persone a cui volevo bene, perché credevo nel loro lavoro, conoscevo i sacrifici che c’erano dietro. Col passare del tempo mi sono sentito ripetere sempre la stessa cosa “ci vuole più cattiveria, più cinismo”. E quindi anche io ho pensato che dovesse essere così, ho cominciato a scrivere anche di Sanremo e dei suoi protagonisti con cinismo, con cattiveria, aspettandomi sempre di più, sempre qualcosa che non sapevo spiegare ma che non vedevo arrivare. Ne ho scritto ai limiti dell’acidità. Non so bene chi mi abbia convinto di essere su un piedistallo per poter guardare e commentare quelle esibizioni, forse i social network, che danno questo senso di ebbrezza, forse la frenesia generale che porta con sé Sanremo.

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Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo

breviario

Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo, trad. di S. Ferrari, Garzanti 2004 (e successive edizioni); € 18,70, ebook € 9,99

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di Giulietta Iannone

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Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con sui preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

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© Giulietta Iannone